“Unplanned”- La storia VERA di ABBY JOHNSON

“Unplanned”- La storia VERA di ABBY JOHNSON

Paese: USA – Durata: 109 minuti – Regia: Chuck Konzelman

“Unplanned”- La storia VERA di ABBY JOHNSON: tradotto in italiano significa “non pianificato”, e così è stata anche la mia scelta improvvisata di rispondere ad un invito per un’anteprima al cinema.

Un film che ti rimane “dentro”, che ti interroga, ti fa sussultare intimamente e commuovere per il grande Dono della Vita. Alla fine della proiezione ho pensato immediatamente al volto dei miei bambini e mi sono detta: “Se sono qui su questa poltroncina di teatro è perché Qualcuno mi Ama, mi ha custodito e mi custodisce, anche se io non ne sono cosciente”.

Il film racconta la vita di Abby Jonson, giovane donna americana che sin dalla giovinezza si batte per i diritti delle donne. Ai tempi del college si lascia ammaliare dalle feste giovanili, dallo sballo e s’innamora di un ragazzo più grande di lei con cui intrattiene rapporti sessuali occasionali. Quando scopre di essere incinta, senza averlo “pianificato”, viene assalita dal timore di dover rivelare il tutto ai suoi ignari genitori, che sicuramente non avrebbero approvato questo suo stile di vita. Si lascia consigliare dal ragazzo e padre del bambino che subito le suggerisce di abortire tramite un’agenzia apposita. Viene lasciata sola nella scelta e nella rielaborazione e il tutto si traduce in un’operazione fredda e alienante che la riduce ad uno zombie svuotato che a malapena ricorda ciò che è accaduto.

Dopo qualche mese decide di presentare il ragazzo ai genitori per potersi unire in matrimonio. I familiari non lo trovano la persona giusta, ma lasciano a lei la libertà di scegliere e così si celebrano le nozze.
Il matrimonio non si traduce in un cammino felice e, dopo un periodo di tensioni e tradimenti, si arriva al divorzio. Abby si accorge però di essere incinta proprio di quell’uomo con cui non vuole più avere niente a che fare e ancora una volta, in solitudine e disorientamento, si rivolge alla clinica Planned Parenthood che, con disinvoltura, la consiglia per un aborto chimico, caldamente raccomandato come veloce, indolore ed efficace.In realtà si rivelerà dolorosissimo, lunghissimo e la convincerà di essere sul punto di morire. Si risveglierà infatti dopo ore di travaglio sul pavimento insanguinato del bagno di casa, stravolta e dolorante per diverse settimane. Sempre sola.
Nonostante queste esperienze che la segneranno per sempre e di cui non parlerà ai familiari, Abby vuole battersi per la libertà riproduttiva della donna, pensando che così facendo si possano ridurre gli aborti, attraverso campagne d’informazione e sensibilizzazione. Diventa dapprima una volontaria della clinica Planned Parenthood e, in breve tempo, la più giovane direttrice della principale clinica abortiva del Texas.

“Gli esperti concordano che in questo stadio il feto non sente nulla” queste le parole rassicuranti di Abby per indurre le pazienti ad abortire in tranquillità, per ricominciare la quotidianità senza pensieri.
Saranno però degli incontri a porre le basi per una conversione totale.
In primis i suoi genitori non approvano questo suo lavoro, questa sua passione e il suo totale coinvolgimento e pregano affinché lei possa cambiare idee e licenziarsi; così come il secondo marito che, amandola profondamente, le esprime tutte le sue perplessità, obiezioni e principi. La lascia però sempre libera di decidere, anche quando Abby scopre di essere felicemente in dolce attesa, nonostante non sia stato “pianificato”.

Un altro incontro decisivo sarà con i giovani attivisti pro-life che con dolcezza e costanza la seguono giornalmente fuori dalla clinica per pregare e dissuadere le donne a non abortire.
Infine, non per importanza, avverrà il riavvicinamento a Dio nella preghiera familiare. Da direttrice avrebbe voluto cambiare in meglio la clinica, ma gradualmente inizia a rendersi conto che la libertà che lei voleva difendere era un inganno per donne spaventate, sole e ignare.

Inaspettatamente un giorno le viene chiesto di assistere il chirurgo per un aborto guidato e ciò a cui assiste attraverso un ecografo la renderà cosciente di ciò che è la straziante realtà di un aborto nel grembo materno. Quello che vede cambia la sua vita per sempre, le fa spalancare gli occhi, dandole la forza e il coraggio per intraprendere una delle battaglie più importanti del nostro tempo.

E’ un film che svela i sottili inganni che una comunicazione appositamente studiata può portare, giustificando l’uccisione di un piccolo essere umano innocente nel luogo che lui ritiene il più sicuro e protetto al mondo: il grembo della sua mamma.
E’ un film che porta speranza lì dove il male sembra invincibile tanto è potente, organizzato e radicato, ma che la preghiera e l’amore disinteressato dei semplici smonta in modi che “non abbiamo pianificato”.
La libertà che Abby reclama per sé e crede non venga capita e concessa dai propri familiari ed amici, in realtà nella storia si rivela una falsa libertà, perché disgiunta dal bene, come quella propagandata dalla clinica che, in realtà, fa di tutto per spingere le donne ad abortire a scopo ideologico e di lucro. La vera libertà è quella che il marito e i genitori insegnano ad Abby, amandola sempre e comunque disinteressatamente, ma accompagnandola ad aprire gli occhi al bene, alla vita e alla verità.
“Unplanned” racconta una storia vera che merita di essere raccontata, ascoltata e meditata.

Gemma Dal Bosco

DIRE DANTE – VOCE CHE EDUCA

DIRE DANTE – VOCE CHE EDUCA

In concomitanza con la ripresa dell’anno scolastico, riprendono anche gli incontri del Centro Studi per l’Educazione!

Il prossimo 22 settembre presso l’Istituto Virgo Carmeli di Verona si svolgerà l’incontro con Alessandro Anderloni che presenterà la voce educatrice di Dante

Mercoledì 22 settembre 2021 alle ore 17.00 presso Istituto Virgo Carmeli di Verona, via Carlo Alberto 26

per eventuali informazioni – segreteria@centrostudieducazione.it

per esigenze organizzative, segnalare la propria presenza all’incontro


Dimora – per sfuggire all’era del movimento perpetuo  – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Dimora – per sfuggire all’era del movimento perpetuo – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Recensione di François-Xavier Bellamy (Itaca, Castel Bolognese 2019)

Chiunque abbia avuto la fortuna di poter vivere l’esperienza di un pellegrinaggio a piedi, tra tutti il celebre Cammino di Santiago, può confermare con il sottoscritto quanto sia necessario, durante l’itinerario, fare memoria della destinazione. Solo fissando, nella mente e nel cuore, la méta del proprio peregrinare si può scansare il pericolo sempre incombente del vagabondaggio.

Lo sapevano bene quei cavalieri che, marchiando i propri scudi con una croce, si mettevano in viaggio verso il Santo Sepolcro, senza la garanzia di giungere a destinazione e armati del solo desiderio di poter calpestare la stessa terra del Cristo; lo sapeva bene quel folle di Ulisse, ramingo per il Mediterraneo ma con il cuore sempre rivolto a Itaca e alla sua famiglia amata; lo sapeva bene Seneca, il quale ci rammenta che “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

Qualsiasi movimento è disastroso se non si pianifica la meta e, consecutivamente, se non si sa da dove si sta venendo. Questa è la tesi che viene argomentata da François-Xavier Bellamy in Dimora. Per sfuggire all’era del movimento perpetuo, apparso in Francia nel 2018 e pubblicato in Italia per i tipi di Itaca l’anno successivo, correlato dalle magistrali prefazioni di Lorenzo Malagola, segretario generale della Fondazione De Gasperi, e Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle Associazioni famigliari.

Un saggio, quello di Bellamy, denso, disarmante, semplicemente bello. Era da aspettarselo in effetti dalla stessa penna che nel 2016 aveva dato alle stampe il best-seller I Diseredati. Ovvero l’urgenza di trasmettere, che destò notevole scalpore nell’attenta ed esigente società francese. Dimora è in primis una straordinaria parabola sull’esperienza filosofica dell’Occidente europeo, dalla dicotomia Eraclito-Parmenide sino a Galileo Galilei, passando per Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso. In secondo luogo, Bellamy procede con una raffinata fotografia dello stato di salute del mondo occidentale, reso fragile dal mito del «movimento perpetuo» e dall’utopia dell’eterna evoluzione, anestetizzato dalle leopardiane «magnifiche sorti progressive» e dal sogno di un progresso imperituro.

L’autore non si limita tuttavia a una fin troppo facile diagnosi delle fragilità del nostro mondo. Rimarrà deluso chi in Dimora desideri trovare il manifesto di un conservatorismo reazionario e fissista, nostalgico di un passato ormai tramontato. Bellamy infatti non è semplicemente un affermato filosofo e un abile insegnante nei licei della banlieue parigina. Nel 2008, a soli 23 anni, è stato eletto vicesindaco di Versailles e, nel 2019, è “sbarcato” all’Europarlamento in quota Partito Repubblicano francese.

Un buon politico è cosciente che alla diagnosi deve succedere necessariamente una prognosi. Bellamy propone quindi il concetto di “dimora”, intesa come riscoperta di «un luogo da abitare dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi» (p. 141) . Mettere radici, in poche parole, coltivare una quotidianità che possa divenire un argine alla “gassosità” di cui il nostro amato Occidente sembra essere sempre più assuefatto. Reinventare luoghi di incontro, di prossimità, di complicità, che facciano da contraltare a tutti quei non-luoghi (secondo la nota definizione di Marc Augé) che pervadono la nostra esistenza.

Ogni capitolo e ogni pagina del saggio invitano costantemente il lettore a compiere questo lavoro su se stesso, a interrogarsi su dove sia la propria Itaca e, come Ulisse, a non avere timore di solcare i mari per poterla raggiungere.

Stefano Sasso

N. Io e Napoleone – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

N. Io e Napoleone – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Paese: Italia, Francia, Spagna (2006)  – Durata: 110 minuti – Regia: Paolo Virzì

Recensione 

Tra i numerosi film su Napoleone, N. (Io e Napoleone) si segnala non per essere l’ennesima trasposizione cinematografica delle imprese militari del geniale comandante, ma per essere un tentativo di cogliere il lato intimo e privato dell’uomo.

Liberamente ispirato al romanzo N. di Ernesto Ferrero, Premio Strega 2000, il film è ambientato sull’Isola d’Elba, durante il primo esilio di Napoleone. Il protagonista è un giovane maestro elementare, Martino Papucci, infervorato dagli ideali di libertà, che nutre verso il Corso un grande desiderio di vendetta per le molti morti causate dalle sue campagne militari, e che vuole approfittare della sua presenza sull’isola per ucciderlo. Tale proposito lo ossessiona a tal punto da fargli trascurare completamente il lavoro nell’impresa di famiglia. Egli non condivide il grande entusiasmo suscitato negli abitanti dell’isola per l’arrivo di un così celebre ospite, che, al contrario considera un tiranno, come non apprezza il servilismo mostrato dalle autorità civili.

Il destino vuole che Napoleone abbia bisogno di un bibliotecario e scrivano personale, che stia a stretto contatto con lui per raccoglierne i pensieri e le riflessioni. Martino viene scelto per questo compito, avendo in tal modo l’occasione di ricevere le confidenze e i ricordi personali dell’uomo che ha fatto tremare l’Europa.

Egli ha modo così di incontrare Napoleone nella parte finale e meno gloriosa della sua parabola esistenziale, e di conoscerne il lato più privato e personale, scoprendo con sorpresa gli aspetti di debolezza e fragilità. Come quando in un’accesa discussione il giovane gli rinfaccia, quantificandole, le numerose vite sacrificate in nome della sua ambizione, e ricevendo dal generale, visibilmente addolorato, la risposta di non aumentare il suo dolore con l’aritmetica.

La frequentazione fra i due provoca un cambiamento nello sguardo che Martino ha su Napoleone, e per questo i tentativi messi in atto per assassinarlo, non risultando molto decisi, falliscono. Il rapporto tra il protagonista e Napoleone è la parte sicuramente più interessante e riuscita del film. Sebbene si trovi di fronte un uomo sconfitto, Martino non può non subire il fascino magnetico di quell’uomo, che prima di lui aveva entusiasmato masse intere; e a questo riguardo il Napoleone del film si pone questa domanda: “È Napoleone che ha scelto le moltitudini o sono le moltitudini che hanno scelto Napoleone?”.

La frequentazione alla fine si interrompe bruscamente con la fuga dall’isola e il ritorno in Francia con i cento giorni terminati sulle colline di Waterloo. Come la storia ci insegna, il Napoleone autentico che fa i conti con la storia della sua vita, che è emerso nel film, lo si vedrà soprattutto nel secondo e definitivo esilio, dove tra l’altro si riavvicinò alla fede, come testimonia il memoriale di Sant’Elena.

Alessandro Cortese

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

di Valerio Capasa (fonte: Il Sussidiario.net – 18.06.2021)

Se è vero che la Dad non ha creato, ma semmai aumentato la disaffezione dei ragazzi per la scuola, anche quella in presenza, urge ripartire dal desiderio di felicità.

Cala il sipario sull’anno scolastico più farsesco di cui abbia memoria. L’occhio casca sugli Europei di calcio proprio in coda agli scrutini, e il cervello finisce per intrecciare i fili: “povera Turchia! Sta perdendo 3 a 0 alla prima partita. Peccato però, anche loro si sono allenati, e hanno viaggiato fino a Roma. Dài, questo 0 passa a 3. Tutti d’accordo?”. Il calcio è così giusto, irrimediabile, mentre nel regno dell’irrealtà tutto si può truccare. Meno male che gli scrutini devono rimanere segreti…

Riavvolgiamo il nastro. L’ammutinamento pugliese non è uno spartiacque epocale? Dopo 14 mesi di Dad, alla domanda se volessero tornare in classe, circa il 98% dei liceali ha risposto di no. Più o meno è come non avere il pallone né il campo né le porte. Ci arrangiamo: due pietre per terra e un po’ di scotch attorno a quattro fogli di giornale. Man mano però la palla di carta comincia a sfaldarsi, e quando provvidenziale appare il miraggio di un campo in erba e di un pallone di cuoio, scopri che a mancare, in realtà, era la voglia di giocare. L’impressione è di chattare d’amore per un anno e mezzo con una ragazza, invitarla a uscire e sentirsi rispondere che domani no, deve studiare, dopodomani nemmeno perché c’è la prima comunione della nonna, e intanto sai per certo che esce con un altro; però la mattina dopo chatta con te, sempre sull’amore, con citazioni favolose.

Uno si immagina pianti, analisi, riflessioni… Niente, tutto come prima. Spiegazioni, verifiche. Verifiche, spiegazioni. Forse abbiamo un problema (vox clamantis in deserto), mica sarà colpa solo della politica scellerata o dell’adolescenza balorda: magari va cambiato qualcosa. Non abbiamo tempo per disquisizioni sui massimi sistemi. Incapaci non dico di una visione, ma almeno di una lacrima, di un urlo, di un abbraccio, preoccupati solo di tirare avanti la carretta. Perché non siamo zona rossa né arancione né gialla né bianca: siamo “zona grigia” (così Primo Levi chiamava il mostro della complicità).

Terza scena: un’ordinanza impone di chiudere gli scrutini entro il termine delle lezioni. Ergo, tutti i voti e le assenze vanno inserite non oltre il 31 maggio. Tradotto: dall’1 giugno ritiratevi tutti. E giustamente, se non mi punti alla tempia la pistola scolastica, nemmeno mi collego. Perché io e l’impiegato della posta non abbiamo altro da spartire se non la bolletta; col panettiere almeno si scambiano quattro chiacchiere; fra insegnanti e studenti, invece, neppure quelle. Un legame quasi quotidiano di uno o più anni, l’educazione come compito, la potenza della tradizione in mezzo, la vita come sfondo di ogni parola: eppure, messi i voti e le assenze, a giugno cala un gelo che nemmeno con l’impiegato o con il panettiere. Niente da dirsi, niente da condividere. Distanziamento.

Ti guardi intorno – lo scrive ancora Primo Levi – “sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate”. Troppi amici e colleghi, obnubilati da un ottimismo oppiaceo, non appaiono turbati dai fiori che appassiscono. Forse non ne coltivano, forse si consolano che morto un fiore se ne fa un altro, forse i loro sono di plastica. Pontificano che la Dad non ha creato il problema ma l’ha svelato. E hanno ragione. Tuttavia è come dire che le armi non sono la causa della violenza ma portano a galla quella già latente: se però diamo le armi in mano a chiunque, non aumentiamo la violenza? Idem la Dad: non ha creato il problema: l’ha svelato, e l’ha anche aumentato. Il contesto può aiutare oppure ostacolare, non è ininfluente.

Ora, dopo quasi un anno e mezzo, tiriamo le somme. Quanti morti di Covid fra gli adolescenti? Quasi nessuno. In compenso dispersione scolastica fuori controllo, problemi psicologici, psichiatrici, oculistici e fisici in aumento, deficit di attenzione alle stelle, ossia molta più fatica ad ascoltare, a leggere, a relazionarsi. Dovremo farci i conti, con la fase post-traumatica, altro che ritorno alla normalità! Esiste per fortuna un vecchio antidoto: la superficialità, che “ogni stento, ogni danno, / ogni estremo timor subito scorda”, come insegnano le pecore del Canto notturno.

Per questo, adesso, tutti al mare! Covid free. School free. Aveva visto giusto Leopardi quando scriveva che “mali veri” e “mille negozi e fatiche” distraggono gli uomini dal “conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità”. Fra Covid, compiti e vacanze, ci dimentichiamo quello che davvero abbiamo da condividere: il desiderio della felicità.

A meno che martedì 8 giugno non vivi tre ore consecutive di italiano, con 9 studenti in presenza e 13 collegati da casa, liberamente, solo per finire le Ultime lettere di Jacopo Ortis; o che mercoledì 9 un alunno che non ha propriamente la sensibilità di un poeta possa dispiacersi perché un sanguinamento della bocca gli impedisce di collegarsi; o che sempre il 9 un’altra alunna ti aspetti sotto casa mezz’ora dopo la fine delle lezioni per confrontarsi con te sulla sua estate; o che, dopo 15 mesi senza vedersi, l’11 giugno ti ritrovi al parco con una classe, un pallone, una chitarra, parole e sguardi veri; o che il 14 giugno vai al mare con loro, per condividere la vita: non è una rivoluzione? non è l’annientamento della farsa?

Alla fine dell’anno c’è chi si produce in post tronfi di “grazie a tutti” e “resilienza”, chi si fa una pizza insieme, chi si augura buone vacanze, chi si regala cornici, bracciali, dediche e complimenti. Ma qui c’è da regalare il proprio tempo, la propria estate. Più chiaramente: c’è da regalare se stessi.Perché in questi mesi qualcuno ha combattuto strenuamente, come un eroe greco: un duellante su vaso a figure rosse, un Achille in primo piano che sfida Ettore, con i mirmidoni e i troiani sullo sfondo. Eppure viviamo una stagione in cui più che mai il potere si è buttato a mordere sui legami, e allora urge una res publica, da eroi romani, che combattono insieme per fondare una città.

Valerio Capasa

Aprile 1796 “Pasque Veronesi”: un sussulto di orgoglio – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Aprile 1796 “Pasque Veronesi”: un sussulto di orgoglio – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Aprile 1796, è in pieno svolgimento la prima campagna d’Italia del Gen. Bonaparte che, a capo dell’Armée d’Italie, dopo aver sbaragliato gli Austriaci a Dego, Millesimo e Montenotte e i Piemontesi a Mondovì e Cherasco, si scontra nuovamente con l’esercito austriaco a Lodi riportando un’epica vittoria che gli consentirà il 13 maggio di entrare trionfalmente a Milano da Porta Romana e di prendere possesso della città. Ma a Bonaparte questo non basta, vuole inseguire gli austriaci che si stanno ritirando e il 30 maggio li affronta a Valeggio sul Mincio. Dopo un duro combattimento gli austriaci in ritirata ripiegano verso Mantova.

Il giorno successivo, 1 giugno 1796, il Gen. Antoine Balland alla testa di 12.000 soldati entra per la prima volta a Verona.

Lo stesso Napoleone prende alloggio nella casa del Conte Francesco Emilei e ancora oggi questo soggiorno viene ricordato da una targa su cui si legge: “NAPOLEONE BUONAPARTE GENERALE DELLA REPUBBLICA FRANCESE TRIONFATORE A MONTENOTTE A MILLESIMO A DEGO A MONDOVI ENTRATO LA PRIMA VOLTA IN VERONA IL 1 GIUGNO 1796 ALBERGÒ IN QUESTO PALAZZO”.

Verona, fedele roccaforte di terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia, è costretta ad ospitare questi soldati stranieri che si sistemano nelle loro case e requisiscono tutte le riserve alimentari.  

Va considerato che nella guerra tra francesi e austriaci Venezia, fin dall’inizio, ha adottato la politica della neutralità nella speranza di non essere coinvolta nel conflitto. Tuttavia, nonostante la dichiarata neutralità, i francesi, appena entrati a Verona, agiscono in modo autoritario nell’impossessarsi di Castelvecchio, dei forti militari, di alcuni edifici e di alcune chiese che vengono utilizzate come ospedali militari.

All’epoca Verona contava circa 55.000 abitanti che vivevano dignitosamente grazie ad una fiorente attività commerciale. Quanto sta accadendo in città coglie di sorpresa i cittadini che non comprendono il modo di agire arrogante e irrispettoso dei francesi che vengono visti più come invasori che come ospiti. Nessuno sa spiegarsi il perché di questo comportamento. Ma la spiegazione c’è e va ricercata in vecchi rancori che si erano venuti a creare tra Verona e la Repubblica Francese. 

Verona dal 1794 al 1796 ha accolto il Principe Luigi Stanislao Saverio di Borbone, Conte di Lille, fratello del Re di Francia Luigi XVI. Il Conte durante il periodo del terrore, per evitare la ghigliottina, era fuggito da Parigi e si era rifugiato a Verona ospite dell’amico Conte Gianbattista Gazola. Durante il soggiorno, informato della morte di Luigi Carlo, legittimo erede di Luigi XVI, il Conte di Lille si autoproclama Re di Francia con il nome di Luigi XVIII e lo comunica ai francesi e a tutte le monarchie d’Europa. Questa presenza ingombrante imbarazza il Senato Veneto che teme un deterioramento dei rapporti diplomatici con la Francia, così nell’aprile 1796 decreta in fretta e furia l’espulsione del Conte dai territori della Serenissima Repubblica di Venezia. Questo alla Francia non basta, Verona ha manifestata inimicizia nei confronti della Repubblica, dunque merita una punizione. 

Inevitabile che questa atmosfera rendesse i rapporti tra veronesi e francesi sempre più difficili; la diffidenza degli uni verso gli altri era così evidente che il Conte Augusto Verità, nella speranza di raffreddare gli animi, decide di compiere un passo diplomatico. Approfittando dei suoi buoni rapporti con il Gen. Balland, lo incontra e lo invita a mantenersi neutrale in caso di scontri tra cittadini veronesi fedeli a Venezia e cittadini veronesi che hanno abbracciato la causa giacobina. Il Generale conferma la sua intenzione di non intromettersi negli affari interni della Serenissima.

La Francia, ancora una volta, non è d’accordo e vede nell’occupazione militare della città la giusta punizione. Per attuare questo piano serve un valido pretesto che viene presto trovato. Gli stessi francesi progettano, scrivono, fanno stampare e affiggono ai muri della città un manifesto incitante i veronesi ad insorgere in armi contro gli invasori francesi e nella notte fra il 16 il 17 aprile vengono affissi dai francesi numerosi manifesti in cui si legge:  Noi Francesco Battaia per la Serenissima Repubblica di Venezia Provveditore Estraordinario in Terra Ferma…. contro questi nemici eccitiamo i fedelissimi cittadini a prendere in massa le armi e dissiparli e distruggerli, non dando quartiere a chichessia, ancorchè si rendesse prigioniero….. Invitiamo pertanto i Cittadini rimasti fedeli alla Repubblica a cacciare i Francesi dalla città e dai castelli che, contro ogni diritto, hanno occupato.”

La provocazione è fin troppo evidente, non resta che aspettare la reazione dei cittadini veronesi, che non tarda ad arrivare. Alle ore 14.00 del 17 aprile, lunedì dell’Angelo, in un’osteria nei pressi delle case Mazzanti si sviluppa una violenta zuffa, senza esclusione di colpi, tra veronesi e francesi; quest’ultimi hanno la peggio e vengono brutalmente malmenati.Contemporaneamente in Piazza Bra, tra i soldati dalmati, disposti a presidio dela piazza, ed alcuni giacobini locali si verificano alcuni scontri a fuoco. In tale circostanza il Gen. Balland, che nella piazza aveva disposto dei picchetti di guardia, per mantenere fede all’impegno preso e per non inasprire ulteriormente gli animi, ordina ai suoi di non intervenire. Alle 17.00 quando la calma sembra essere ritornata, molti veronesi prendono coraggio, escono dalle case e a gruppi, attraversando Piazza dei Signori, si incamminano verso le chiese per recarsi a Messa. Questa apparente situazione di cessato pericolo viene   improvvisamente interrotta dalla caduta di alcune palle di cannone infuocate che, oltre a generare panico, provoca il ferimento di cittadini inermi e incolpevoli. 

La decisione dei francesi di intervenire utilizzando l’artiglieria disposta su Castel San Pietro e sul forte San Felice induce la violenta reazione dei veronesi, come riporta la cronaca dell’epoca di un anonimo, conservata presso la Biblioteca Comunale di Verona: “A misura che cresceva il rimbombo delle artiglierie, uscivano gli abitanti dalle proprie case […], correvano mal armati ad affrontare le pattuglie francesi, le quali si videro obbligate a cercare sicurezza dandosi precipitosa fuga verso i castelli… Non si sentiva altro che un continuo gridare per ogni angolo della città: Viva S. Marco… Tanta era la furia, l’impeto, la collera, l’odio che si era acceso contro questa gente che più non si conosceva ragione, né pietà, né religione….Fu riferito che erano stati veduti ragazzi con coltelli inveire contro i cadaveri di Francesi…. I francesi, che non riescono a raggiungere i forti o Castelvecchio, vengono rincorsi, catturati, uccisi e gettati nell’Adige.”

Inizia così una intensa attività di guerriglia urbana caratterizzata da duri e sanguinosi corpo a corpo. I francesi rispondono sparando da Castelvecchio cannonate sulle case circostanti che provocano devastanti incendi. Sarà il provvidenziale arrivo del Conte Augusto Verità con i suoi soldati a neutralizzare i cannoni francesi permettendo alla giornata di terminare favorevolmente. I veronesi controllano le porte di accesso alla città: Porta Vescovo, Porta San Giorgio, Porta Nuova e Porta San Zeno, mentre i Francesi restano asserragliati nei forti. Il giorno dopo, 18 aprile, i rappresentanti del Senato Veneto, resosi conto che le forze in campo erano nettamente favorevoli ai francesi, si precipitano a Venezia per chiedere l’invio di truppe a sostegno di Verona. Nei giorni successivi, 19-20-21 aprile, i combattimenti proseguono senza tregua e si fanno sempre più cruenti. Da una parte i soldati francesi che fanno pesare la loro superiorità numerica e la loro maestria nell’uso dell’artiglieria e dall’altra, gli eroici cittadini di Verona, che, pur sfiniti e allo stremo delle forze, combattono con coraggio fino all’ultimo respiro. Per le strade si contano centinaia di morti e feriti. La situazione non è più sostenibile senza aiuti da Venezia. E il 22 aprile gli aiuti arrivano: un anziano generale al comando di 400 fanti, 800 contadini e 8 cannoni da campagna. Una beffa! Venezia ha abbandonato Verona al suo destino.

È la fine, i veronesi non possono resistere oltre. Per le strade della città e dalle case distrutte dagli incendi si sentono solo grida di dolore, lamenti e il pianto angosciante di madri, figlie e spose che hanno perso i loro cari.  Verona è in ginocchio. Non resta che arrendersi.

I rappresentanti del Senato Veneto, assieme alle autorità cittadine, sono costretti ad accettare la “resa incondizionata” che prevede:consegna ai francesi di 16 autorità come ostaggi e tra questi il Vescovo Avogadro, confisca di importanti opere d’arte, pagamento di 2.000.000 di lire, requisizione di tutto l’argento delle chieseconsegna delle riserve di cibo e vestiario.

I francesi hanno vinto e rivendicano il diritto di saccheggio. Vengono assaltate e depredate le case dei nobili veronesi, la Biblioteca Capitolare, il Museo Lapidario e il Monte di Pietà. 

Dalle chiese vengono prelevate importantissime opere d’arte:

– La Sacra Conversazione, trittico di Andrea Mantegna (San Zeno)

– Martirio di San Giorgio di Paolo Veronese (San Giorgio in Braida)

– San Barnaba di Paolo Veronese (San Giorgio in Braida)

– Deposizione di Cristo di Paolo Veronese (S. Maria Della Vittoria, successivamente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Oggi l’opera è conservata nel museo di Castelvecchio) 

– Assunzione della Madonna di Tiziano (Cattedrale)

– otto formelle bronzee del monumento funebre Della Torre di Andrea Briosco, detto il Riccio (S. Fermo Maggiore)

Parte di queste opere verranno restituite nel 1816. 

Sono rimaste In Francia le predelle del trittico del Mantegna (Louvre e Museo di Tours), il San Barnaba del Veronese (Museo di Rouen) e i bronzi di San Fermo (Louvre). Finito il saccheggio della città, inizia il processo ai presunti responsabili dell’insurrezione cittadina.

Alla barra degli imputati compaiono:

  • Conte Francesco degli Emilei di anni 45
  • Conte Augusto Verità di anni 45
  • Giovanni Battista Malenza di anni 30
  • Frate cappuccino Luigi Maria da Verona al secolo Domenico Flangini di anni 72
  • Agostino Bianchi, oste Alla Rosa di anni 43
  • Stefano Lanzetta, parrucchiere di anni 39
  • Pietro Sauro, calzettaio di anni 45
  • Andrea Pomari, cavapietre in Avesa di anni 42

Il processo, per lo più sommario, decreta la colpevolezza di tutti gli imputati che vengono condannati a morte mediante fucilazione. La sentenza verrà eseguita nei giorni 16 maggio, 8 e 18 giugno 1797 nel vallo di Porta Nuova.

Il sussulto d’orgoglio dei cittadini veronesi è stato soffocato dal sangue dei martiri.

Una laconica scritta incisa su la lapide posta nella Piazzetta delle Pasque Veronesi, già “Piazzetta delle case abbruciate” ricorda per sempre: “IL NOME DI QUESTA PIAZZA RAMMENTA LA INVASIONE FRANCESE I LIBERI SENSI CITTADINI L’ULTIMO GIORNO DI VENEZIA REPUBBLICA” – APRILE 1797

Dott. Maurizio Bonciarelli

Napoleone e la politica come nuova religione civile – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Napoleone e la politica come nuova religione civile – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Riportiamo l’intervista condotta al prof. Andrea Caspani, già docente di storia e filosofia e dirigente scolastico, e direttore della rivista Linea Tempo. Itinerari di ricerca storica e letteraria (www.lineatempo.eu). Ha svolto per vari anni il coordinamento del tirocinio e il laboratorio di didattica della storia per le SSIS. Ha pubblicato vari studi di didattica della storia e di storia moderna e contemporanea, fra cui Memoria storica e insegnamento della storia (2003); La storia italiana: una questione d’identità (2005), Storie scelte. Elementi e pratiche di una didattica della storia (2008) L’Italia di Manzoni (2011), La prima follia mondiale chiamata guerra (2014). Ha curato la mostra storica del Meeting di Rimini: Testimoni della verità nell’Italia in guerra. La resistenza cancellata (2007). Cogliamo l’occasione del bicentenario della morte di Napoleone per riflettere su questa figura, soprattutto in un’ottica didattica.

Ci fu un Napoleone giovane generale liberatore ed esportatore della Rivoluzione francese, ma anche un comandante militare che ha occupato e depredato i territori conquistati. Forse la prima cosa che colpisce quando si studia Napoleone è la complessità della sua figura, motivo per cui è difficile coglierlo con un giudizio troppo semplificatorio. Quali sono gli aspetti principali della sua vicenda?

È proprio vero che Napoleone è una figura complessa, basti pensare a come lo ha descritto il Manzoni quando si chiese se “fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”. Voglio dire che è una figura che ha degli aspetti che affascinano e altri aspetti che fanno dubitare della sua grandezza; però, quello che a mio avviso è fondamentale è che Napoleone è una figura fondamentale per il successo della Rivoluzione francese: senza di lui, anche se la storia non si fa con i se, la Rivoluzione francese non avrebbe avuto quel valore di svolta della storia europea, e non solo, che invece ha avuto. Non dimentichiamo, infatti, che Napoleone comincia ad assumere un ruolo significativo quando i momenti più tipici della Rivoluzione francese, e cioè l’89, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, l’esecuzione del re, il Terrore sono già realizzati. Lui in quel tempo era un giovane di belle speranze, il suo momento di svolta sul piano militare e anche politico è nel ‘93 quando Barras gli chiede di impedire un colpo di Stato monarchico e lui lo fa con grande risolutezza, e poi da lì comincia la sua ascesa, gli sarà affidato il comando dell’armata d’Italia, e comincerà il cammino di giovane liberatore, ma – come sappiamo bene noi italiani – anche di saccheggiatore dei beni artistici italiani. Ma per restare sul tema della complessità, mi viene da dire che la stessa formazione di Napoleone è stata per così dire complessa. Lui è figlio di patrioti corsi che erano stati al seguito di Pasquale Paoli, il grande patriota e fondatore della Repubblica corsa, che era stata consegnata dai genovesi ai francesi per l’impossibilità di reprimere l’insurrezione del popolo corso. Grazie al padre che era abile sul piano “diplomatico” e che dopo la sconfitta di Paoli aveva cercato di ingraziarsi i nuovi padroni francesi, era stato mandato in Francia a studiare nelle scuole militari, ma nell’animo restava fondamentalmente un patriota corso, quindi ha l’ideale della nazione che ha un fondamento religioso (non a caso Pasquale Paoli era religioso), ma che è anche un ideale tipicamente illuministico, ed è questa mediazione dell’illuminismo che permette a Napoleone di appassionarsi progressivamente agli ideali della Rivoluzione francese, che in un primo momento lui ritiene compatibili con la libertà della sua patria corsa. Infatti, subito dopo la fase liberale della Rivoluzione, nel 1790 Pasquale Paoli ritorna trionfalmente in Corsica e si mette a governarla in nome dei nuovi ideali, e per Napoleone la piccola patria e la grande patria sembrano componibili. Il momento della svolta emerge nell’epoca del Terrore con lo scontro tra Pasquale Paoli e i giacobini, perché Paoli non vuole arrivare alla scristianizzazione e a rompere i legami con la tradizione e con le libertà e le autonomie. Le libertà e le autonomie sono una prospettiva diversa dal concetto di libertà della Rivoluzione francese. E’ in questo contesto che Napoleone e la sua famiglia scelgono la Francia, per cui Napoleone torna in Francia e diventa l’ufficiale che comanda l’artiglieria francese nell’assedio di Tolone e contribuisce a riconquistare Tolone, dove c’erano i monarchici e gli inglesi, e questo è un po’ l’inizio della sua carriera politico-militare. 

Il punto decisivo concettualmente è questo: quello che fa sì che Napoleone abbandoni il riferimento alla piccola patria corsa è l’idea della centralità della politica (e della conquista del potere) per dare senso alla vita nella sua globalità, cioè che nella realtà terrena gli ordinamenti politici non possono essere legati a qualche riferimento di tipo religioso oppure naturalistico, ma sono il regno dell’umano, ovvero libera creazione razionale dell’uomo che, nella misura in cui segue la fiaccola “umanistica” degli ideali illuministici, Liberté Égalité Fraternité, impegnandosi a realizzare la volontà generale del popolo, evita ogni scivolamento nel nichilismo e mostra come la politica sia più grande della religione nella sua pretesa di trasformare il mondo e l’uomo. Napoleone si rende conto che la Rivoluzione non può essere semplicemente affermazione di ideali e politica del Terrore verso chi non è rivoluzionario, ma che occorre operare una netta cesura con il passato per operare una decisa riorganizzazione dell’intera vita sociale, capace di mostrare che i principi rivoluzionari sono in grado di realizzare una nuova qualità di vita per i popoli che seguiranno questa strada.

Questa prospettiva segna un po’ tutta la prima fase della sua carriera, quella appunto da Tolone alla repressione dei monarchici, a Parigi, alla Campagna d’Italia del ‘96/’97, fino alla campagna d’Egitto. Però negli stessi anni si rende conto che se la Rivoluzione francese consiste solo nell’imporre con le armi nuovi principi di libertà non può avere un successo duraturo (perché il criterio della verità politica è il successo) e allora comincia a considerare quanto e come del passato sia necessario ricomprendere all’interno della nuova visione. 

Questo secondo me caratterizza tutta la sua seconda fase, cioè quella dal colpo di Stato del 1799 all’inizio della pacificazione con la Chiesa, all’instaurazione dell’Impero fino al matrimonio con Maria Luisa d’Asburgo del 1810. Questa seconda fase è interessantissima, infatti, non a caso, è stato accusato di cesarismo, di aver tradito gli ideali della Rivoluzione francese, ecc.; in realtà lui ha inglobato caratteristiche dei sistemi passati in una nuova cornice, ad esempio ricrea una nobiltà, perché per costituire il nuovo soggetto politico, lo Stato rivoluzionario, occorre individuare dei quadri qualificati, ma ora è una nobiltà del merito rivoluzionario.

Allo stesso modo trasforma l’esercito da guardiano della Rivoluzione ad ascensore sociale, perché se il fondamento della sovranità è la nazione in armi allora chi è in grado di comandare uomini e vincere battaglie è anche in grado di collaborare a costruire la politica di potenza della Francia rivoluzionaria.

Allo stesso modo si comporta nel riorganizzare amministrativamente il paese, nel ristabilire la pace religiosa e soprattutto nell’elaborare i nuovi principi giuridici che dovranno guidare tutti gli aspetti della rinnovata vita sociale (la riforma del Codice civile è un’opera che ha lasciato il seme dei principi rivoluzionari nelle legislazioni europee di tutto l’Ottocento).In tutte queste riforme Napoleone è assolutamente realista nel senso pieno della parola, cioè capisce che se la politica deve essere il regnum hominis deve governare tutto in modo ragionevole, e infatti non è un caso che dagli inizi dell’Ottocento ristrutturi l’organizzazione complessiva del paese.

Secondo lei quando si parla di Napoleone non si corre il rischio di soffermarsi comprensibilmente solo sull’individuo, trascurando il fatto che se ha potuto fare quello che ha fatto, è perché godeva anche dell’appoggio della borghesia e aveva dalla sua parte l’esercito?

Certamente conta il carattere di Napoleone, risoluto, abile, opportunista, ma conta anche il fatto che ha saputo interpretare lo spirito del tempo. Questo ci aiuta anche a capire perché Hegel stesso descrisse il suo ingresso a Jena con quelle famose parole “Ho visto lo spirito del mondo a cavallo”. Hegel aveva colto che Napoleone rappresentava lo spirito del tempo, nel senso che è colui che capisce che si può consolidare la Rivoluzione soltanto se i nuovi principi diventano non tanto dei riferimenti simbolici, come per esempio era stato il cambio del calendario o addirittura il tentativo di instaurare un nuovo culto religioso, quanto forma concreta della vita; allora è più importante riorganizzare i dipartimenti, stabilire la certezza del diritto secondo i nuovi principi, (che non sono totalmente rivoluzionari perché si conferma per esempio la predominanza del ruolo maschile nel matrimonio, ma al contempo si sancisce la possibilità del divorzio, cosa che in una visione da Ancien Regime non sarebbe mai stata possibile) in modo da rendere definitive alcune conquiste della Rivoluzione, come quando si stabilisce in modo netto la centralità e le caratteristiche della proprietà privata; permettendo a tutta una generazione che ha partecipato con entusiasmo alla Rivoluzione francese di essere sicuri che nessun ritorno ai privilegi nobiliari sui beni e sulle terre sarà più possibile.

Ecco in questo Napoleone è moderno, in quanto ha capito che cambiare le leggi contribuisce a cambiare la mentalità, perché la legge applicata fa cambiare nell’arco di una generazione il modo di pensare ad una realtà, non è l’enunciazione (anche ben argomentata) di un principio filosofico astratto a favorire il cambiamento progressivo della mentalità.

Non è quindi un caso che nella sua riforma scolastica e universitaria avrà un ruolo infimo la filosofia, perché non c’è più bisogno di pensare, ora c’è bisogno di agire, di organizzare e costruire (quindi incrementa lo studio delle materie scientifiche e tecniche).

E per organizzare uno Stato di nuovo tipo occorre che tutti i gangli rispondano efficacemente alle indicazioni del centro, da qui quel modello centralistico dell’amministrazione dei dipartimenti francesi, che verrà applicato come modello a tutte le regioni d’Europa che verranno conquistate e che lascerà un segno duraturo nell’ordinamento di molti paesi.

L’idea di uno Stato centralista efficiente dove si fa carriera secondo le capacità e non secondo la nascita o il privilegio sarà apprezzatissima dalla borghesia francese che ha appoggiato fin dall’inizio la Rivoluzione francese, perché c’è una cesura netta con il passato.

Ma Napoleone ha avuto il consenso anche da parte del popolo, perché per lui il popolo è la nazione in armi e la nazione deve essere vittoriosa (non dimentichiamo che il successo è la verifica della verità in un contesto in cui la politica è tutto), ma il successo va conquistato con la propria libera iniziativa e l’utilizzo consapevole delle proprie capacità.

Da questo punto di vista ciascuno, qualunque fosse la sua origine, poteva mostrare nei fatti a Napoleone le proprie capacità funzionali al successo dello Stato e insieme al proprio avanzamento sociale, come ci ricorda il famoso motto di Napoleone: “nello zaino di ogni soldato c’è un bastone da maresciallo”, e infatti molti suoi generali sono persone che si sono fatte dal nulla. 

La grandezza militare di Napoleone non risiede infatti solo nella sua visione innovativa della strategia e nell’acume personale sul campo, ma anche nella capacità di scegliere gli uomini; ha dimostrato così nei fatti che si può per certi versi piegare il destino, ovvero che il compiersi del destino è nelle nostre mani. Questo ci porta a riflettere sulla sua posizione religiosa: non è ateo, semmai ha una visione religiosa per cui Dio c’è, ma non c’entra più di tanto nella vita terrena, lo dimostra il famoso esempio dell’incoronazione imperiale nel 1804, quando prende dalle mani del pontefice la corona e se la pone da solo sulla testa; in qualche modo tutti i poteri diversi dalla politica non vengono cancellati, ma devono subordinarsi alla volontà dell’uomo di costruire il regnum hominis (un atteggiamento diverso e più rispettoso verso la religione Napoleone lo mostrerà negli anni dell’esilio, ma non dimentichiamo che anche qui gioca il criterio del successo, ora è un vinto e il Signore ha avuto più successo di lui!).

Il suo tentativo di instaurare un regnum hominis basato su un’applicazione ragionevole dei principi rivoluzionari è confermato dal fatto che, salvo qualche caso in cui si è comportato come dittatore senza scrupoli, è stato capace di trattare in modo dignitoso anche gli sconfitti: non è un caso per esempio che, giunto al culmine della sua epopea, lui pensi di instaurare un nuovo sistema europeo che abbia al centro la Francia, sposando la figlia dell’imperatore d’Austria, anche se ormai l’imperatore d’Austria non è più l’imperatore del Sacro Romano Impero, per segnalare che il vecchio sistema europeo è finito, ma che nel “nuovo sistema” c’è spazio per tutti, purché si accetti il principio che la politica diventi la nuova religione civile. 

La volontà generale che guida la politica è rappresentata da chi la interpreta: finché c’è lui, e finché lui vince, è lui l’interprete del popolo francese, e non solo francese, ma anche di tutti quelli che sostengono la rivoluzione, e questo spiega il successo che ha avuto in tante parti dell’Europa; anche quando parte per la famosa Campagna di Russia sono tanti gli italiani che partono volontari, è vero che l’Italia era sotto il controllo napoleonico, però è anche vero che molti sono partiti proprio credendo in lui, e questo documenta quanto la sua prospettiva fosse affascinante.

Naturalmente oggi siamo consapevoli che Napoleone era portatore di un ideale astratto di rivoluzione politica,  perché sappiamo che col crescere dell’egemonia napoleonica sull’Europa è cresciuto un movimento che riteneva parziali e astratti gli ideali della Rivoluzione, un movimento che culturalmente possiamo definire romantico, e che politicamente è stato il movimento del risveglio delle nazioni, non a caso la battaglia decisiva che conclude l’epica napoleonica non è stata una battaglia della disastrosa campagna di Russia, ma la battaglia di Lipsia del 1813, che è chiamata anche la battaglia delle Nazioni contro Napoleone.

In questo senso l’ultimo tentativo politico di Napoleone (i famosi “cento giorni”) sarà un tentativo di riverniciare la sua prospettiva politica a partire dall’ideale della libertà della nazione francese, ma, come ben sappiamo, ormai la sua parabola era finita.

Nonostante la complessità della figura prima richiamata, è opportuno secondo lei dare un giudizio, o bisognerebbe evitare di sovrapporre interpretazioni morali che leggano anacronisticamente uomini e fatti del passato?

Questa è una domanda di metodo: lo storico innanzitutto è chiamato a comprendere il dinamismo della realtà e a capire il senso di una svolta che accade in un determinato periodo storico, non è chiamato a giudicare moralmente in prima battuta il personaggio, il partito o il movimento che è da studiare. In questo senso uno storico vero può studiare senza pregiudizio anche un personaggio o movimento come Hitler o i nazisti e dire che hanno svolto un importante ruolo storico; a maggior ragione questo vale per Napoleone, che sicuramente non è paragonabile alla ferocia e alla disumanità di Hitler. 

Se inquadriamo Napoleone nel suo contesto occorre riconoscere che ha dato una notevole svolta alla storia moderna, anche se, guardando alla sua prospettiva da un punto di vista globale, possiamo affermare che prevalgano le criticità sugli elementi positivi. 

La storia è sempre un’avventura dell’uomo alla ricerca del significato della vita nella realtà terrena: concezioni come quella della cancel culture del passato in nome degli ideali politically correct attuali, non sono concezioni storiche, sono concezioni ideologiche, che finiranno quando finirà il politically correct

Guardando l’epoca rivoluzionaria dal punto di vista storico si può dire che Napoleone è stato un punto di svolta della storia moderna e contemporanea, perché ha inaugurato un periodo storico centrato sull’idea della rivoluzione, ovvero che la politica è la nuova visione inglobante del mondo e questo ha segnato un’epoca che secondo alcuni studiosi arriva fino al 1989, ovvero l’epoca in cui la politica è tutto, sia che al centro ci sia la politica giacobina o i nazionalismi o invece la politica comunista o fascista o nazista. Da questo punto di vista è stato molto interessante il lavoro di François Furet, che è partito individuando i punti deboli dell’interpretazione marxista della Rivoluzione francese, per sviluppare un’interpretazione originale e acuta della visione “politicista” della Rivoluzione.

Tra le opere che ci ha lasciato, alcune sono interessanti anche per capire in modo sintetico la figura di Napoleone: ad es. il Dizionario critico della Rivoluzione francese dedica spazio all’età napoleonica e alla figura stessa di Napoleone.Furet mette poi in luce nel libro Il passato di un’illusione che c’è un parallelismo tra la concezione di Rivoluzione della Rivoluzione francese e quella della Rivoluzione bolscevica, che ha caratterizzato, come ci ricorda Eric Hobsbawm, il secolo breve che è appena terminato. Quindi è veramente interessante notare come Napoleone sia all’origine di un ciclo storico che mette la politica al centro di tutto. Alla luce di questo, per capire Napoleone sono più utili libri come quello di Furet piuttosto che le varie biografie su di lui, che magari indugiano molto sui particolari, come gli amori che ha avuto, che però non sono decisivi.

C’è qualche altro personaggio della storia a cui si sentirebbe di accostare Napoleone?

Non solo per le sue grandi capacità militari ma anche per le intuizioni politiche che hanno condizionato il periodo storico a lui successivo, Napoleone si dice tradizionalmente che vada messo a confronto con altri due personaggi che hanno fatto compiere grandi svolte alla storia, Alessandro Magno e Cesare. C’è qualcosa di vero in questo parallelismo se teniamo il confronto sul piano dell’analogia, perché sicuramente le concezioni del senso della storia dei tre erano molto diverse. Però è vero che Alessandro Magno cambia il senso della storia greca e così Giulio Cesare con la storia romana. Sono state svolte storiche globali perché non hanno riguardato solo una serie di conquiste, ma anche un modo di concepire la politica, lo stato, il potere, che diventano diversi da quel momento in poi. Costoro sono tra gli individui cosmico-storici di Hegel, e in questo senso Hegel era davvero attento alla dimensione storica, anche se noi poi possiamo criticare la sua interpretazione filosofica immanentistica della storia, ed è la dimostrazione di quello che dice anche Augusto Del Noce, che occorre fare un’interpretazione transpolitica della storia, cioè bisogna leggerla in profondità, al di là dei particolari e dei dettagli, individuando i punti di svolta della storia e mettendo a confronto gli ideali.

Quale potrebbe essere un’indicazione didattica utile per chi deve insegnare Napoleone nella scuola secondaria?

Sul piano didattico punterei molto sul fatto che la storia è fatta dagli uomini e non dalle strutture, quindi una figura come quella di Napoleone metodologicamente è utile da approfondire. E’ importante poi riuscire a collegare la sua figura con la problematica culturale e politica del periodo, piuttosto che approfondire la dimensione militare del suo Impero.

Certamente Napoleone fu un genio militare, ma questi aspetti vanno ridotti all’essenziale, perché il focus è mostrare come lui ha interpretato il suo tempo e cercato di guidare la storia in quel periodo.

Un’ultima indicazione didattica: potrebbe essere interessante, mentre si sviluppa la storia del progetto napoleonico, fare un flash con la storia d’Italia, perché nel 1796, quando arriva in Italia invitando a realizzare delle repubbliche sorelle di quella francese, innesta per certi versi l’idea dell’unità d’Italia. Ma Vincenzo Cuoco, che è stato un patriota filofrancese, e che ha vissuto in diretta il fallimento della Repubblica partenopea, perché il popolo dell’Italia meridionale ha preferito seguire gli Insorgenti e tornare sotto i Borboni piuttosto che restare sotto i liberatori francesi, studiando i motivi del fallimento del progetto di “liberazione” rivoluzionario, comunica al giovane Manzoni l’idea che le rivoluzioni imposte ai popoli non possono funzionare e che le vere rivoluzioni possono realizzarsi solo riscoprendo le proprie tradizioni e virtualità: nasce da questi dialoghi l’ideale del Risorgimento italiano, che è quindi una visione ben diversa da quella della Rivoluzione francese. Ricordo a questo proposito il saggio del Manzoni La Rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. Osservazioni comparative, che dice che quella francese è una rivoluzione sbagliata perché fondata su principi astratti, mentre quella italiana è una rivoluzione positiva proprio perché vuole realizzare una realtà che già era insita nel popolo. L’Italia infatti è «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor»; perciò il compito è quello di ritrovare l’indipendenza in nome dei valori tradizionali, ecco il senso dell’idea del Risorgimento.

Didatticamente diventa perciò interessante svolgere prima la Rivoluzione francese e il progetto napoleonico e poi mostrare come già in radice l’idea del Risorgimento italiano fosse diversa.

Alessandro Cortese

Francesco legge Dante: un commento alla lettera apostolica Candor Lucis aeternae – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Francesco legge Dante: un commento alla lettera apostolica Candor Lucis aeternae – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Il 25 marzo 2021, Solennità dell’Annunciazione del Signore e giornata nazionale dedicata alla riscoperta delle opere di Dante Alighieri (il “Dantedì”, istituito dal Consiglio dei ministri il 17 gennaio 2020), papa Francesco ha emanato la lettera apostolica Candor Lucis aeternae (“Splendore della Luce eterna”, dalla prima frase della versione originale in latino del documento), interamente dedicata al Sommo Poeta.

Con questa lettera, consultabile anche sul sito istituzionale della Santa Sede – http://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20210325_centenario-dante.html (25-04-2021) -, il Santo Padre non solo si accoda ai numerosi uomini di cultura e delle istituzioni, intellettuali o semplici appassionati che da tutte le parti del mondo hanno decantato, in queste settimane, le opere del poeta fiorentino, scomparso a Ravenna esattamente 700 anni fa.

Con tale lettera papa Francesco vuole infatti rafforzare la continuità del suo magistero con quello dei predecessori. Non poche sono state, nel passato più o meno recente, le parole spese dai Romani Pontefici per esaltare le opere dell’Alighieri e, allo stesso tempo, per suggerirne la lettura e l’approfondimento spirituale alle comunità cristiane di tutto il mondo.

Non è un caso quindi che, dopo una breve introduzione in cui il papa individua in Dante colui che, meglio di molti altri, «ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore» [pag. 2], Francesco dedichi una buona parte della lettera a presentare i principali interventi pontifici su Dante sin dai tempi di Benedetto XV (autore, nel 1921, della lettera enciclica In praeclara summorum, interamente dedicata al Poeta). In questo senso la Candor Lucis aeternae rappresenta uno strumento straordinario per poter ripercorrere, secondo una prospettiva originale, la storia della Chiesa cattolica nell’ultimo secolo.

Il Santo Padre sofferma la sua analisi storica in particolare sul rilancio della figura di Dante Alighieri durante il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), al termine del quale Paolo VI, oltre ad emanare la lettera apostolica Altissimi cantus per il settimo centenario della nascita di Dante, donò ai padri conciliari una copia della Commedia.  A seguito del rinnovamento conciliare e dinanzi alla necessità di individuare modelli culturali in grado di arginare la crisi educativa della società europea, divenuta lampante soprattutto dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, si può notare come i papi e la Chiesa abbiano sempre più individuato in Dante e nelle sue opere  un’ancora di salvezza per il Vecchio Continente. Si legge infatti nel documento papale che «l’opera di Dante […] è parte integrante della nostra cultura, ci rimanda alle radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, rappresenta il patrimonio di ideali e di valori che anche oggi la Chiesa e la società civile propongono come base della convivenza umana, in cui possiamo e dobbiamo riconoscerci tutti fratelli» [pag. 6]. La citazione precedente rappresenta forse il passo cruciale della lettera, scritta da un papa latino-americano, giunto dalla “fine del mondo”, che si sente profondamente europeo e che individua in Dante un araldo dell’europeità e della fraternità cristiana.

L’attenzione successiva di Francesco si sofferma sul valore strettamente educativo della Commedia, in cui il viaggio attraverso le tre cantiche rappresenta un «paradigma della condizione umana» [pag. 7] e in cui il Dante-pellegrino assume la fisionomia del «profeta di una nuova umanità che anela alla pace e alla felicità» [pag. 8]. Nella Commedia, sottolinea Francesco, Dante si fa paladino della libertà dell’uomo e della ricerca di Dio, vengono esaltate le virtù della misericordia e della giustizia, trova spazio l’eroicità tipicamente femminile di Maria, Beatrice e Lucia e la povertà di Francesco d’Assisi.

La proposta educativa di Dante, ribadisce il Santo Padre nella parte conclusiva del testo, rimane attuale ancora oggi perché «il suo umanesimo è ancora valido» [pag. 14] ossia perché è ancora in grado, come pochi altri casi, di parlare direttamente al cuore dell’uomo e di indirizzarlo alla ricerca di quel Dio in grado di colmare le speranze profonde dell’umanità. È per questo motivo che, come si può leggere in conclusione alla lettera, il papa invita la cristianità a divenire “compagna di viaggio” di Dante e intraprendere, insieme a lui, quell’unica Via che permette di «vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità» [pag. 13].

A noi insegnanti, insieme a tutto il mondo intellettuale di questo Paese, è dunque richiesto di lasciarsi conquistare dalla bellezza delle opere del Sommo Poeta e, di conseguenza, divenire testimoni della modernità del messaggio dantesco per un’umanità che ha sempre più sete di speranza e di pace.

Stefano Sasso

L’uomo senza volto – (Newsletter n.9 aprile 2021)

L’uomo senza volto – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Paese: USA – Durata: 114 minuti – Regia: Mel Gibson

Recensione 

Un ragazzino sogna di essere celebrato come eroe dall’accademia militare e dai membri della sua famiglia, il suo punto di riferimento è John Wayne, ma il suo bisogno più grande è quello di colmare il vuoto di una figura paterna assente.

Tra il 12enne Chuck Norstadt e l’insegnante Justin McLeod (Mel Gibson) nasce un legame di amicizia che per entrambi costituisce la trama di un percorso di crescita personale; Chuck cerca un padre/guida per fuggire la mediocrità di un contesto familiare in cui non riesce a trovare un suo spazio, Justin, rimasto sfigurato dopo un grave incidente, prova ad autopunirsi rifugiandosi in una vita solitaria fatta di musica, scultura, pittura e poesia. 
L’uomo senza volto rivela quasi subito la natura ambivalente di un ‘eroe’ diviso tra zone oscure e obblighi morali; natura che si rispecchia in un viso per metà perfetto e per metà devastato dalle cicatrici di gravissime ustioni e rimanda al personaggio Due Facce della serie di fumetti Batman.

L’arrivo di Charles porta una ventata d’aria fresca nella vita tormentata del professore; con lui può tornare ad insegnare, ma non solo: torna a parlare, a sorridere, a scherzare, a confortare… ad amare; nonostante il pregiudizio delle persone che li circondano che non riescono ad andare oltre l’apparire e non colgono la bellezza che traspare dalla relazione tra il professore e il ragazzo. La colpa di cui il professor Mc Leod viene accusato è quella di amare il suo alunno, di amarlo come un vero padre, come quel padre che Charles non ha mai avuto accanto, di abbracciarlo con l’innocente speranza di un semplice conforto.
Impara o vattene, è il motto un po’ sbrigativo del processo educativo di Justin e Chuck, spinto da un forte desiderio di conoscenza, vince la repulsione iniziale per la deformità corporea e dei modi poco ortodossi del maestro, per progredire in un percorso di conoscenza, ma soprattutto di scoperta di sé. Il filo conduttore della loro relazione è l’impostazione di un educazione “al maschile” l’incentivo a cogliere la sfida e la necessità di porsi sempre obiettivi ambiziosi. Chuck proclama la sua voglia di cambiare il sistema e il desiderio di staccarsi in volo da terra per vedere le cose dalla giusta prospettiva (bellissima la scena del volo con il piccolo aeroplano sospeso sopra le acque dell’Atlantico).
In una società bigotta che finge di essere rivoluzionaria per poi fermarsi alla superficie della verità e osservare solo una parte del volto, l’amicizia tra Chuck e Justin resiste alla maldicenza e alla illazione e rivela la tristezza di un mondo che, se trasformato in palcoscenico, costringe ognuno a recitare una parte, a discapito della scoperta di sè.

L’uomo senza volto può essere definito un racconto di formazione che esalta il tema dell’amicizia senza mai cadere nel retorico, ma soprattutto fa riscoprire la bellezza dell’insegnamento in cui l’adulto, l’insegnante, affianca e guida il ragazzo nel suo percorso crescita, con il desiderio di portarlo alla scoperta di sé e dei propri talenti.
Il finale riprende i cappelli lanciati in aria del sogno di Chuck nel prologo: oltre il muro di folla, il saluto di Justin, del maestro all’allievo, è un messaggio di incoraggiamento e speranza di chi ha percorso un tratto di strada al suo fianco e ora è pronto a farsi da parte per lasciarlo entrare nell’età adulta.

Francesca Guglielmi

Dante Filosofo – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Dante Filosofo – (Newsletter n.9 aprile 2021)

     In occasione del centenario della morte di Dante, un secolo fa Benedetto Croce scrisse il saggio Poesia e non poesia in Dante, sostenendo che accanto a brani lirici di imponente grandezza (Farinata degli Uberti, il conte Ugolino, Ulisse ecc.) il resto del poema si potesse considerare tessuto connettivo con divagazioni filosofiche e teologiche del tutto obsolete. Il saggio era funzionale alla concezione estetica del Croce, ma non coglieva l’essenza della concezione dantesca. La sua Commedia è una solida architettura di idee che ha operato la sintesi tra la cultura classica e il mondo cristiano.

La struttura presenta un canto di introduzione e tre cantiche di trentatre canti ciascuna racchiusi in rigorosa terza rima. Compaiono centinaia di personaggi che con la loro storia personale soddisfano la fame di conoscenza del poeta e qualche volta vengono incontro al suo desiderio di vendetta. Il poema è una cattedrale di idee, folto di statue, ma senza nascondere la rigorosa architettura gotica sottostante, lo stile architettonico più innovativo rispetto all’antichità classica.

     Dante è vissuto nel XIII secolo, per certi aspetti il più glorioso della cultura italiana. Il secolo inizia con san Francesco, un uomo moderno nel senso che somiglia più a noi che agli uomini dell’età classica. È il primo che si accorge del paesaggio, degli animali, della realtà che lo circonda, dove tutte le cose proclamano di non essersi fatte da sé, perché le ha fatte un altro, Dio, che perciò merita ogni attenzione. La notizia più importante è che Dio si è fatto uomo per condurre l’uomo a Dio. Il presepio di Greccio aveva il valore di una testimonianza totale: rievocare il Natale come era avvenuto la prima volta a Nazaret in Palestina.

     Il secolo prosegue con san Tommaso d’Aquino, l’intellettuale più rigoroso che viene conquistato dal realismo di Aristotele. In quel momento, specialmente a Parigi, di Aristotele si apprezzava la logica e la filosofia della natura. Tommaso e il suo maestro Alberto Magno sono convinti che la grandezza di Aristotele vada cercata soprattutto nella metafisica e nell’etica in grado di umanizzare gli usi e costumi ereditati dalla società germanica.

     Dante crebbe in una Firenze dominata dalla fazione dei Guelfi: Federico II era morto nel 1250 e il figlio Manfredi nel 1266, nel corso della battaglia di Benevento che cancellava la rotta dei Guelfi avvenuta a Montaperti nel 1260, quando fu solamente Farinata degli Uberti a impedire che Firenze venisse rasa al suolo. Il partito dei Guelfi era dominato dall’affarismo più scatenato. Uniche oasi concesse alla cultura erano gli Studia generalia dei Domenicani a Santa Maria Novella e dei Francescani a Santa Croce dove venivano discusse le tesi di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura mediante lezioni aperte al pubblico e frequentate anche da Dante. Questi apparteneva a una famiglia che possedeva due poderi, ma vantava la presenza di un trisavolo cavaliere, Cacciaguida e perciò in qualche misura aristocratica, perché non amava i “súbiti guadagni” di chi “Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene”.

     Dante è essenzialmente un autodidatta. Certamente ci furono alcuni soggiorni di studio a Verona nei primi anni dopo l’esilio, dove poté esaminare i codici della biblioteca capitolare e a Bologna, sede della più famosa facoltà di diritto civile. In Firenze, il personaggio più in vista era Guido Cavalcanti che aveva fama di filosofo. Dante sentiva che la sua posizione era tra gli aristocratici, coloro che in guerra andavano a cavallo, mentre in tempo di pace poteva partecipare ai tornei letterari suscitati dall’entusiasmo per il “dolce stil nuovo” che aveva eclissato la fama della scuola poetica siciliana. Il frutto maturo di questa stagione è la Vita nuova, il mirabile libretto in versi e in prosa che fece di Dante il più promettente letterato della città.

     Col nuovo secolo, Dante si impegnò anche in politica, ma il suo insuccesso fu completo. Assistette allo scontro delle fazioni interne ai Guelfi, ossia tra Bianchi e Neri, i partiti che facevano capo ai Cerchi e ai Donati. Dante non apparteneva al partito dei Donati che risultarono vincitori. Essi si affrettarono a imbastire un processo per baratteria terminato con la condanna a morte di Dante che per due mesi aveva esercitato la carica di priore. Il poeta si trovava fuori di Firenze e vi rimase per il resto della vita. I fuorusciti Bianchi tentarono per qualche anno di radunare un esercito formato dai feudatari del Casentino, ma senza successo. Dante, deluso dalla politica, decise di “far parte per se stesso”, conquistato da un progetto filosofico. Gli uomini sarebbero sempre rimasti fuorviati se non partecipavano a un convivio di sapienza che li scampasse dall’errore. Iniziò il progetto del Convivio che doveva essere un trattato in lingua volgare composto di quattordici canzoni, ciascuna seguita da commento, più un trattato introduttivo. Dopo quattro canzoni il progetto si interruppe. Si deve supporre  che Dante sia rimasto folgorato dal progetto della Commedia, un poema a cui avrebbero posto mano “e cielo e terra” per spiegare a tutti in lingua volgare, ma con l’allettamento del verso, la filosofia di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura, in grado di ricondurre Chiesa e Impero nel proprio ordine razionale, assicurando agli uomini la pace e la felicità. Sembra che i primi sette canti dell’Inferno siano stati composti intorno al 1304 e i critici ritengono che siano canti tipicamente fiorentini.

     Dante scriveva un ottimo latino che impiegò per il De vulgari eloquentia e per il De monarchia, ma non era un umanista alla maniera del Petrarca che cercava la gloria con la poesia latina.

Dante perciò è poeta-filosofo perché si propone di rendere accessibile la conoscenza della filosofia esposta in latino da san Tommaso anche a coloro che non conoscono quella lingua. Gli episodi lirici della Commedia hanno il compito di attirare mediante drammatizzazione l’attenzione del lettore, ma perché accolga la conclusione filosofica e teologica del problema affrontato.

Se chi legge la Commedia fosse serio, al termine della lettura del poema dovrebbe apparire una persona trasformata in radice. Proverebbe ripugnanza di appartenere al gruppo degli ignavi che non scelgono né il bene né il male, finendo come “color che non fur mai vivi”, rifiutati anche dall’Inferno. Inoltre il sapiente lettore saprebbe che nell’Inferno i dannati sono divisi secondo il loro peccato più grave. Si può peccare per debolezza, per malizia o per matta bestialità. Nello stesso girone vengono condannati alla medesima pena coloro che hanno mancato gravemente contro una virtù. Infatti, la virtù è come il culmine tra due bassi avvallamenti occupati dai vizi per eccesso e per difetto. Ad esempio, il coraggio è il culmine tra la codardia di chi teme anche la propria ombra e la temerarietà di chi presume di sé e si espone per spavalderia a pericoli inutili. La pena segna il contrappasso rispetto alla colpa: i golosi che in vita si sono dedicati alla scoperta di sapori sottili e rari, trascurando la sobrietà del cibo e della bevanda, sono condannati a vivere in “grandine grossa, acqua tinta e neve/ per l’aere tenebroso si riversa; / putre la terra che questo riceve” (Inf. VI, 10-12).

     Forse è bene capirsi. Da due millenni e mezzo c’è l’accordo, e non solamente in occidente, che un uomo vale per le qualità possedute. Ne esistono quattro –prudenza, giustizia, fortezza, temperanza- che risultano fondamentali perché ogni altra qualità umana si può ascrivere come parte potenziale a una di quelle citate. Tali virtù si acquistano con la costante ripetizione degli atti corrispondenti e si perdono con la loro omissione. Non può essere considerato virtuoso un uomo carente in modo grave anche di una sola delle virtù indicate.

Alasdair McIntyre con un libro divenuto famoso, Dopo la virtù, dimostrò che non esiste una fondazione filosofica della morale più valida di quella presente nell’Etica nicomachea di Aristotele.

Dante è vissuto in una città dilaniata dai contrasti tra partiti guidati da famiglie rivali, ha assistito all’incendio delle case dei nemici politici, alla loro cacciata in esilio, ai loro tentativi di rientrare alla testa di un esercito che a sua volta avrebbe cacciato dalla città i perdenti di oggi. In termini monetari si potrebbe affermare che le spese di guerra, notoriamente improduttive, erano infinitamente superiori ai profitti che si potevano sperare e perciò risultava spaventosa la condizione della Romagna “che non è mai sanza guerra nel cuor dei suoi tiranni”. La geografia dell’Inferno, con la presentazione icastica dei dannati sottoposti alla legge del contrappasso diventa la più splendida dimostrazione della verità della filosofia di san Tommaso d’Aquino, divenuto il più grande interprete di Aristotele.

    Il Purgatorio è un’esigenza di ragione: se in Paradiso si entra solamente quando i conti con la giustizia sono stati pareggiati, occorre il soggiorno in un luogo di purificazione che renda ciascuno “puro e disposto a salire alle stelle”. I personaggi qui incontrati da Dante e Virgilio rivelano il rimpianto del tempo perduto per non aver aderito a un programma razionale di vita. Ora si trovano a dover ascendere la montagna dalle sette balze, ossia la purificazione dalle scorie del peccato. Incantevole l’episodio di Casella il cui amoroso canto fa dimenticare per un poco alle anime di “ire a farsi belle”, sollecitate dal rimprovero di Catone: “Che è ciò, spiriti lenti?/ qual negligenza, quale stare è questo?/ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio/ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto/: nel corso della vita terrena solamente l’arte è in grado di consolare e riempire la vita di un uomo. 

     Virgilio conduce Dante fino al culmine della montagna, metafora della ragione che conduce ogni uomo ad ammettere la possibilità dell’esistenza di Dio. Dante con ogni probabilità poté riflettere sull’affermazione di san Tommaso d’Aquino che non si deve credere per fede ciò che si può comprendere facendo uso della ragione. Esiste perciò la teologia che è lo sforzo della ragione umana per introdursi nel mistero divino reso manifesto dalla fede, che a sua volta risulta dalla piena adesione dell’uomo alla rivelazione divina. Dante perciò affronta il giudizio circa le tre virtù teologali di fede, speranza e carità. Superato l’esame può entrare nel Paradiso e salire fino all’Empireo passando attraverso il cielo della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove e di Saturno. Infine, preceduto dalla supplica di san Bernardo di Chiaravalle alla Vergine, viene ammesso all’ultima visione, a contemplare il mistero della Trinità.     

La grandezza di Dante filosofo e d’aver rispettato i campi di competenza altrui: egli considera come il suo peggior nemico Bonifacio VIII, ma ne contesta solamente le scelte politiche che non condivide, senza rifiutare la religione del papa inventandone una nuova. Quando Enrico VII accenna a rivendicare i diritti del Sacro Romano Impero, Dante si pone immediatamente al suo seguito indicando quali sono i diritti dell’Impero. L’Imperatore ha ricevuto direttamente da Dio il potere e deve provvedere al bene della pace superiore ad ogni altro per la vita dei cittadini. Papa e Imperatore hanno il compito di assicurare a ciascun uomo, il primo la vita eterna e il secondo la felicità sulla terra. Perciò Papa e Imperatore devono collaborare, essendo ciascuno autonomo nel proprio ambito di competenza. Nella realtà le cose andarono diversamente. Enrico VII venne in Italia, alcuni comuni lo rifiutarono, il papa si trovava ad Avignone e non andò a Roma per l’incoronazione, mentre vi andò Roberto d’Angiò re di Napoli per impedire ad Enrico VII di rafforzarsi in Italia. Infine l’imperatore morì nei pressi di Siena lasciando ogni cosa più confusa di prima. Dante perdette definitivamente la possibilità di ritornare a Firenze, dovette “salire e scendere per l’altrui scale” imparando “quanto sa di sale il pane” così ottenuto. Trovò rifugio presso Can Grande della Scala a Verona e da ultimo a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, dove concluse la redazione del Paradiso.

Prof. Alberto Torresani