Leggere per piacere – Come far crescere l’amore per i libri nei bambini dai 5 agli 11 anni – (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Leggere per piacere – Come far crescere l’amore per i libri nei bambini dai 5 agli 11 anni – (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Marcello Bramati, Lorenzo Sanna – Sperling & Kupfer, 2017

L’utilità della lettura a partire dall’infanzia e, poi, nel corso della vita è una di quelle verità universalmente accettate e ripetute come un mantra in tutti gli ambiti che abbiano a che fare con l’educazione. 

Più raro è trovare chi dia suggerimenti e proponga percorsi collaudati per appassionare i bambini e gli adolescenti a una pratica che oggi vede la forte e schiacciante concorrenza di altri strumenti.

Ci soccorre questo pratico libretto, strutturato a mo’ di sandwich tra la prefazione di Cecilia Randall (pseudonimo dell’Autrice della fortunata serie di Hyperversum) e la postfazione di Pietro Vaghi (Autore di Scritto sulla mia pelle, un bel romanzo di formazione). All’interno vi scoviamo una dovizia di preziosi suggerimenti e indicazioni di buone pratiche.

Gli Autori, Marcello Bramati e Lorenzo Sanna, sono insegnanti di lettere e padri di famiglia e ben riuniscono nelle proprie persone le competenze dei due diversi ruoli.

L’impostazione del libretto è estremamente pragmatica. Dopo un accattivante test per i genitori (da fare senza imbrogliare, mi raccomando!) e uno per i (potenziali) lettori, teso a evidenziarne i diversi profili (dal lettore accanito fino a quello disinteressato e prevenuto), Bramati e Sanna ci conducono per mano attraverso un metodo, simpaticamente denominato “delle 6 S”, che viene successivamente declinato per le diverse tipologie di lettori.

Mi permetto di menzionare brevemente alcune delle S proposte.

Innanzitutto quella di Squadra. Come recita il celebre e forse abusato proverbio africano “per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”, oggi più che mai l’educazione rischia di naufragare se non è fondata su concrete e virtuose alleanze: tra famiglia e scuola, tra genitori e genitori, tra compagni e amici e anche – perché no? – con un libraio di fiducia. 

Senza dimenticare naturalmente la S di Specchio, non a caso nel libro proposta per prima, a significare che l’esempio fondamentale i bambini lo ricevono dai genitori e dalle loro abitudini.

Ho apprezzato particolarmente il ruolo che gli Autori attribuiscono alla lettura ad alta voce, Strumento per eccellenza nel percorso proposto. Questa S ulteriore ci rimanda alle letture fatte ad alta voce ai bambini, alle declamazioni (tutti sappiamo per esperienza quanto un testo appaia diverso e giunga a conquistarci quando pronunciato da un bravo lettore), ai moderni audiolibri, per i quali si spezza doverosamente una lancia.

Quando, cinque anni fa, il libro veniva pubblicato, stavano già diffondendosi nelle scuole le buone pratiche di lettura libera in classe secondo i dettami del Writing and Reading Workshop, diffuso in Italia da Jenny Poletti Riz (di cui è appena uscito Educare alla lettura con il WRW. Metodo e strumenti per la scuola secondaria di primo grado, scritto con Silvia Pognante per la Erickson). Per quanto Sanna e Bramati non vi facciano cenno, alcune convergenze di vedute sono sorprendenti, confermando ulteriormente la validità dell’approccio.

Suggellano il volume alcuni consigli di lettura, distinti per tipologia di lettore.

Insomma, partendo dalla constatazione che, come diceva Italo Calvino, “si legge solo per amore”,  o “per piacere” come preferiscono esprimersi i nostri Autori, sono benedetti tutti i tentativi per far scoccare nei figli-alunni la Scintilla (altra S) dell’amore per i libri. Scintilla che innesca un processo preziosissimo negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, e che solitamente prosegue, magari alternando stagioni diverse, negli anni della maturità. 

Daniele Marazzina

Il Colombre (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Il Colombre (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

di Dino Buzzati

Al posto della recensione di un film, in questo numero offriamo ai nostri lettori un piccolo omaggio natalizio, la registrazione audio di uno dei racconti più significativi di Dino Buzzati,

“Il colombre” (pubblicato per la prima volta nel 1966 nella raccolta “Il colombre e altri cinquanta racconti), letto per noi da Eleonora Zoppi, insegnante di scuola media e amica del Centro Studi, a cui va il nostro grazie.

https://drive.google.com/file/d/1x-rnMPGm2wnaVfrtS-u08N8D6ZWVoVOZ/view?usp=sharing

Elena Zoppi

Leggere per crescere – la proposta didattica de Il libro fondativo (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Leggere per crescere – la proposta didattica de Il libro fondativo (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Intervista alla professoressa Fiorenza Farina

Abbiamo chiesto alla prof.ssa Fiorenza Farina, laureata in Pedagogia e insegnante di scuola primaria in pensione, di illustrare ai nostri lettori lo scopo dell’associazione “Libro fondativo”, del cui comitato didattico fa parte.  Nel loro sito si trova che essa è “un gruppo di insegnanti che da anni lavora in rete perché nell’attività scolastica sia possibile gustare e fare un’esperienza completa del testo letterario”.

Partiamo dal nome che avete scelto per la vostra attività, “Libro fondativo. Per incontrare l’umano”. Può raccontarci il significato di tale espressione, che – è facile immaginare – contiene già tutto o quasi il senso del vostro lavoro? 

Questa particolare espressione, libro fondativo, vuole dire una cosa semplice: i testi letterari sono in grado di incontrare l’umanità della persona che legge o ascolta, e, attraverso i contenuti proposti dall’autore, di contribuire a costruirne l’identità. Un insegnante cosciente di questo può proporre ai suoi alunni dei testi (anche brevi) che suscitino domande e piste di lavoro. C’è un particolare fondamentale: la lettura integrale deve avvenire in classe e deve essere fatta dall’insegnante. Come pure la riflessione sui temi trattati va condivisa in classe.

Naturalmente la scelta del testo è fondamentale. Deve essere fondativo, deve rivelare, cioè, la natura dell’uomo: l’uomo costituito di anima e corpo e l’uomo che percepisce, insieme alla sua grandezza, il proprio limite e la propria fragilità.

Passando alla vostra storia, quando avete dato vita a questa iniziativa? E quali sono state le ragioni particolari che ne sono state alla base? 

Nel 2009 partecipai insieme a Maria De Nigris, insegnante nella scuola primaria dell’Educandato statale agli Angeli di Verona, ad un corso di aggiornamento presso la scuola La Traccia di Calcinate (fondata da Franco Nembrini).  Il titolo era “In forma di parola” e relatore Paolo Molinari, un nostro amico insegnante di Verona, allora Direttore Didattico della scuola Sant’Angela Merici di Desenzano. Lui fece una proposta convincente e io e Maria decidemmo di verificare nelle nostre classi se la lettura di un libro poteva veramente offrire quello che era stato detto.

Insegnavamo in due quarte della primaria: io all’IC1 a San Giovanni Lupatoto e lei a Verona. Decidemmo di leggere “Magellano” di Stefan Zweig, nella versione ridotta che aveva scritto Molinari stesso.  Per entrambe fu un’esperienza travolgente che segnò una svolta nella nostra professione.

Penso che l’unica ragione che ci ha mosso sia stata proprio quella coscienza della potenza della letteratura che prima non avevamo.

Da sempre io leggevo in classe Pinocchio o Andersen, ma senza rendermi conto di quello che potevano suscitare in termini di domande esistenziali e di lavoro culturale.

Non per niente il nostro primo corso s’intitolò “Il potere delle storie”.

Poi nel 2013 abbiamo editato il nostro primo libro, “Il libro fondativo per incontrare l’umano” – Sestante editore, che contiene la nostra proposta. Il libro è stato scritto dopo alcuni anni di sperimentazione, non avevamo l’idea di scriverlo. Abbiamo pensato di raccogliere quelle prime esperienze precedute da una conversazione con Paolo Molinari, perché ci sembrava un contributo prezioso, anche se in fieri.

Nel 2017 abbiamo cominciato a essere presenti all’interno dell’associazione Diesse come Bottega del Libro Fondativo, trovando attenzione e collaborazione.

Da cinque anni partecipiamo, come Bottega, alla Convention annuale di Diesse e proponiamo sulla piattaforma Sofia i nostri Corsi di formazione.

La lettura integrale di testi letterari spesso a scuola non viene svolta per varie ragioni, come p. es. il poco tempo a disposizione per svolgere il programma ministeriale, o per il fatto che l’approccio ai testi privilegia le analisi stilistiche, formali, storico-sociali e non si lascia il tempo per confrontarsi con la visione dell’uomo e del mondo di cui ogni testo è portatore. Quali sono le potenzialità educative della vostra proposta? Quali consigli dareste e quali strumenti offrite a quei docenti che volessero cominciare a sperimentare nelle loro classi questa attività?

Le potenzialità sono grandi. Le esperienze che vediamo parlano di risultati importanti da due punti di vista: quello educativo e quello culturale. In particolare, il lavoro di riflessione sui contenuti permette di affrontare le domande esistenziali dei bambini/ragazzi che trovano finalmente un luogo (costituito dall’Autore, dai compagni e dall’insegnante) in cui queste domande possono essere dette e affrontate. Tutti questi aspetti emergono nei Quaderni del libro fondativo (Bonomo editore) proprio per documentare ad altri insegnanti che è possibile, anzi consigliabile, compiere vere esperienze letterarie a scuola. Le relazioni contenute nei Quaderni descrivono il tipo di lavoro avvenuto nelle classi e i risultati ottenuti, appunto, in termini educativi e culturali.

Le attuali Indicazioni Nazionali lasciano spazio a questo tipo di approccio in ogni ordine di scuola. Occorre decidere se dare spazio o no all’incontro con gli autori.

Il consiglio è quello di cominciare con un testo breve, ritagliando uno spazio all’interno delle ore di lezione, preparando l’attività con precisione, essendo sempre pronti all’imprevisto, come sempre nel campo dell’educazione.

In questo senso i Quaderni intendono offrire degli spunti concreti, per il momento su La Divina Commedia (pocket), La strada di Mc Carthy, Pinocchio, Omero.

Prima ancora, però, consiglio la lettura del nostro libro “Il libro fondativo per incontrare l’umano” che contiene la nostra proposta. Alla fine del libro è riportato il pensiero di sei importanti autori sull’importanza della letteratura: Tolkien, Bettelheim, Steiner, Kasatkina, D’Avenia, Ada Negri, Florenskij, Arslan. È una parte fondamentale.

Quindi i primi strumenti sono i libri che sono già stati editati e che segnano la strada.

Poi ci sono i nostri corsi a cui è possibile iscriversi. Inoltre è possibile consultare il blog che il nostro collaboratore/ insegnante di Torino, Paolo Ferrero Merlino, responsabile della Bottega, sta sistemando (librofondativo.com). Sul blog è possibile vedere nel dettaglio le nostre pubblicazioni.

Essendo Paolo Molinari di Verona, si può pensare anche ad un incontro in presenza con lui per impostare un lavoro in classe.

I destinatari dei vostri corsi e pubblicazioni sono soprattutto insegnanti di scuola primaria o secondaria di primo grado. Ritenete che tale metodo possa trovare applicazione anche nella scuola secondaria di secondo grado? Nella vostra esperienza ci sono classi delle superiori che lo hanno praticato? 

In realtà i destinatari sono gli insegnanti di tutti gli ordini di scuola (tranne la Scuola dell’Infanzia).

È vero che il nostro lavoro è nato nella scuola primaria, ma poi si è aperto alla scuola secondaria di primo e di secondo grado. Sono convinta che la scuola superiore possa essere un ambito privilegiato per questo tipo di lavoro, sia per l’ampia scelta degli autori, sia per la maturità degli studenti. Diciamo che il cammino è segnato dagli insegnanti che si coinvolgono. Alle scuole superiori ci sono fatti significativi anche se non numerosi come negli altri ordini di scuola.

Siamo in contatto con professori di altre città come pure siamo in contatto con altre esperienze similari: il confronto è utile e necessario per verificare la strada da percorrere.

Un’esperienza recente riguarda una professoressa dell’Istituto Tecnico Marconi di Verona. In settembre in una classe terza a maggioranza maschile, ha letto alcune fiabe di Andersen, secondo le modalità da noi proposte; c’è stata attenzione e anche coinvolgimento. Può sorprendere la scelta della lettura di fiabe alla scuola superiore, ma non dobbiamo dimenticare che Roberto Filippetti, professore e scrittore, per trent’anni l’ha fatto con successo negli Istituti Tecnici, tra l’altro ripescando magnifiche fiabe di Andersen che non erano conosciute. Del resto, Tolkien diceva che le fiabe sono scritte per gli adulti.

In collaborazione con l’Associazione Diesse, all’interno de “Le botteghe dell’insegnare”, voi proponete quest’anno un corso annuale dal titolo La fiaba: L’archetipo del racconto. Vuole illustrarci il contenuto di tale corso?

Il Corso di quest’anno, che è già iniziato, prevede l’intervento di due persone che ci aiutano ad approfondire il perché è importante leggere le fiabe: Alberto Bordin, autore de “L’osso del racconto” ed Emma Bacca.

La fiaba è una forma di racconto breve che ha lo scopo di comunicare il valore delle cose. Ascoltare o leggere una storia significa imparare indirettamente, è un’esperienza virtuale che permette di vivere situazioni dolorose e drammatiche non correndo rischi e preparando ad affrontare la vita reale. In particolare, la fiaba è il viaggio dell’eroe verso il senso delle cose: troviamo la sua fatica, la sofferenza, la bellezza, la necessità del cambiamento per offrire alla fine la speranza. Non è questo ciò di cui c’è bisogno?

“Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini lo sanno già. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti” diceva Chesterton. 

Già pensiamo al Quaderno n° 4: sarà sulle fiabe

Alessandro Cortese

Sui racconti di Dino Buzzati (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Sui racconti di Dino Buzzati (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Dino Buzzati, oltre che per i celebri Il deserto dei Tartari, ma anche Bàrnabo delle montagne, Il segreto dei Bosco Vecchio, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Un amore…, è noto, soprattutto, come autore di tantissimi racconti, la maggior parte dei quali confluiti nelle raccolte I sette messaggeri (1942), Paura alla Scala (1949), Il crollo della Baliverna (1954), Sessanta racconti (1958), Il colombre (1966), La boutique del mistero (1968), Le notti difficili (1971).  

Molti dei suoi racconti traggono spunto da fatti di cronaca.  La tipica costruzione del racconto buzzatiano ha un incipit cronachistico: nome, cognome, professione, età del personaggio. Poi lo ‘straordinario’, l’insolito si sviluppano a partire da un’ambientazione quotidiana. Da ricordare tra i tanti “Sette piani”, “Qualcosa era successo”, “Eppure battono alla porta”, “La frana”, “Direttissimo” … L’iniziale ancoraggio al piano del reale dà modo a Buzzati di passare poi a un altro piano, parallelo e ancora più profondamente reale, perché riguarda il destino dell’uomo, la sua finitezza, le sue miserie (“All’idrogeno”); le sue chiusure (“Il corridoio del grande albergo”). Uno dei più importanti è “Il borghese stregato” («Giuseppe Gaspari, commerciante in cereali, di 44 anni, arrivò un giorno d’estate al paese di montagna dove sua moglie e le bambine erano in villeggiatura…».  

Importa notare che, anche laddove l’impianto è favolistico, ad esempio ne “L’uccisione del drago”, il racconto parte da un piano apparentemente plausibile, supportato da elementi a suffragare il fatto, ma vira poi all’allegorico-moralistico (da leggere ad esempio “I reziarii”). Quasi sempre i racconti di Buzzati hanno un intento di moralità: denunciano la crudeltà degli uomini nei confronti di altri uomini, come ne “I vecchi”, “Una cosa che comincia per elle”, “Non aspettavano altro”; o degli uomini sugli animali, ad esempio ne “L’uccisione del drago”, “Vecchio facocero”; o l’ipocrisia degli uomini in generale, come ne “Il cane che ha visto Dio”; dei medici, in “Sette piani”; o dei giornalisti, ne “La frana”; la denuncia della menzogna, come ne ”Il sacrilegio”. Buzzati mette in risalto la non comunicazione per l’incapacità di ascolto; la superficialità; l’egoismo (si legga, ad esempio, “Qualcosa era successo”); il non accorgersi del male, come in “Spaventosa vendetta di un animale domestico”. Emblematico è anche “Il crollo della Baliverna”: se in realtà una causa minima produce grandi effetti, nella giustizia avviene il contrario, poiché una terribile strage non produce alcun effetto: nessuno è o si sente veramente colpevole. Il crollo è il simbolo di un crollo di certezze, quelle di poter prevedere e governare la realtà.

Il punto è che Buzzati indica sempre vie altre rispetto allo sguardo unico e acquietante di chi si accontenta di aver visto tutto, nitidamente, una volta per tutte. Vuole depistarci da una lettura lineare e logica del racconto (come in “Una goccia”), mira a non lasciarci nell’illusoria ‘spiegazione’ univoca del mondo. Certo, servono a rendere alcuni suoi racconti assurdi, ma lui non vuole dirci che il mondo è assurdo, bensì allertarci, farci sospettare che ci sia un di più di significato, vuole coinvolgerci nel suo inquieto e vivissimo interrogare il mistero. Ad esempio, nel racconto “Notte d’inverno a Filadelfia” ricostruisce un accaduto da una prospettiva che mai si saprà; in “Dolce notte” ci introduce in un modo parallelo la cui prospettiva ci sfugge.

In alcuni racconti Buzzati fa rientrare il capovolgimento delle situazioni ricorrendo all’ironia e al paradosso. Attraverso descrizioni esasperate di situazioni all’estremo del verosimile, ci fa vedere come realmente siamo. Perciò egli elabora immagini fantastiche che ci portano apparentemente al di fuori della realtà, ma in sostanza ancora più nel cuore della realtà.

Vediamo come nell’ironia di Buzzati non c’è cattiveria, semmai pietà, nostalgia di bontà, perché lui sa bene quanto complesso è l’uomo. Ecco perché il suo pessimismo sfocia a volte nell’umorismo, perché così ci permette di sorridere di fronte a un «divertente e curiosissimo fenomeno: la vita». A volte, insomma, ci ‘sorride su’.

Pungente ironia si legge nel racconto “La creazione”. In questo caso il capovolgimento consiste nel soprannaturale calato nel quotidiano. Racconta dell’opera di un Creatore, simile a un direttore d’azienda d’altri tempi, di quelli che hanno sempre tutto ‘sotto controllo’, ma il quale forse per pigrizia o compiacenza, accoglie il suggerimento di un angelo (un collaboratore del direttore?) a tal punto seccatore da convincerlo ad inserire un nuovo elemento nella sua opera armonica e bella.

Un esempio di ironia amara e di alternati punti di vista si trova ne “Il corridoio del grande albergo”. Forse Buzzati ci sta dicendo che siamo tutti ipocriti, e/o più simili di quanto non crediamo: qui l’ipocrisia è esemplificata dal senso del pudore, ma potrebbe essere riferibile ad altro: all’ipocrisia in generale, al nostro crederci “speciali”, unici e perfetti, immuni dalle ‘zozzure’ ecc., ma anche diffidenti, pronti a vedere nemici ovunque, e a difenderci dagli altri al punto di cadere nel ridicolo.

Ne “Il cane che ha visto Dio” si legge un esempio di ironia bonaria, anche se sottile: il capovolgimento della narrazione sta nel finale, perché è sostenuta dalla suspense, per cui è bene svelarlo soltanto con la lettura per intero del lungo racconto. 

Se le situazioni sono ancora più decisamente portate all’estremo del verosimile si parla di paradosso (affermazione sorprendente o incredibile proprio perché contraria alla verosimiglianza). Ma attenzione, mai il paradosso coincide in Buzzati con l’assurdo.

Si veda l’esempio di “Cacciatore di vecchi”, sul quale scrive l’autore stesso: «Le cose che ho cercato di esprimere (anche se apparentemente si presentano al contrario della realtà) non sono affatto assurde». Afferma ancora Buzzati: «Questi giovani che vanno di notte a caccia di vecchi e che non si accorgono che nel giro di una notte diventano vecchi anche loro. La mattina sentono l’urlo delle generazioni nuove che arrivano per farli fuori […] questo non è assurdo. È un concetto dilatato o compresso al massimo per cavarne fuori il significato massimo». 

Infine, due esempi di deliziosa ironia tipicamente buzzatiana.

In “Invenzioni”: qui l’ironia è tutta rivolta alla società degli anni Sessanta: sulla medicina, sul modo dell’Arte, sulle moderne tecnologie: sono tutti tipici motivi buzzatiani in cui lui l’autore fa rientrare la sua capacità di capovolgimento delle situazioni. 

Ne “Il lasciapassare”, infine, Buzzati fa lo sberleffo a chi vuole incasellare, etichettare, classificare… perfino l’Arte.

L’Associazione Internazionale Dino Buzzati

L’Associazione Internazionale Dino Buzzati è stata costituita il 19 dicembre 1988 a Feltre, dove ha la sua sede legale, e conta soci sparsi nei cinque continenti, nonché un bureau francese a Bordeaux. Ha lo scopo di promuovere e coordinare ogni iniziativa che possa contribuire allo studio e alla diffusione dell’opera di Dino Buzzati. La sua attività è orientata verso tre obiettivi principali: 1) ricerca e approfondimento critico ad alto livello; 2) raccolta e catalogazione di materiali bibliografici e documentari; 3) divulgazione. Tali obiettivi vengono realizzati mediante l’organizzazione di convegni, mostre, spettacoli, conferenze, concorsi per studenti e studiosi, assegnazione di borse di studio, nonché attraverso la realizzazione di pubblicazioni e la consulenza prestata ad altri enti e associazioni che promuovano iniziative di interesse buzzatiano. Organo scientifico dell’Associazione, con il compito di curare tutti gli aspetti dell’attività che riguardano la ricerca, la catalogazione del materiale librario, documentario e audiovisivo e la consulenza bibliografica, è il Centro Studi Buzzati, che ha sede a Feltre e assegna ogni anno borse di ricerca a laureati meritevoli.

Patrizia Dalla Rosa

Il sito consigliato – (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

Il sito consigliato – (Newsletter n.16 novembre – dicembre 2022)

A proposito di letteratura per ragazzi segnaliamo il sito del Centro per il libro e la lettura, un istituto del Ministero per la Cultura creato nel 2007 per incentivare la lettura soprattutto tra i più giovani e nelle scuole a partire dal riconoscimento del suo valore sociale.

Esso offre informazioni su bandi e progetti e un ricco repertorio di siti sull’argomento. 

https://cepell.it/

QUALE SCUOLA SUPERIORE SCEGLIERE? Come affrontare la scelta

QUALE SCUOLA SUPERIORE SCEGLIERE? Come affrontare la scelta

Giovedì 1 dicembe il Centro Studi per l’Educazione ha il piacere di invitare all’incontro inerente la scelta della scuola superiore che coinvolge ragazze e ragazzi e le loro famiglie.

Ne parleremo insieme a Marcello BramatiDocente di Lettere in scuola statale e presso il liceo paritario Faes e Giornalista di Panorama e a Lorenzo Sanna Docente di Lettere presso il liceo paritario Faes

L’incontro si svolgerà presso la scuola Virgo Carmeli

Via Carlo Alberto, 26 – Verona

alle ore 20.45

per informazioni – segreteria@centrostudieducazione.it


RUSSIA – UCRAINA: le radici del conflitto, le condizioni per la pace

RUSSIA – UCRAINA: le radici del conflitto, le condizioni per la pace

Venerdì 18 novembre presso l’Aula Magna delle Scuole Alle Stimate si è tenuto l’incontro inerente l’attuale conflitto tra Russia e Ucraina.

Di seguito il link per accedere alla registrazione dell’intervento del prof. Giuseppe Ghini, ordinario di slavistica presso l’Università di Urbino, ci aiuterà a scoprire quali siano le vere basi storiche e politiche di tale conflitto.

CLICCA QUI


Chosen (Newsletter n.15 settembre – ottobre 2022)

Chosen (Newsletter n.15 settembre – ottobre 2022)

Paese: USA 2019 – 2021– Regia: Dallas Jenkins

Una serie TV, finanziata dal pubblico, su Gesù.

È un progetto, che ha l’intenzione di narrare il “vero Gesù”, quello raccontato dai Vangeli, ma si propone anche un avvicinamento ai personaggi della storia della salvezza, costruendo delle backstories significative per molti di loro. È quindi una storia fortemente plurale.

The Chosen si ferma molto a lungo sugli amici di Gesù. Sono visti da vicino e in modo intimo. Ciò ci consente di metterci al loro posto e di ritrovarci in più di un personaggio! C’è un momento che fa da faro su tutta la serie. Gesù cerca di incoraggiare Maria di Magdala dopo una “caduta”, dicendole che l’ha riscattata, ma lei Gli risponde: “Io mi fido di te, non mi fido di me!” Sarà interessante vedere come evolverà il loro rapporto…

Gesù, interpretato da Jonathan Roumie (un attore cattolico di padre egiziano), rimane comunque il protagonista: ha un calore umano, una tenerezza, e a volte un senso dell’umorismo e una gioia che lo rendono molto amabile.

Buona visione!

Michael Dall’Agnello

Coda – I segni del cuore (Newsletter n.15 settembre – ottobre 2022)

Coda – I segni del cuore (Newsletter n.15 settembre – ottobre 2022)

Paese: Francia 2021– Durata: 111 minuti – Regia: Sian Heder

Non poco è stato lo stupore per i tre premi Oscar (tra i quali il più importante: quello di miglior film) assegnati lo scorso 28 marzo alla pellicola francese CODA (acronimo di Child Od Deaf Adults, figlio di adulti sordi) I segni del cuore. Stupore perché questo bel film, nella sua semplicità, ha sbaragliato i ben più blasonati concorrenti.

Il film è il rifacimento della pellicola francese del 2014 La famiglia Belier. Una storia molto particolare. Una famiglia di pescatori del Massachussets, i Rossi, è composta di quattro persone: Frank e Jackie, i genitori; Ruby, la sorella maggiore; Leo, il fratello minore. A parte Ruby, gli altri componenti della famiglia sono sordomuti, quindi la ragazza si trova ad essere il loro tramite con il resto del mondo: sente, parla e riesce a comunicare con la lingua dei segni. Questo la rende di fondamentale importanza per la vita stessa di tutti i membri: nel lavoro sul peschereccio come negli altri contesti quotidiani.

Come tutte le adolescenti ha un grande sogno. Sta terminando la scuola e vorrebbe andare al college per coltivare la sua passione: il canto. Divisa tra l’affetto e l’aiuto che può dare alla sua famiglia, la realizzazione di questo suo grande desiderio e un amore che sboccia, Ruby deve fare delle scelte importanti, farle capire alle persone a lei più care che, però, non possono apprezzare il suo grande talento musicale.

Pur con una trama non originale e a tratti scontata, il cast è davvero superlativo: la giovane protagonista Ruby, interpretata da Emilia Jones, il padre Frank (interpretato dall’attore sordomuto Troy Kotsur, che ha visto l’Oscar come miglio attore non protagonista), la madre Jackie (interpretata dall’attrice sordomuta Marlee Matlin) e il fratello Leo (interpretato da Daniel Durant). Affiatati, convincenti e capaci di far sentire il pubblico coinvolto nella storia. Coinvolgimento che, da una parte permette di capire alcune delle difficoltà che le persone disabili possono incontrare quotidianamente, dall’altra fanno quasi sperimentare (per alcuni istanti) questo stesso disagio: la scelta registica, infatti, di far assistere ad alcune scene in assenza di audio mette gli spettatori ancora più nelle condizioni di empatizzare con i protagonisti.

Empatia che permette di percepire la bellezza della famiglia, costruita su un amore ricco di sfaccettature e sfumature (quello coniugale in tutti i suoi diversi aspetti, quello dei genitori per i figli e quello fraterno), un amore che fa da base solida e forza prorompente per affrontare ogni difficoltà.

Il film, facendo i conti con diversi elementi davvero interessanti come la disabilità, la famiglia, amicizie e amori, non è esente da difetti cui fare attenzione se utilizzato in chiave educativa.

In primo luogo, il linguaggio un po’ volgare urta un po’ la sensibilità degli spettatori.

Inoltre, come quasi ogni film francese che si rispetti, non mancano allusioni o discorsi espliciti in ambito sessuale. Se per i due giovani questa dimensione viene vissuta con un po’ di libertà (specchio della situazione attuale), si può sottolineare come dato positivo il fatto che nei genitori tutto questo ambito è espressione fisica di un amore più profondo che fa da collante per la famiglia stessa.

Queste sottolineature rendono consigliabile l’utilizzo della pellicola più con una secondaria di secondo grado che non con una di primo grado.

Don Francesco Marini

L’utilità dell’inutile. Manifesto – (Newsletter n.15 settembre – ottobre 2022)

L’utilità dell’inutile. Manifesto – (Newsletter n.15 settembre – ottobre 2022)

Nuccio Ordine – Bompiani 2020

Prima della partenza per il mare entro in libreria con il proposto di comprare un libro che, ahimè, non c’è; mentre mi accingo cheto cheto ad andare via, però, il mio sguardo si posa su un “timido” libricino adagiato sul bancone. A primo acchito non attira la mia attenzione, sarà per quella semplice copertina beige, abbellita solo da una piccola figura geometrica a righe colorate. Una veste sicuramente poco appariscente rispetto agli abiti pomposi di molti romanzi di moda. La copertina tuttavia mi ammicca con un titolo un po’ strano, direi “ossimorico”: “L’utilità dell’inutile”.  Che strano! Mi avvicino, lo afferro e, sopraffatto dalla curiosità, cerco di conoscerlo meglio: il libro suscita in me una profonda simpatia, forse per le recensioni di noti intellettuali (non solo italiani), forse per l’accattivante presentazione dei contenuti, forse per l’alto profilo intellettuale dell’autore Nuccio Ordine. Lo compro e decido di leggerlo. 

Devo ammettere che l’esperienza è stata veramente piacevole, costruttiva e proficua, tant’è che con vivo entusiasmo ho subito consigliato la lettura ai miei amici. 

Non si tratta di un classico romanzo di formazione, né di una raccolta di racconti, ma di un fortunato saggio “manifesto” pubblicato dalla casa editrice Bompiani (la prima edizione è del 2013) e caratterizzato dalla raccolta di riflessioni aventi per oggetto i temi del sapere, della conoscenza e della ricerca. Attraverso una serie di accattivanti e limpide argomentazioni, non prive di piacevoli incontri con i volti noti e meno noti della filosofia, della letteratura e anche del sapere scientifico, Nuccio Ordine riesce a legare le “riflessioni sparse” (così le cita nella Nota all’edizione italiana del 2022) da una tesi di fondo: per fronteggiare il rischio che la nostra società degeneri nella “dittatura del profitto”, del possesso, dell’avere e, soprattutto, dell’utile, occorre coltivare un sapere che sia disinteressato, gratuito e, appunto, inutile. Probabilmente all’homo oeconomicus del XXI secolo, che si tratti di un alunno, di un impiegato, di un operaio o un dirigente, questi temi possono sembrare degni di una chiacchierata di nicchia tra pochi intellettuali. Insomma: nella società dei consumi, della produzione e della velocità, solo il “canto delle sirene” del possesso e dell’utile sembra essere in grado di ammaliare l’uomo, distraendolo dalla contemplazione della propria dignità. 

A che serve, in effetti, studiare latino, filosofia o letteratura? Oppure, a cosa giova spendere immensi capitali per finanziare la ricerca astronomica? In periodo di crisi, inoltre, non sarebbe utile finanziare prevalentemente le attività produttive? Insomma: a cosa serve la cultura “inutile”? Dà da mangiare? Non sarebbe più utile finanziare la ricerca scientifica applicata e mirata al raggiungimento di specifici obiettivi? Domande e dubbi legittimi, in quanto “nell’universo dell’utilitarismo – ironizza l’autore – un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro”, ma se volgiamo lo sguardo al quadro della storia della civiltà e ai suoi progressi immateriali, non si può negare indubbiamente il ruolo che il sapere disinteressato ha avuto per la creazione non solo di un orizzonte civile, ma anche del pensiero critico! I temi dell’amore, della bellezza, della verità e della tolleranza, per esempio, non possono affermarsi se non grazie a quei saperi che molti, purtroppo, continuano a snobbare, perché, forse, meno utili di una chiave inglese.  Oggi spesso si parla di crisi, tuttavia sappiamo che essa è una costante nella storia dell’uomo, e come insegna la parola stessa (κρίνω significa “distinguere”, “giudicare”), in tali momenti occorre fare delle “scelte”. Molto probabilmente la mente pragmatica e utilitaristica dell’uomo moderno in queste situazioni pensa a tutto ma non alla cultura disinteressata, eppure già nel 1848 un celebre scrittore (Victor Hugo), rivolgendosi all’Assemblea Costituente, spese parole che oggi suonano attuali: per uscire da una crisi non si devono fare scelte orientate solo al benessere “materiale” ma soprattutto ad accendere le “fiaccole delle menti”. Lo scrittore francese, battendosi contro i tagli alla cultura, usa espressioni eloquenti, come “pane del pensiero” e “dello spirito”, in riferimento all’istruzione che, proprio in tempo di crisi, pur se apparentemente inutile e non di prima necessità, deve essere coltivata per uscire dall’ignoranza, dalle logiche utilitaristiche del profitto e del potere e “risollevare lo spirito dell’uomo”, educandolo al bello e alla consapevolezza della propria dignità di essere umano (interessanti, a tal riguardo, i riferimenti non solo ai classici, come Seneca, ma anche ai grandi umanisti italiani, quali Giovanni Pico della Mirandola e Leon Battista Alberti). 

A questo punto, però, occorre fare una precisazione: in tali riflessioni non si insinua affatto l’idea di contrapporre le humanae litterae ai saperi scientifici. Anzi! Tale dicotomia è superata in quanto, anche grazie al contributo di un illuminante saggio di Abraham Flexner del 1937 e riportato in appendice, la ricerca scientifica apparentemente “inutile” (ispirata alla curiositas e non a obiettivi meramente utilitaristici) ha prodotto con il tempo e in modo inaspettato grandi risultati. Forse molti non sanno, per esempio, che le invenzioni di Guglielmo Marconi hanno un grosso debito nei confronti delle ricerche sulle onde elettromagnetiche svolte da James Clerk Maxwell e Heinrich Rudolf Hertz, i quali erano lontani dall’idea pratica di costruire una radio! Diciamo che Marconi è stato un abile tecnico che ha sfruttato delle conoscenze pregresse per fini pratici. Alcune grandi scoperte, quindi, affondano le loro radici in ricerche scientifiche che sono state alimentate solo dall’apparente inutilità dell’indagine. 

A cosa serve la cultura, allora? Per servire a qualcosa, non deve essere utile. 

A tal riguardo penso a una famosa sequenza del film “Quo vado” del 2016 che narra la bizzarra storia di un uomo ancorato al posto fisso. In una scena ambientata durante la fanciullezza del protagonista, un insegnante rivolge a lui e ai suoi compagni la classica domanda “Che vuoi fare da grande?” (si badi al verbo “fare”, oggi predominante rispetto ad “essere”). Le risposte sono quelle che noi, genitori e non, ci possiamo immaginare: chi il veterinario, chi il musicista, chi lo scienziato, fino a quando Checco, il protagonista, con ingenuità risponde di volere il posto fisso. Ho volutamente riportato questo episodio in quanto penso che rispecchi una parte della nostra società, la cui istruzione spesso è intesa esclusivamente come strumento atto a creare futuri lavoratori (si pensi alla terminologia che la scuola sta importando dal modo aziendalistico, come “competenze”, “strategie”, “obiettivi”, per non parlare degli infiniti acronimi). Tuttavia, come ricorda Nuccio Ordine, “far coincidere l’essere umano esclusivamente con la sua professione sarebbe un errore gravissimo”, in quanto “in qualsiasi uomo c’è qualcosa di essenziale che va molto al di là del suo stesso mestiere”. Questo “qualcosa di essenziale” consiste nel raggiungimento del “bene comune”, che può essere garantito solo uscendo dalla dimensione individualistica e rivendicando principi universalmente validi, come la solidarietà, la libertà, la giustizia, che solo da un sapere disinteressato possono essere generati.

Per usare una formula non mia ma di Edmondo De Amicis, la scuola permette all’uomo di vincere contro la barbarie e la vittoria consiste, per l’appunto, nella civiltà umana.

Carlo Giallombardo