One Child Nation-Documentario

One Child Nation-Documentario

Paese: USA – Durata: 85 minuti – Regia:  Nanfu Wang, Lynn Zhang

Questo è uno di quei docufilm che vale la pena vedere, anche se ancora solo in inglese, sottotitolato in italiano. La fruibilità è però garantita dalla disponibilità su Prime Video, piattaforma molto utilizzata.

L’autrice e regista, Nanfu Wang, è una donna cinese nata nella provincia di Jiangxi nel 1985; Nanfu si trasferisce per gli studi universitari negli Stati Uniti. Qui rimane, si sposa e ha il primo figlio. Solo allora si ricorda di come la sua infanzia fosse stata diversa, si rende conto di tante piccole cose che non tornano, come la vergogna di dire che aveva un fratello minore, cosa permessa dalla legge (dopo 5 anni dalla prima gravidanza, solo per le popolazioni di alcune zone rurali), ma non socialmente degna di lode e accettazione. 

Anche il suo nome è significativo: Nanfu significa “Maschio pilastro della famiglia”, nome che, dato ad una bambina, dice molto dei desideri della famiglia. E a lei è andata bene: nel suo paese c’è chi si chiama “Speriamo che il prossimo sia maschio”! Il figlio maschio, infatti, in Cina assicura un aiuto ai genitori anche in età avanzata; la femmina, invece, una volta sposata, diviene “proprietà” della famiglia del marito.

Dall’introduzione del divieto di avere più figli, la nascita di una bambina è divenuta una vera e propria disgrazia. La cosiddetta “Legge del figlio unico” è stata introdotta in Cina nel 1979 e aveva lo scopo dichiarato di assicurare il benessere del popolo cinese, benessere che necessitava di una diminuzione drastica del numero di figli per famiglia.

Per ottenere ciò il governo cinese non si è fatto scrupoli: si è partiti con una propaganda assillante con tutti i mezzi di comunicazione (“Meno figli per una vita felice”) e si è arrivati ad arruolare schiere di giovani medici che, di villaggio in villaggio, hanno portato sterilizzazioni forzate, aborti e infanticidi.

Aborto e infanticidio vennero e vengono tuttora perpetrati, a onor del vero, anche ad opera degli stessi familiari, altrimenti costretti a veder distrutte le loro case; e spesso le vittime sono le figlie femmine.

Di queste cose ne abbiamo forse già sentito parlare; ogni anno, affrontando in matematica il tema dei rapporti e le proporzioni, io mi soffermo con gli alunni di seconda sul rapporto numerico maschi/femmine di età 15-24 anni in Italia, nel Mondo e in Cina. In Italia è 1,00; nel mondo 1,07; in Cina 1,16. Questi numeri decimali, di primo impatto, non dicono nulla. Risultano già più comprensibili esprimendoli in modo diverso: in Italia, nella fascia d’età succitata, si hanno 100 maschi ogni 100 femmine; in Cina ci sono 116 ragazzi ogni 100 ragazze. L’innaturale squilibrio si traduce in tensioni sociali enormi, cui il governo cerca di porre rimedio vietando di conoscere il sesso del nascituro e gli aborti selettivi, ma la cosa non si sta risolvendo.

Ciò che stupisce dal documentario, è come la propaganda e l’imposizione siano riuscite a manipolare la mente della popolazione, al cui interno troviamo pochissime menti lucide che hanno compreso e che condannano la barbarie cui sono stati sottoposti; tra tutti, commovente è la testimonianza di un artista che ha iniziato a rappresentare nelle sue opere le decine di feti abortiti al termine della gravidanza, gettati nelle discariche come rifiuti biologici e quello dell’ostetrica che oggi, per espiare le sue colpe, aiuta le coppie con problemi di fertilità ad avere una gravidanza. Molti però sono gli osservatori che accettano e si nascondono dietro il “non avevamo e non abbiamo scelta, la politica era molto severa ma necessaria”, frase ripetuta tale e quale dagli stessi familiari dell’autrice. Alcuni infine, pochi, si dicono orgogliosi di aver praticato centinaia di migliaia di sterilizzazioni forzate e aborti (raccapricciante l’intervista ad una ginecologa che rideva di come una mamma, per salvare il suo bambino ancora in grembo, fuggiva nuda con il pancione, illudendosi di salvarsi dai soldati che la inseguivano).

Le immagini, ma soprattutto i contenuti, rendono il documentario vietato ai minori; ma credo sia prezioso per noi educatori aprire gli occhi ed informarci su realtà che non sono appartenenti al recente passato, ma al presente: nel 2015 c’è stato un cambio di rotta, dovuto all’evidenza che, con un solo figlio, i giovani sono troppo pochi e non possono farsi carico della grande quantità di anziani. Il governo ha quindi deciso che la felicità si ottiene con due figli: la sostanza non cambia, e neppure la forma!

Miriam Dal Bosco

L’arte di arrampicare – (Newsletter n.12 novembre – dicembre 2021)

L’arte di arrampicare – (Newsletter n.12 novembre – dicembre 2021)

Parlare di arrampicata in un’associazione che si occupa di educazione, può creare perplessità.

L’arrampicata è un’arte? In che senso? Cosa c’entra l’arrampicata con l’educazione?

Senza togliere nulla alla sua necessaria professionalità, l’educatore deve avere anche delle doti “artistiche”. Mi riferisco, per esempio, alla capacità di relazione che l’insegnante deve sviluppare con ogni studente, necessaria perché i ragazzi siano aperti a ciò che noi insegniamo. È importante anche la capacità di passare all’educato ciò che non è previsto dal programma, ma che è necessario, perché riguarda la sua vita; si pensi al rispetto per le persone e le cose, che sta alla base di qualsiasi tipo di relazione e apprendimento. È un’arte anche la capacità d’insegnare a “sognare cose belle e grandi”. Una volta ho accompagnato in gita degli alunni di IV Primaria, che, arrivati in piazza Dante a Verona, autonomamente, senza che l’insegnante dicesse qualcosa, si sono messi ai piedi della statua del poeta a recitate a memoria il XXXIII canto dell’Inferno, quello del Conte Ugolino, che avevano studiato a scuola. Si correggevano tra loro quando sbagliavano, ma con un entusiasmo incredibile, tanto che erano additati e applauditi dai ragazzi delle scuole superiori lì presenti. Dante li aveva conquistati.

Cos’è, dunque, che fa di qualsiasi attività un’arte? Credo sia il fatto che ci si trova di fronte a qualcosa di bello e grande, più grande delle nostre immediate possibilità forse, ma che fomenta la sua contemplazione e il suo servizio, anche se non ci sentiamo del tutto adeguati. In fondo è quello che succede a chi s’innamora e che vede nell’amato/a qualcosa di più grande di lui/lei, ma che lo spinge alla sua contemplazione e al suo servizio… per amore.

L’arte non si possiede solo in modo innato, nel senso che c’è chi l’ha e chi non l’ha. È il sogno che forma l’artista, come succede a chi impara a costruire una nave perché vuole vedere il mare infinito. L’artista è un artigiano che sogna con il suo lavoro. 

Ecco cosa vedo in comune tra l’insegnamento e l’arrampicata, senza per questo negare legami tra l’insegnamento e tante altre discipline: l’unità tra sogno e tecnica.

A me piace arrampicare e vedo molti che si appassionano e imparano.

Scuola e arrampicata hanno bisogno di un approccio laboratoriale, cioè non solo teorico (“Io ti spiego e poi tu esegui”), ma anche pratico: ti faccio vedere come si fa a “scrivere” e attraverso vari passaggi (a volte anche insegnando fisicamente a impugnare la matita) ti aiuto a raggiungere l’obiettivo…

Se io “amo ciò che ti voglio insegnare”, posso aprirti orizzonti d’apprendimento molto belli.

Molti bambini diventano “tifosi” della squadra che “tifa” papà! E rimangono fans della stessa squadra anche nel periodo adolescenziale, quando spesso entrano in contrasto con i genitori e rifiutano molte delle cose che propongono. Il tifo non è arte, ma ci dice che è condividendo ciò che si ama che si trasmette appieno.

Quali sono i legami tra scuola e arrampicata?

Una volta un amico mi chiese: “ Che provi quando “chiudi una via” e raggiungi l’obiettivo?”. Non so perché gli ho risposto: “E cosa prova un ballerino, quando finisce di danzare?” Certo, c’è la soddisfazione per aver danzato bene e il sentire un pubblico che l’applaude, ma prova molto di più nella danza stessa: mentre l’esegue, ne percepisce, nel fisico e nella mente, l’armonia e bellezza.

Qualche esegeta interpreta il rapporto con Dio come una danza, dove a ballare sei tu con Lui…

Io credo che ci sia una “musica” anche nell’arrampicata.

In una salita provo piacere anche durante il suo sviluppo, sebbene ansimi; il mio fisico e la mia mente apprezzano il movimento ben fatto, l’armonia dei passaggi e la loro fluidità. E poi c’è salita e salita: alcune sono più belle di altre proprio per l’eleganza con cui possono essere interpretate. Arrampicare è come risolvere un’equazione col corpo.

In un articolo, in cui s’intervistava una forte scalatrice che aveva ottenuto una grande performance, alla domanda “Come hai fatto a prepararti per “aprire” quella via?” essa, prima di parlare di allenamento e studio del precorso, ha risposto “Sapendo che potevo fallire. Per me è stata un’illuminazione. L’arrampicata è come la vita: è costituita anche da fallimenti, ma spesso è attraverso di essi che cresciamo. Dapprima perché diveniamo realisti, impariamo a conoscerci, e poi perché le cadute possono divenire una rampa di lancio per decollare: è anche attraverso i fallimenti che s’impara. In arrampicata chi vuole “aprire una via” difficile lo fa, oltre che con un allenamento specifico, tentandola decine e decine di volte, e ogni volta “volando”, cioè cadendo (con la corda ovviamente), finché non riesce a “liberarla”, cioè la conclude.

Anche a scuola l’importante non è mettersi a confronto con gli altri, ma ragionare sui margini di miglioramento personali.

“Difficile” spesso vuol dire “superiore al mio livello”. Questa è una condizione normale per chi arrampica cercando di superare il proprio livello, ma lo è anche per chi studia.

Possiamo convincere i nostri ragazzi che una cosa può essere difficile, ma non impossibile, predisponendo un valido piano inclinato che permetta loro di raggiungere l’obiettivo con gradualità, ma anche facendoli “innamorare” della cosa che devono imparare, e insegnando loro a vedere i fallimenti come un mezzo per crescere.

Un istruttore, che t’insegna ad arrampicare, deve, prima di tutto, saper scalare. Non solo, ma deve aver provato anche lui la fatica e i fallimenti che si provano esercitando quest’arte. Anche lui deve aver avuto le braccia “ghisate”, cioè dure e pesanti come la ghisa, inefficaci perché piene di acido lattico. Così può mettersi nei panni del suo allievo, capire le difficoltà che sta provando, di volta in volta, e dargli dei validi suggerimenti per superarle. Pure nell’insegnamento non basta conoscere la materia e le tecniche per insegnarla, occorre anche saper percepire le difficoltà che provano gli alunni in ogni momento dell’apprendimento, perché le abbiamo provate anche noi.

Di solito si arrampica in coppia: c’è chi sale per primo e chi lo “assicura” tenendo la corda, rimanendo in basso. Ovviamente il “primo” ogni tanto “infila” la corda nei chiodi allineati lungo la parete, per evitare di cadere fino in fondo. Il primo è chi rischia di più, e si deve fidare di chi lo assicura, che a sua volta deve stare molto attento per frenare l’eventuale caduta.

Ho visto ragazzini, pur sotto l’occhio attento degli istruttori, arrampicare e assicurare in questo modo. È una grande scuola di responsabilità: la tua vita sta nelle mie mani.

Ultimamente rimango stupito nel vedere i ragazzini della squadra sportiva, di dodici anni, fare delle salite che io mi sogno: è incredibile vedere la dinamicità dei loro gesti e le difficoltà che, con apparente naturalezza, superano. Certo non si può chiedere a un ultracinquantenne di correre i 100 m alle Olimpiadi, e così bisogna ragionare anche nell’arrampicata, ma si può capire che l’obiettivo principale per un bravo insegnante è rendere i suoi alunni migliori di lui.

Ho visto un padre e un giovane figlio che arrampicavano. A salire da “primo” era il figlio, mentre il padre, pur essendo un bravo scalatore, lo “assicurava” da sotto, tenendo la corda. Questo, secondo me, può essere il paradigma dell’educazione. Se un padre vuole educare in profondità, non risolve solo le questioni al figlio, ma, oltre ad insegnargli come si fa, lo spinge ad affrontare le difficoltà “da primo”, pur proteggendolo con l’equivalente di una corda. Credo che anche noi insegnanti possiamo agire così.

Michael Dall’Agnello

Schleicher e il “neutralismo” educativo: la realtà è meglio – (Newsletter n.5 dicembre 2020)

Schleicher e il “neutralismo” educativo: la realtà è meglio – (Newsletter n.5 dicembre 2020)

di Giorgio Chiosso (fonte: Il Sussidiario.net – 30.11.20)

Commentando un libro di Andreas Schleicher, direttore del dipartimento Educazione dell’OCSE e ideatore di celebri sistemi di valutazione internazionale, l’autore dell’articolo mette in guardia dai limiti dell’approccio funzionalistico socio-economico in campo educativo. Si rischia, infatti, di scambiare per neutrale, una prospettiva pedagogica di matrice illuministica che trascura l’importanza delle risorse non cognitive dello studente e dei valori immateriali nell’ambiente scolastico, la cui centralità emerge con tutta evidenza in questo periodo di pandemia.

Le difficoltà connesse con la pandemia in corso hanno impetuosamente rilanciato i temi della scuola e della sua rilevanza nella vita sociale e nelle biografie giovanili oggi costrette a lezioni dimezzate. Si è aperto anche il dibattito su come potrebbe essere la scuola del dopo Covid in seguito alla disponibilità delle risorse straordinarie messe a disposizione dell’Italia per la sua ripresa economica.

In questo scenario in movimento giunge come stimolo a una riflessione approfondita la traduzione del volume di Andreas Schleicher apparso nel 2018 e intitolato Una scuola di prima classe? Come costruire un sistema scolastico per il XXI secolo, ora disponibile anche in italiano (il Mulino) per il lungimirante intervento della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo di Torino.

Si tratta di un contributo importante e ricco di dati, perché pochi al mondo come l’autore dispongono di una visione globale dell’istruzione scolastica. Scritto con la passione di chi crede nel proprio lavoro, è quasi l’autobiografia culturale di una delle personalità che più hanno contribuito negli ultimi decenni a creare un nuovo modo di accostare i problemi dell’educazione e della formazione scolastica nel mondo occidentale e cioè a partire dagli effettivi risultati dell’apprendimento valutati attraverso procedure rigorose e non solo mediante il pur indispensabile confronto politico tra tesi spesso contrastanti.

Andreas Schleicher è infatti il direttore per l’Educazione presso l’Ocse, fondatore e direttore del Programma per la valutazione internazionale dello studente (il ben noto progetto Pisa), promotore di altri strumenti di analisi che hanno messo a disposizione dei decisori politici, dei ricercatori e di quanti operano nelle scuole una piattaforma con aspirazioni globali per innovare e trasformare le politiche e le pratiche scolastiche.

Il libro merita due sottolineature. La prima è rappresentata dal convinto sostegno alla causa dell’istruzione scolastica come fattore di progresso contro quanti ne denunciano la debolezza – e forse nel tempo il fatale crepuscolo – a fronte delle risorse messe a disposizione dal web e da altre modalità di formazione come ad esempio quelle gestite direttamente dal mondo produttivo. Il richiamo all’importanza della scuola risuona fondamentale specialmente in questo momento in cui la vita nelle aule scorre travagliata, intermittente, precaria con possibili gravi conseguenze sul futuro dei giovani.

Il secondo motivo di interesse è la constatazione che per cambiare e migliorare non basta elaborare mirabolanti strategie sulla carta se non si è in grado di tradurle in pratica con una programmazione basata sui dati, sulle risorse disponibili, sul sostegno sociale, su insegnanti appassionati. Un invito a una sana immersione nella realtà, tutto il resto è chiacchiera, propaganda, accademia (molto i nostri politici dovrebbero in tal senso apprendere).

La lettura del saggio è inoltre utile per cogliere la traiettoria del funzionalismo socio-economico che è alla base delle tesi dello studioso franco-tedesco molto più sofisticato e “umanizzato” rispetto alle tesi di 30-40 anni fa. L’aspirazione, neppur troppo sotterranea, resta comunque quella di dar vita a una sorta di pedagogia scolastica globale a impostazione tecnocratica in funzione dello sviluppo e del benessere. Un limite d’impronta illuministica, perché è difficile, se non proprio impossibile, dissociare l’educazione dalla sua storia, dalle tradizioni e consuetudini locali, in una parola dalla realtà delle persone. Non è che nel libro le persone non contino, ma sono come sempre disposte sullo sfondo, in primo piano spiccano i dati empirici, i confronti statistici, l’analisi delle esigenze sociali, economiche, produttive.

Il libro suggerisce anche qualche riflessione o interrogativo più critico. Troppo severo e poco storicamente fondato appare il giudizio radicalmente negativo di Schleicher sulla scuola del passato, alla quale andrebbe almeno riconosciuto il merito di aver sconfitto l’analfabetismo e di aver sostenuto i progressi delle società novecentesche. Mai nella storia umana c’è stata un’esplosione scolastica come quella del secolo scorso. Non c’è dubbio che la scuola sia stata il veicolo di ideologie spesso contrapposte (alcune anche drammaticamente totalitarie) volte a conquistare adepti fedeli, ma non si può dire che il neutralismo educativo di Schleicher sia, a sua volta, esente dal rischio di diventare ideologico, naturalmente espressione di un’ideologia non più politica, ma in questo caso segnata dall’efficientismo tecnocratico.

Nelle pagine del libro è inoltre sfumata l’attenzione verso quegli aspetti immateriali della vita scolastica che fatalmente sfuggono al censimento statistico, ma dai quali dipende la buona qualità dell’educazione. Essa non è più regolata, come in passato, da “tavole di valori”, ma è l’esito della capacità di valorizzare, accanto a quelle cognitive, le risorse non cognitive dalle quali, come dimostrano numerosi studi, tanta parte hanno non solo sul piano del successo scolastico, ma anche a livello di realizzazione umana.

Arrivati al termine del libro – scritto prima dello scatenarsi del virus – c’è da chiedersi se di fronte alla realtà che stiamo vivendo e destinata a incidere sul nostro futuro (per lo meno togliendoci molte delle nostre precedenti certezze e sicurezze) siano sufficienti le strategie funzionaliste coltivate dal direttore del programma Pisa volte giustamente a rendere più eque le opportunità formative, a potenziare la capacità degli studenti di orientarsi in un mondo sempre più bombardato dalle informazioni e a migliorare la realtà del fare e del produrre.

La mia opinione è che di fronte alla drammatica esperienza della paurosa pandemia che sta flagellando il mondo c’è bisogno di qualcosa di più e cioè di riscoprirci uniti di fronte alla precarietà della vita, solidali di fronte al dolore, partecipi dei sacrifici necessari per ridurre al limite i rischi del contagio. Attraverso il difficile momento vissuto dalla scuola ne stiamo riscoprendo l’importanza e riconosciamo il peso del valore umano delle relazioni che si stabiliscono nelle aule, apprezzando il senso di solidarietà che si stabilisce vivendo insieme perché l’incertezza e le difficoltà si superano meglio se si affrontano non da soli.

Mi sembrano segnali importanti per pensare “un’altra scuola” davvero partecipata, libera da lacci e lacciuoli centralisti, nella quale gli apprendimenti siano importanti quanto la necessità di costruire insieme una comunità solidale.

Giorgio Chiosso

Aiutami ad essere felice  – (Newsletter n.5 dicembre 2020)

Aiutami ad essere felice – (Newsletter n.5 dicembre 2020)

Già negli anni ’60 la perdita di autorevolezza da parte delle figure genitoriali ed adulte nei confronti dei giovani era stata preannunciata come una delle più acute crisi educative con tutte le conseguenze che essa avrebbe comportato sul piano della formazione e dei rapporti intergenerazionali. A distanza di quasi sessant’anni, gli effetti di questo fenomeno sono visibili in tutta la loro allarmante portata, caratterizzata anche dal progressivo disinteresse del mondo adulto per l’impegno educativo. Non ci si può lamentare se oggi risulta sempre più difficile dialogare con i giovani e se essi, di contraccolpo, presentano in tutta la loro ampiezza i segni di un crescente disagio esistenziale. E’ come se un po’ alla volta, ma oggi ancor di più, il mondo giovanile si fosse ripiegato su sé stesso, quasi senza speranze, “orfano” di modelli e di proposte credibili.

Un tema molto attuale quello dell’educazione e dell’orientamento dei giovani alla vita, eppure tanto ancestrale quanto l’essere umano, coincidente con la stessa felicità, incessante appello che da sempre sale dall’animo giovanile verso le generazioni adulte: “Aiutami ad esser felice”.  

Perché una così aperta, disarmante domanda di felicità? Le ricerche della stessa psicologia prenatale e neonatale dimostrano che già nel grembo materno questo è anche l’impulso originario, pur non ancor cosciente ma risoluto, che il bambino invia ad entrambi i genitori: “Mamma e papà, ho bisogno di voi. Ho voglia di vivere. Vi chiedo un solo dono, più prezioso di tutti: aiutatemi a crescere felice”. Basta saperlo cogliere – questo “grido”, imparando l’alfabeto dell’accoglienza e del dialogo, fin dal concepimento del bambino e poi via via negli anni della sua crescita.

E’ da queste riflessioni anche che ha preso avvio e si è recentemente sviluppato un intenso dialogo tra tre Associazioni professionali di Insegnanti italiani: l’Istituto di scienze dell’apprendimento e del comportamento prosociale di Perugia; il Centro Studi per l’educazione di Verona; la Rete Insegnanti Italia di Roma.  Dalla sinergia di queste qualificate agenzie educative, già dalla primavera di quest’anno, in piena pandemia, è nata l’idea di promuovere un corso di formazione per gli Insegnanti sul tema “felicità” e di approfondirne le modalità con cui nel contesto scolastico essa fa da sfondo e da fondamento all’imparare stesso.

Si è scelto di dare al corso un titolo “provocatorio: “Aiutami ad essere felice” e come sottotitolo: “Quella luce nei loro occhi” a sottolineare gli effetti nello sguardo e nell’animo dei ragazzi se il loro pressante invito fosse veramente ascoltato dagli adulti. Un corso che si è sviluppato a distanza, lungo 5 moduli formativi con lezioni e laboratori nel periodo novembre 2020, e che ha suscitato la viva partecipazione di cento e più Insegnanti collegati da tutt’Italia.

Lungo l’arco di quattordici ore strutturate in lezioni on-line, si sono potuti focalizzare sostanzialmente i motivi-guida che hanno fatto da sfondo allo svolgimento del corso.

Innanzitutto la riflessione sul titolo: Aiutami ad essere felice, forte sollecitazione che l’Insegnante dovrebbe esser in grado di cogliere dai suoi studenti come appello ad esser educati ad una vita buona: solo una vita vissuta per il Bello, per il Giusto, per il Buono può ricondurre la persona alla radice della sua chiamata ad “essere”. 

Poi, un approfondimento del sottotitolo Quella luce nei loro occhi, a rappresentare lo stato di stupore dell’Educatore quando coglie nel volto dei giovani la gioia di aver raggiunto un risultato, un traguardo tanto sognato e atteso, per il quale hanno sperato e lottato. Gioia di una conquista, che sostanzialmente è sana competizione con sé stessi, reale senso dei propri limiti e delle proprie difficoltà. Sguardo di realtà, ma proteso anche alle “altezze” del pensare e dell’agire, alla ricerca di senso e di metodo per la propria realizzazione: una crescita progressiva, vissuta nella consapevolezza che essa è frutto di una continua relazione con gli altri, con sé, ma anche con l’Altro, inteso come “terzo” della relazione stessa, Ideale, orizzonte valoriale che orienta, dà senso e vita. 

Un corso formativo molto impegnativo -quello sperimentato- in cui la parte più generale di riflessione teorica ben si è intrecciata con la pratica laboratoriale, declinata secondo alcuni importanti ambiti applicativi dell’insegnamento: la letteratura, la scienza, la storia e l’arte. Già dai titoli dei laboratori stessi si può cogliere il grande spessore pedagogico-didattico che ha caratterizzato il corso: Sorpreso dalla gioia. Percorsi nella letteraturaMa la scienza può dare felicità? – Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice – L’arte e la felicità, ovvero come rendere visibili le cose invisibili.

Si è convenuto che mai come oggi il tema della felicità si pone in campo scolastico come determinante finalità educativa. Il disorientamento e l’abbandono da parte della società adulta di un coerente progetto valoriale impongono domande cruciali su finalità, metodi didattici e stili relazionali, sul senso dell’educare. Ciò implica la messa in discussione anche di come gli Insegnanti vivono la loro professione e si mettono in relazione con gli studenti, quali motivazioni e domande di senso sanno far emergere nell’incessante quotidiano dialogo formativo.

Educare alla felicità, allora, è compito essenziale che coinvolge il campo dell’intelligenza socio-emotiva, cognitiva, etica.

Una finalità non dettata solo da nuovi contesti sociali e culturali. È prima di tutto un dovere morale di chi non rinuncia mai a interrogare la vita e a interrogarsi, a sperare e a lottare “per” e “con” le giovani generazioni. Come confermano a livello internazionale le più accreditate ricerche psicopedagogiche, educazione e istruzione rappresentano poli interdipendenti e inscindibili dello stesso processo formativo: nelle scuole dove si punta ogni giorno a sostenere l’impegno personale e lo sviluppo del carattere, il senso di reciproca appartenenza e di responsabilità, gli studenti sono altamente motivati a dare il meglio di sé e a impegnarsi efficacemente nello studio. Una “scuola di vita”, prima di tutto, per il conoscere, per il saper fare, per l’essere. Di questo i partecipanti al corso sono profondamente convinti e pronti a donare il meglio di sé, la loro testimonianza e tutte le loro competenze.

E’ in gioco la felicità dei nostri giovani. E di questo se ne sono assunti tutta la responsabilità in un patto di reciproco impegno a proseguire insieme con coraggio.

Michele De Beni

La storia? un viaggio nell’umano  – (Newsletter n.5 dicembre 2020)

La storia? un viaggio nell’umano – (Newsletter n.5 dicembre 2020)

Intervista al prof. Paolo Molinari, che sabato 14 novembre 2020, ha tenuto il laboratorio di didattica della storia all’interno del corso “Aiutami a essere felice. Quella luce nei loro occhi”.

Professore, lei ha voluto che il suo laboratorio cominciasse con la lettura di un breve estratto tratto dal suo libro Magellano, che contiene questo passaggio “L’umanità viene durevolmente arricchita soltanto da chi ne accresce la coscienza e la conoscenza creatrice”. Perché?

Perché è esemplificativo di come deve essere insegnata la storia nella scuola, ossia come una narrazione. La storia come disciplina deve, in altre parole, riuscire a trasmettere e proporre un senso ai fatti che si vanno presentando. Sono dell’idea che la storia non sia una scienza oggettiva, di cui le fonti sarebbero i dati puri, anche perché i fatti in sé, come diceva Nietzsche, sono stupidi. Uno dei motivi per cui la storia non appassiona gli studenti è proprio perché non è più una narrazione, ma è ridotta nella prassi didattica comune a un insieme di fatti, di accadimenti; ma il semplice accadere non basta ad interessare. Penso che sarebbe molto meglio mettere lo studente di fronte a più interpretazioni dei fatti del passato tra cui  scegliere. Tra i moltissimi esempi, si potrebbe fare quello delle guerre greco-persiane, il cui senso sta nel fatto che esse costituiscono l’inizio della civiltà europea. Un altro esempio è il Codice di Hammurabi, che termina l’elenco delle leggi con questa bellissima e importantissima frase: “…e il mio cuore trova pace”. Insomma, la storia va presentata sì come una serie di eventi e azioni che, però, va accompagnata da un’interpretazione, che abbia come criterio di giudizio, come è scritto nel brano letto all’inizio, ciò che ha accresciuto la coscienza dell’umanità.

Dal punto di vista della storia come interpretazione che conferisce un senso, cosa dice dei manuali di storia?

I manuali oggi sono tutti uguali e, per come sono costruiti, presentano i fatti, anche in abbondanza, ma sono privi di narrazione, vuoti di senso perché senza un’interpretazione, almeno esplicita. Estremizzando un po’ spesso dico che il manuale sta alla storia come l’elenco telefonico sta alla vita. Nell’elenco ci sono i nomi di tutte le persone, ma quello che manca è la vita. Ovviamente quella del manuale di storia è pur sempre una falsa neutralità: c’è sempre qualcuno dietro. Del resto non esiste neutralità, ma, come disse Omero, “nessuno” è sempre il nome di qualcuno. Aggiungo che prima prevaleva l’eredità idealistica, poi quella marxista. Non a caso oggi la storia sui libri di testo è presentata quasi esclusivamente come un movimento di grandi processi sociali, economici, culturali ecc., che sovrastano i singoli, cosa che io non nego del tutto, ma essa dovrebbe essere innanzitutto un viaggio nell’umano. Penso anche che a proposito del manuale di storia ogni insegnante dovrebbe farsi il suo. 

Lei, nel suo intervento, ha sottolineato che un altro obiettivo dell’insegnamento della storia è quello di attualizzare il passato. In che senso?

Per attualizzazione del passato intendo che lo studente deve poter paragonare i motivi e gli ideali che hanno mosso le azioni degli uomini e delle donne del passato con ciò che muove al presente la sua vita. L’ipotesi che sottostà a quello che intendo per attualizzazione è che la storia è mossa dalle stesse forze che muovono l’uomo di sempre, anche di un ragazzo di oggi. Da qui il titolo del mio laboratorio: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”. Se si fa capire che le esigenze di giustizia, libertà, amore ecc. che hanno guidato gli uomini in passato sono le stesse che lui sente dentro di sé, allora lo studente si può immedesimare e la storia gli apparirà molto più interessante. Certamente le dinamiche storiche rimangono dei tentativi approssimativi di concretizzare queste esigenze. Ma questo, ancora una volta, è possibile solo attraverso una didattica della storia intesa, come dicevo prima, come narrazione. 

Un’ultima domanda: perché ha collegato la storia alla costruzione dell’identità?

Perché la storia da sempre in tutte le società (basti pensare alla figura dello sciamano) è identitaria, è alla base dell’identità. La storia più della letteratura forma l’identità. Per sapere chi sei tu, mi devi raccontare la tua storia, questa era la caparra che le vecchie generazioni trasmettevano alle nuove. Questo è un aspetto della storia quanto mai attuale, dal momento che l’uomo senza storia è uomo senza identità; e questo, a mio avviso, è una delle componenti della fragilità dei ragazzi di oggi. Un ragazzo di oggi si concepisce senza passato e per questo si ritrova senza identità. Manca la storia come costruzione della persona. Oggi si vogliono individui senza passato e senza radici, un esempio chiaro delle conseguenze di questa concezione dell’uomo sono i giovani musulmani in Francia che pur essendo di terza generazione, cresciuti in famiglie non praticanti e frequentando le scuole laiche francesi diventano preda dell’ideologia islamista e si mettono a fare i terroristi o i foreign fighters. Per contrastare questa fragilità verso il fanatismo di qualsiasi genere occorre lavorare sull’aspetto culturale, aiutare i ragazzi a comprendere da dove vengono per aiutarli a capire chi sono veramente. L’ideologia, anche quando malata, è sempre risposta ad una esigenza umana ed una delle più profonde è quella di appartenere a qualche cosa di più grande che dia un senso alla vita. Questo lo aveva detto anche Hannah Arendt mostrando come il nazismo sia sorto dalla concezione nichilistica della vita che si era diffusa nel popolo tedesco a causa della terribile sconfitta in guerra e della devastante crisi economica. Non dimentichiamo, inoltre, che la Seconda guerra mondiale non scoppiò per motivi economici, ma ideologico-spirituali.

Alessandro Cortese

Non uno di meno – (Newsletter n.4 novembre 2020)

Non uno di meno – (Newsletter n.4 novembre 2020)

Paese: Cina – Durata: 102 minuti – Regia: Zhang Yimou

Il maestro Gao, insegnante della scuola elementare di un misero paesino rurale della Cina, deve assentarsi per un mese per assistere la madre ammalata. Il capo villaggio, quindi, assume come supplente Wei Minzhi, una ragazzina tredicenne senza alcuna esperienza, ma unica disponibile della zona, promettendole una ricompensa di 50 yuan. Prima della partenza il maestro, scettico circa le capacità di Wei, raccomanda alla ragazza di badare agli alunni e di sorvegliarli attentamente in modo da ritrovare, al suo ritorno, l’intera classe e non un alunno di meno: in tal caso la ragazza avrebbe ottenuto un ulteriore ricompensa di 10 yuan da parte sua.

Wei, completamente impreparata al compito di supplente affidatole, cerca, come può, di mantenere la promessa. Quando Zhang, il suo alunno più “difficile” perché irrequieto e irrispettoso, non si presenta a scuola poiché costretto ad andare a lavorare in città per saldare i debiti della famiglia, Wei abbandona il resto della classe per andare a ricercare caparbiamente la “pecorella smarrita” e riportarla a scuola. 

Il regista ci mostra due volti di un paese di forti contrasti, di diversità, di metropoli e villaggi, di tradizioni e di modernità. Dapprima ci fa conoscere quello rurale, arretrato, poi quello urbano e caotico.

La prima parte del film ci rivela la povertà e la miseria che dominano vaste aree della Cina rurale dove la povertà si riflette anche sulla scuola in cui anche un singolo gessetto è un bene da non sprecare. In questo contesto di povertà e di miseria si inseriscono quindi le piaghe dell’abbandono scolastico e del lavoro minorile di cui sono vittime non solo Zhang, costretto ad andare a lavorare in città, ma anche la stessa supplente che è in possesso della sola licenza elementare.

In questa prima parte si può anche assistere al cambio dell’approccio didattico di Wei, che passa da uno inadatto a coinvolgere la scolaresca (ossia obbligare gli alunni riluttanti a ricopiare dalla lavagna dei testi che lei trascriveva da un libro) a un metodo partecipativo in cui i bambini, pieni di entusiasmo, si impegnano ad aiutare la maestra nel calcolo di come poter guadagnare i soldi per andare in città alla ricerca di Zhang. 

La seconda parte del film è invece ambientata nella città in cui Zhang è andato per lavorare ma in cui in realtà si è perso. Lì regna il caos e il ritmo frenetico: ognuno è concentrato solo su se stesso e le persone non hanno nemmeno il tempo per fermarsi a leggere l’annuncio cartaceo con cui Wei ricerca il suo alunno.

L’unico mezzo per catturare l’attenzione della gente è la televisione. Infatti è proprio grazie ad essa che Wei riesce a ritrovare Zhang e a far conoscere al grande pubblico, sensibilizzandolo, la drammatica realtà dell’educazione nelle campagne dove spesso i bambini sono costretti a lasciare la scuola e con essa la possibilità di un futuro migliore.

Giada Faggian