Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

di Valerio Capasa (fonte: Il Sussidiario.net – 18.06.2021)

Se è vero che la Dad non ha creato, ma semmai aumentato la disaffezione dei ragazzi per la scuola, anche quella in presenza, urge ripartire dal desiderio di felicità.

Cala il sipario sull’anno scolastico più farsesco di cui abbia memoria. L’occhio casca sugli Europei di calcio proprio in coda agli scrutini, e il cervello finisce per intrecciare i fili: “povera Turchia! Sta perdendo 3 a 0 alla prima partita. Peccato però, anche loro si sono allenati, e hanno viaggiato fino a Roma. Dài, questo 0 passa a 3. Tutti d’accordo?”. Il calcio è così giusto, irrimediabile, mentre nel regno dell’irrealtà tutto si può truccare. Meno male che gli scrutini devono rimanere segreti…

Riavvolgiamo il nastro. L’ammutinamento pugliese non è uno spartiacque epocale? Dopo 14 mesi di Dad, alla domanda se volessero tornare in classe, circa il 98% dei liceali ha risposto di no. Più o meno è come non avere il pallone né il campo né le porte. Ci arrangiamo: due pietre per terra e un po’ di scotch attorno a quattro fogli di giornale. Man mano però la palla di carta comincia a sfaldarsi, e quando provvidenziale appare il miraggio di un campo in erba e di un pallone di cuoio, scopri che a mancare, in realtà, era la voglia di giocare. L’impressione è di chattare d’amore per un anno e mezzo con una ragazza, invitarla a uscire e sentirsi rispondere che domani no, deve studiare, dopodomani nemmeno perché c’è la prima comunione della nonna, e intanto sai per certo che esce con un altro; però la mattina dopo chatta con te, sempre sull’amore, con citazioni favolose.

Uno si immagina pianti, analisi, riflessioni… Niente, tutto come prima. Spiegazioni, verifiche. Verifiche, spiegazioni. Forse abbiamo un problema (vox clamantis in deserto), mica sarà colpa solo della politica scellerata o dell’adolescenza balorda: magari va cambiato qualcosa. Non abbiamo tempo per disquisizioni sui massimi sistemi. Incapaci non dico di una visione, ma almeno di una lacrima, di un urlo, di un abbraccio, preoccupati solo di tirare avanti la carretta. Perché non siamo zona rossa né arancione né gialla né bianca: siamo “zona grigia” (così Primo Levi chiamava il mostro della complicità).

Terza scena: un’ordinanza impone di chiudere gli scrutini entro il termine delle lezioni. Ergo, tutti i voti e le assenze vanno inserite non oltre il 31 maggio. Tradotto: dall’1 giugno ritiratevi tutti. E giustamente, se non mi punti alla tempia la pistola scolastica, nemmeno mi collego. Perché io e l’impiegato della posta non abbiamo altro da spartire se non la bolletta; col panettiere almeno si scambiano quattro chiacchiere; fra insegnanti e studenti, invece, neppure quelle. Un legame quasi quotidiano di uno o più anni, l’educazione come compito, la potenza della tradizione in mezzo, la vita come sfondo di ogni parola: eppure, messi i voti e le assenze, a giugno cala un gelo che nemmeno con l’impiegato o con il panettiere. Niente da dirsi, niente da condividere. Distanziamento.

Ti guardi intorno – lo scrive ancora Primo Levi – “sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate”. Troppi amici e colleghi, obnubilati da un ottimismo oppiaceo, non appaiono turbati dai fiori che appassiscono. Forse non ne coltivano, forse si consolano che morto un fiore se ne fa un altro, forse i loro sono di plastica. Pontificano che la Dad non ha creato il problema ma l’ha svelato. E hanno ragione. Tuttavia è come dire che le armi non sono la causa della violenza ma portano a galla quella già latente: se però diamo le armi in mano a chiunque, non aumentiamo la violenza? Idem la Dad: non ha creato il problema: l’ha svelato, e l’ha anche aumentato. Il contesto può aiutare oppure ostacolare, non è ininfluente.

Ora, dopo quasi un anno e mezzo, tiriamo le somme. Quanti morti di Covid fra gli adolescenti? Quasi nessuno. In compenso dispersione scolastica fuori controllo, problemi psicologici, psichiatrici, oculistici e fisici in aumento, deficit di attenzione alle stelle, ossia molta più fatica ad ascoltare, a leggere, a relazionarsi. Dovremo farci i conti, con la fase post-traumatica, altro che ritorno alla normalità! Esiste per fortuna un vecchio antidoto: la superficialità, che “ogni stento, ogni danno, / ogni estremo timor subito scorda”, come insegnano le pecore del Canto notturno.

Per questo, adesso, tutti al mare! Covid free. School free. Aveva visto giusto Leopardi quando scriveva che “mali veri” e “mille negozi e fatiche” distraggono gli uomini dal “conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità”. Fra Covid, compiti e vacanze, ci dimentichiamo quello che davvero abbiamo da condividere: il desiderio della felicità.

A meno che martedì 8 giugno non vivi tre ore consecutive di italiano, con 9 studenti in presenza e 13 collegati da casa, liberamente, solo per finire le Ultime lettere di Jacopo Ortis; o che mercoledì 9 un alunno che non ha propriamente la sensibilità di un poeta possa dispiacersi perché un sanguinamento della bocca gli impedisce di collegarsi; o che sempre il 9 un’altra alunna ti aspetti sotto casa mezz’ora dopo la fine delle lezioni per confrontarsi con te sulla sua estate; o che, dopo 15 mesi senza vedersi, l’11 giugno ti ritrovi al parco con una classe, un pallone, una chitarra, parole e sguardi veri; o che il 14 giugno vai al mare con loro, per condividere la vita: non è una rivoluzione? non è l’annientamento della farsa?

Alla fine dell’anno c’è chi si produce in post tronfi di “grazie a tutti” e “resilienza”, chi si fa una pizza insieme, chi si augura buone vacanze, chi si regala cornici, bracciali, dediche e complimenti. Ma qui c’è da regalare il proprio tempo, la propria estate. Più chiaramente: c’è da regalare se stessi.Perché in questi mesi qualcuno ha combattuto strenuamente, come un eroe greco: un duellante su vaso a figure rosse, un Achille in primo piano che sfida Ettore, con i mirmidoni e i troiani sullo sfondo. Eppure viviamo una stagione in cui più che mai il potere si è buttato a mordere sui legami, e allora urge una res publica, da eroi romani, che combattono insieme per fondare una città.

Valerio Capasa

DANTE – Un giovane di 700 anni che non può restare parcheggiato sul comodino – (Newsletter n.9 aprile 2021)

DANTE – Un giovane di 700 anni che non può restare parcheggiato sul comodino – (Newsletter n.9 aprile 2021)

di Gianluca Zappa (fonte: Il Sussidiario.net – 25.03.2021)

Secondo l’autore, insegnante, l’anniversario dantesco è l’occasione quanto mai opportuna per rileggere Dante, specie in questo periodo di incertezza e angoscia generale. Non lo dobbiamo lasciare sul comodino, ma fare i conti con lui, con la sua parola profetica e coraggiosa.

“I Budda vanno sopra i comodini” cantava Franco Battiato in Magic Shop, un brano del lontano 1979, che era un’entrata a gamba tesa contro la stupidità del consumismo arrembante. All’epoca, figuriamoci oggi! Il  Budda che stavolta corre il rischio di finire sul comodino si chiama Dante Alighieri. Veramente è già finito sui meme, sui social, negli spot pubblicitari, nei biglietti di auguri, nei messaggini che accompagnano i cioccolatini… Cosa non si fa e non si farà in questo 2021, settecentesimo anniversario della sua morte! C’è una ditta di abbigliamento che propone una maglietta per adolescenti con la stampa, in bella evidenza, di una frase che Dante non ha mai detto. Riguarda la fama umana, ma è una parafrasi, anzi, magari lo fosse: è un riassunto di quello che Dante scrive nel canto XI del Purgatorio! Se un verso ha da finire su una maglietta, che sia per lo meno un vero verso! Niente da fare.

Del resto il genio di Dante ha prodotto un’opera densa di tanti endecasillabi folgoranti (che dicono un paesaggio, uno stato d’animo, un evento, un’esperienza, un mondo, addirittura un mistero inesprimibile), che è inevitabile saccheggiarla come un ricchissimo serbatoio di immagini. E in fondo è giusto così: i grandi poeti, è noto, sono quelli che dicono la parola che tutti volevano dire, ma che non riuscivano a trovare, sono quelli che riescono a leggerci meglio di quanto noi non siamo capaci. Quindi ben vengano i versi di Dante anche sulle magliette, anzi, sarebbe bello che ognuno indossi la maglietta col verso che ritiene “suo”, quella che più lo descrive, lo conforta, lo aiuta, gli illumina la vita. Ma perché questo accada, bisogna fare i conti, in modo serio, con l’autore e con la sua opera.

In verità a me sembra che Dante sia come una bella donna alla quale nessuno, o pochissimi, proprio per la sua straordinaria grande bellezza, osano avvicinarsi. Oppure come un tesoro prezioso riconosciuto da tutti, noto a tutti, sulla bocca di tutti, per ottenere il quale nessuno vuole impegnarsi ad usare la pala. Sì, qualche verso biascicato, più o meno verificato; qualche episodio famoso più o meno conosciuto e pochissimo compreso; qualche terzina recitata a memoria come una filastrocca, un po’ come il “m’illumino d’immenso” di Ungaretti; sì, qualche episodio della sua vita, retaggio dell’istruzione scolastica, un po’ di gossip su quella storia con Beatrice alle spalle di Gemma… Tutta questa fuffa sì, va bene. Ma fare della Divina Commedia quello che può diventare davvero, per tutti, e cioè il libro della vita dentro il quale non si finisce mai di penetrare… questo è un altro paio di maniche. Il Budda sul comodino, appunto. 

Il fatto è che Dante e il suo “poema sacro” mettono paura. Là dentro, lo si sa bene, ci sono troppe cose: più di seicento personaggi con le loro storie, spesso tratte dal mito, spesso da un mondo medievale sideralmente lontano da quello contemporaneo; e poi riferimenti dotti ad altri poeti e teologi e filosofi; e allegorie difficili, alcune anche impossibili da decifrare (per cui bisogna mandare a memoria non solo l’allegoria, ma anche tutte le interpretazioni dell’allegoria, entrando in un imbuto senza fine che toglie il respiro); e poi astronomia, e scienze dell’epoca (trivio e quadrivio); e quel volgare che troppo spesso richiede una spiegazione che puoi trovare solo in nota.

Ecco, le note… Se pensi alla Divina Commedia pensi, più che alle terzine di Dante, a tutto l’apparato monumentale che la accompagna e quasi l’invade.

A scuola il testo ci è arrivato così, come un insieme di canti slegati, di personaggi slegati, di frammenti l’uno vicino all’altro, da studiare, da approfondire, da “trattenere” in qualche modo. Le note sostanziavano i nostri incubi. Roba da specialisti, non per l’uomo comune. Buffo destino per un poeta che proprio lì, in quel poema, ha scritto che “non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso”.

“Ritenere”… trattenere dentro di sé, in qualche modo rivivere, immedesimarsi, penetrare dentro un’esperienza. Dante ci invita a questo, questo definisce vera scienza, vero conoscere (ciò che tutti gli uomini desiderano). Ci si pone di fronte con tutta la forza della sua visione, con la serietà gioiosa di chi ha davvero visto Dio, e ci chiede di seguirlo nel suo viaggio bello e drammatico dall’esito glorioso. Ci apostrofa, ci scongiura di fare la strada con lui in questo “cammin santo” che si confronta con quelle Colonne d’Ercole (prendo a prestito la bella intuizione di Davide Rondoni che ho sentito parlare la scorsa settimana in una delle lezioni dei Colloqui Fiorentini) che rappresentano il mistero della nostra vita, di ogni istante della nostra vita. La Commedia è divina perché è profondamente umana, nel senso che nasce, vive e chiama in causa l’uomo, tutto l’uomo, ogni uomo.

Ci siamo proprio noi lì dentro, i nostri desideri, le nostre domande, i nostri errori. Gli sviamenti, le insoddisfazioni, i limiti, le paure, ma anche la nostra continua esigenza di perdono e di significato, di verità, di bellezza, di amore. Qualcuno ha detto che il viaggio nell’aldilà è in effetti un viaggio nell’aldiqua. È una bella immagine, ma dobbiamo andare al grande e felice messaggio che Dante ci vuole lasciare: a questo poema (che narra una storia sacra, e che è scritto quindi secondo l’allegoria dei teologi, come la Bibbia) hanno posto mano “e cielo e terra”. La realtà davanti alla quale ci pone Dante è dunque questa: Dio mi ha incontrato, mi ha visitato, mi ha abbracciato! Solo questo, nientemeno che questo. Il Cielo è venuto incontro alla terra e l’ha redenta. È il Natale e la Pasqua insieme. Può bastare o abbiamo bisogno di altro?

Certo, questo annuncio è una sfida, perché è verificabile e reperibile solo dentro un’esperienza. “Expertus potest credere”, cantava la Chiesa con un inno composto, pare, proprio da quel san Bernardo che Dante sceglie come sua ultima guida nell’imminenza di Dio. Ma è una sfida per la vita, non per la morte.

Il centenario di Dante cade in un 2021 quasi dilaniato dalla paura, dall’angoscia, dall’incertezza. Mai come oggi abbiamo bisogno della forza profetica di qualcuno che ci dica che cambiare vita è per il bene. E Dante è questo profeta, un uomo che ha dimostrato, con coraggio e coerenza, di essere uno che dice il vero fino in fondo, che “vede e vuol dirittamente e ama”. Di uno così abbiamo un’autentica, stringente necessità. Dobbiamo smettere di fuggire il suo poema o di girargli intorno smozzicandone qualche bella immagine. Dobbiamo farci i conti. Non merita, non può finire sul comodino!

Gianluca Zappa

Tecnologia e didattica – (Newsletter n.8 marzo 2021)

Tecnologia e didattica – (Newsletter n.8 marzo 2021)

di Fabio Gervasio (fonte: Orizzontescuola.it – 23.03.21)

La didattica a distanza sta provocando un grande cambiamento nella scuola a causa dell’uso sempre più pervasivo delle nuove tecnologie. Nell’intervista padre Paolo Benanti, francescano, individua le caratteristiche e i rischi insiti in queste innovazioni, sollevando le questioni etiche implicate dal progresso tecnologico nel campo della comunicazione e dell’informazione.

Tecnologia e didattica: la scuola serve ancora? Verso un’apocalisse? Risponde Padre Paolo Benanti, esperto di Teologia morale e bioetica

Padre Benanti, la crisi pandemica ha costretto il mondo della scuola a ricorrere massicciamente alla tecnologia mediante la didattica a distanza. La DAD è stata fondamentale durante il primo lockdown, oggi sono molti i dubbi in merito al suo utilizzo. Prima della pandemia abbiamo avuto approcci contrastanti nei suoi confronti passando da quello aperto, come nel caso del BYOD (Bring Your Own Device), a quello di totale chiusura, ad esempio vietando l’utilizzo di dispositivi in classe. Parafrasando Umberto Eco, secondo lei dobbiamo avere una visione apocalittica o integrata rispetto all’uso della tecnologia a scuola?

Per rispondere a questa domanda parto da un articolo di recente pubblicazione, febbraio 2021, apparso sulla rivista scientifica “Cyberpsychology, Behavior and Social Networking” e intitolato “Surviving Covid-19: the Neuroscience of Smart Working and Distance Learning”. È un articolo frutto del lavoro di uno studioso italiano, Giuseppe Riva, e di altri studiosi come Brenda Wiederhold e Fabrizio Mantovani, nel quale viene riportato il risultato delle loro ricerche che si sono concentrate sull’osservazione di cosa accade in persone sottoposte ad un processo continuato di apprendimento a distanza e di smart working. Partendo dal risultato del loro studio, e rimanendo sull’aspetto legato al distance learning, possiamo affermare che l’impatto su alcune fasi cognitive del cervello è un impatto particolare.

Per capirci meglio, quando l’apprendimento accade in un ambiente fisico dedicato, all’interno del nostro cervello si attivano dei neuroni che hanno una sorta di funzione GPS e che ci localizzano all’interno di quell’ambiente attivando una forma di memoria che è di tipo autobiografica. Tutto questo avviene all’interno di un ambiente la cui caratteristica è di avere una consistenza tridimensionale. Quando invece l’apprendimento viene surrogato da una tecnologia, la cui caratteristica è di essere di tipo bidimensionale perché ci vediamo attraverso uno schermo, si sperimentano delle sensazioni di disorientamento, ci si sente come di stare senza un posto e proviamo il disabbandono di un luogo, la classe, e questo aspetto bidimensionale produce, inoltre, una riduzione dell’identità professionale e sociale, provocando anche un po’ di Burn Out. È evidente, alla luce di quanto finora osservato, che lo strumento non è neutrale, inoltre è importante ricordare che nella fase dell’apprendimento hanno un ruolo di primo piano i neuroni a specchio, che, in una didattica mediata dallo schermo, non si attivano in maniera adeguata e riducono il senso di leadership nei confronti di chi ci sta parlando. In aggiunta possiamo riscontrare delle oscillazioni intercerebrali che cambiano il modo con cui si realizza una sorta di coinvolgimento con le restanti parti della classe. Quindi se dovessimo chiederci se la Didattica a Distanza possa essere equiparata alla didattica in presenza, alla luce delle ricerche neuroscientifiche la risposta è chiaramente no. Ma la domanda che lei mi ha posto non è semplicemente di carattere funzionale, è anche di carattere etico e quindi dovremmo chiederci anche “come reagire a tutto questo”.

Qui si apre la seconda questione, è chiaro che l’etica è sempre una scelta del bene possibile, allora se dovessimo scegliere tra nulla e la DAD è senz’altro meglio la DAD. Precedentemente abbiamo affermato che la DAD non è equivalente alla didattica in presenza, ma trovare un bilanciamento tra presenza e DAD è un aspetto sul quale dobbiamo affidarci a quelle che sono le migliori conoscenze scientifiche di coloro che stanno cercando di gestire la pandemia, in modo tale che ci possano dire quale sia veramente il momento necessario per sospendere la scuola in presenza per poi passare alla DAD. Senz’altro l’epoca che abbiamo vissuto ci ha fatto vedere che possiamo digitalizzare dei processi, il tempo esteso con cui abbiamo fatto vivere ai nostri ragazzi questi processi ci dicono che non è uguale il processo digitale dal processo fisico. Non è nullo, ma è meno efficace del processo fisico. La scuola ancora serve, allora non si tratta di essere apocalittici o integrati, ma di essere, se volete, etici, cioè di scegliere il massimo possibile per il bene dei ragazzi che abbiamo davanti.

La tecnologia ci sta portando verso un cambio epocale. Lei più volte ha ricordato che già in passato, nel XVI secolo, un altro artefatto tecnologico, la lente convessa, ha prodotto un cambio epocale. Cosa ha comportato il cambiamento in quel periodo e cosa ci dobbiamo aspettare oggi.

Quello che ha apportato la scoperta della lente convessa, con la realizzazione del telescopio e del microscopio, è stato un cambiamento sul come noi studiavamo e capivamo il cosmo e di come studiavamo e capivamo l’uomo. Abbiamo scoperto di non essere il centro dell’universo e abbiamo scoperto di essere fatti di piccole parti viventi che chiamiamo cellule. Entrambe queste cose hanno cambiato i nostri punti di riferimento.

Oggi un cambiamento analogo avviene ad opera del computer che lavora i dati, che non ci permette di studiare l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, ma l’infinitamente complesso delle relazioni che accadono. Questo approccio sta nuovamente cambiando il modo con cui studiamo il cosmo, si pensi al fatto che ascoltiamo i dati che sono sostanzialmente raccolti dai radiotelescopi nello spazio, e allo stesso tempo ascoltiamo l’attivazione neuronale di tutte quelle cellule che di fatto sono all’interno del nostro cervello. Questo cambiamento sta producendo una trasformazione il cui esito non ci è ancora noto, non siamo in grado di vederlo, ma è una trasformazione epocale che in alcuni miei testi ho chiamato Digital Age, o più semplicemente cambio d’epoca.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Ci dobbiamo aspettare un cambiamento anche nel nostro modo di passare le competenze ai giovani, perché se cambiano i punti di riferimento, come è cambiato il curriculum scolastico, o il modo in insegnare nel passaggio dalla cultura classica alla cultura scientifica, probabilmente dovrà cambiare qualcosa anche in questa situazione.

La crescita esponenziale della tecnologia ha portato ad una interazione sempre più profonda con l’uomo. In una società liquida, come la definisce Bauman, la disponibilità di grandi volumi di dati, i Big Data, permette la realizzazione di Intelligenze Artificiali sempre più efficienti al punto di condizionarci nelle nostre scelte, lei ci parla di Algocrazia. Questo aspetto ha aperto una riflessione sull’uso corretto della tecnologia, della necessità di un’etica nella tecnologia, l’Algoretica. Ci spiega questi aspetti?

C’è uno studioso statunitense, Langdon Winner, che per spiegare cos’è l’etica della tecnologia chiedeva di osservare i ponti che sono stati realizzati sull’autostrada che da New York porta fino alla spiaggia, Long Island. Ecco, chi guarda i ponti vede solo dei ponti, se però noi scavassimo un pochino più a fondo noteremmo che i ponti sono stati costruiti un po’ più bassi rispetto all’altezza degli autobus, questo per consentire solo alle macchine di poter arrivare alla spiaggia e all’epoca in cui sono stati costruiti, ad opera di Robert Moses, è stata un’azione volontaria fatta per impedire a chi non possedeva una macchina, quindi alle fasce più povere e alle minoranze, di poter raggiungere la spiaggia. Nel suo ragionamento Langdon Winner arriva alla conclusione che ogni artefatto tecnologico è una disposizione di potere.

Oggi la questione non riguarda più la costruzione di ponti in calcestruzzo, ma di algoritmi che ci permettono di entrare o ci tengono fuori dalle basi dei dati, che ci permettono o non ci permettono di fare alcune cose, come ad esempio di volare, di ottenere un prestito, o che in alcuni casi vorrebbero di fatto gestire anche la giustizia. È evidente che il potere non è più in calcestruzzo ma è algoritmico, da qui il termine algocrazia. Cosa è chiamata a fare l’etica della tecnologia? Ad essere quella voce che domanda qual è il senso del bene e che cosa stiamo realizzando. È un nuovo capitolo dell’etica che cerca di rendere computabile agli algoritmi alcuni principi che animano la scelta del bene. Questo nuovo capitolo dell’etica, all’interno di questo viaggio, deve rendere visibili ed efficaci queste istanze, come fossero dei grandi guardrail digitali all’interno di questo mondo sempre più automatizzato.

Gli algoritmi ci condizionano nelle nostre ricerche. In ragazzi in fase di formazione cosa comporta questo aspetto legato all’algoritmo che ci permette di vedere solo alcune delle scelte possibili.

È chiaro che stiamo parlando di algoritmi, tante volte di intelligenze artificiali, che animano le piattaforme sociali. Possiamo pensare agli algoritmi come l’ermo colle di Leopardi, solo che sono meno poetici dell’ermo colle ed escludono lo sguardo su alcune cose e ci fanno focalizzare su altre. Gli studi che si stanno realizzando ci dicono che questi algoritmi sono in grado di creare una sorta di bolla intorno a noi nella quale vediamo sempre lo stesso tipo di notizie ripetute più volte. Questa bolla di ripetizioni plurali, di fatto crea una sorta di filtro sulla realtà e un ragazzo che è nel pieno sviluppo della crescita, che dovrebbe guardare con gli occhi limpidi dello stupore e della meraviglia, potrebbe in qualche modo essere condizionato, essere “educato”, non da un mentore, non da un Socrate, non da qualcuno che vuole il suo bene, ma da uno strumento che ha come unica finalità quello di tenerlo il più possibile su quella piattaforma perché chi la possiede in questo modo guadagna più soldi. Tutto questo è un qualcosa che ci chiede di agire, perché stiamo creando la prima generazione che utilizza il telefonino in maniera indistinta tra adulti e ragazzi. Cosa voglio dire con questo, facciamo un esempio, quando il segno del crescere era il motorino, il motorino non era una motocicletta, era adatto ai ragazzi. Oggi, invece, lo stesso strumento, il telefonino, è identico per un adulto o per un ragazzo. Questo ci porta a riflettere sui cambiamenti necessari per adeguare gli strumenti in base a coloro che saranno gli utilizzatori finali.

Nei suoi interventi l’abbiamo sentita spesso parlare dell’Oracolo di Delfi affiancandolo al nome di una delle più importanti società di database “Oracle”, oracolo, come se avessero in comune degli aspetti ben specifici. Ci spiega questo paragone?

È un gioco di parole. C’è un frammento di Eraclito, uno dei padri della filosofia, che dice che l’oracolo che è in Delfi non parla e non tace ma significa. Oggi quando noi interroghiamo un motore di ricerca esso non parla e non tace ma significa dei dati in base alla nostra ricerca. Quindi io uso questo gioco di parole per dire che tanti nostri contemporanei iniziano ad avere nei confronti del computer, soprattutto del computer che lavoro in internet, che lavora i dati, una sorta di accesso oracolare, come se fosse una specie di divinità, che dà delle sentenze, che dà delle risposte alla loro ricerca, al loro destino, al loro futuro. E questo accade quando lo utilizziamo per cercare, ad esempio, cose importantissime come l’anima gemella.

Anche il mondo della scuola sta vivendo un cambio epocale dove la conoscenza non è più esclusiva dei docenti. Molti ragazzi, definiti per semplicità come nativi digitali, sono più capaci nell’uso delle tecnologie rispetto ai propri insegnanti, gli immigrati digitali. Cosa comporta questo cambio di paradigma e quanto è importante pensare ad un’istruzione che porti ad un’alfabetizzazione digitale.

È fondamentale perché oggi assistiamo ad una nuova forma di analfabetismo. Se nel medioevo l’analfabetismo era entrare in una biblioteca e non saper leggere quello che c’era sui volumi, oggi un analfabetismo digitale lo potremmo definire come l’essere immersi all’interno di un flusso di dati, di parole, di video o di audio, e non sapere riconoscere cos’è la verità e cosa non lo è. Questa nuova forma di analfabetismo digitale può provocare qualcosa di simile a quello che ha provocato per analogia il vero analfabetismo, e cioè la dipendenza di chi non è alfabetizzato da chi invece è alfabetizzato. Questo può causare, di fatto, la cessazione di quella funzione sociale di integrazione, di sviluppo della persona, che è compito della scuola. Allora quella che noi chiamiamo alfabetizzazione digitale altro non è che una serie di strumenti che dobbiamo sviluppare e affinare per permettere alla scuola di svolgere pienamente il suo ruolo educativo, e non solo formativo, per questa generazione di nativi digitali.

Il Professor Floridi asserisce che siamo passati ad un uso tecnologico che dall’online è passato all’onlife, perennemente connessi. La società muta rapidamente con ripercussioni anche sul mondo della scuola. I ragazzi al termine del loro ciclo di studi si troveranno di fronte a lavori inesistenti al momento in cui hanno iniziato questo ciclo. La scuola, quindi, non deve formare persone in base alla società esistente, ma deve dare gli strumenti per poter affrontare le sfide future. Da qualche anno è stato introdotto il Coding nella scuola, è la strada giusta?

Questo è un dibattito molto ampio a livello internazionale. In pratica parte dalla domanda precedente, ci troviamo di fronte a un’inedita generazione che ha bisogno di essere alfabetizzata, ma l’alfabetizzazione non è spontanea, non è come la caccia nei leopardi o nei branchi di lupi, ha bisogno di un “Maestro”. Quindi ci dobbiamo chiedere a cosa li devono educare i “Maestri” del digitale. Negli Stati Uniti hanno risposto a questa domanda affermando che l’obiettivo è quello di arrivare a pensare come le macchine in modo tale da poter interagire nel miglior modo possibile con esse ed è partito il pensiero computazionale ed il Coding. Ma si sono accorti di avere un problema, in pratica non hanno insegnanti adeguati per applicare questi programmi. In Francia, invece, hanno pensato che è più un problema di come sia l’essere umano nel tempo digitale, hanno parlato di umanità digitale ed hanno sviluppato dei programmi.

Ma anche qui il problema è lo stesso, si sono resi conto di non avere professori preparati per tutto questo. Noi in Italia forse siamo un po’ più in ritardo, perché non ci siamo ancora posti fino in fondo questa domanda, se non in contesti come questo. Dobbiamo innanzitutto avviare un dibattito su questo argomento per cercare di dare la migliore risposta possibile e, allo stesso tempo, pensare quali caratteristiche necessitano coloro a cui sarà demandato il compito di fare il “Maestro” di questa generazione.

A questo punto le chiedo cosa voglia dire essere insegnanti di Coding?

Il Coding di fatto è una tecnica. Cerco di spiegarmi con un esempio, per amare la montagna è sufficiente conoscere tutte le tecniche del CAI o degli alpini? È chiaro che se uno conosce queste tecniche può andare in sicurezza in montagna, ma tutto quello che serve per ammirare un bel paesaggio e per capire dove voglio andare quando vado in montagna è richiesto da cose che non sono competenze tecniche, ma sono stature morali della persona. Quindi, insegnare Coding vuol dire dare una tecnica, ma il Coding deve essere inserito all’interno di questo processo più ampio di cura della persona perché non rimanga una tecnica muta ma sia uno strumento che permetta ai ragazzi di diventare le donne e gli uomini che desiderano essere.

Un’ultima battuta, lei spesso parla di un’etica negli algoritmi e nella tecnologia che deve essere pensata prima di mettere in atto le scelte. In particolare qual è la differenza di approccio tra scrivere un algoritmo e programmare in un linguaggio come ad esempio il Python?

È un approccio che chiamo “by design”. In pratica la nostra non deve essere un’azione che va a mettere una pezza ad un qualcosa che già è in atto, ma deve essere pensata a priori per evitare di rincorrere qualcosa che poi ci sfugge di mano. Il principio che dobbiamo adottare, che è alla base del pensiero degli ingegneri, è sintetizzato in “misura due volte e taglia una volta sola”, che sta ad indicare di pensare bene a quello che si sta per fare per prevederne tutte le conseguenze possibili. L’algoritmo è un pensiero mentale, è ottenere una selezione in un numero finito di passaggi, mentre il Python è il linguaggio che consente di farlo ad un computer. Ma è chiaro che se io non penso prima, cioè non sono uomo, poi non posso istruire la macchina. L’etica, che è la parte più nobile dell’umano, va applicata a tutto l’uomo. Solo uomini etici realizzeranno poi un’algoretica, cioè algoritmi giusti e capaci di rispettare gli altri uomini.

Fabio Gervasio

Didattica a distanza – (Newsletter n.7 febbraio 2021)

Didattica a distanza – (Newsletter n.7 febbraio 2021)

di Fabio Gervasio (fonte: Orizzontescuola.it – 19.01.21)

La difficile situazione che la scuola sta affrontando, secondo lo psicanalista Massimo Recalcati, non deve essere vista necessariamente come un ostacolo, ma come parte del processo formativo, dal momento che è soprattutto il momento della prova ad avere un valore educativo. Questo è possibile purché non si ceda, genitori, studenti e docenti, al vittimismo del modello imperante della Scuola Narciso, ma si assuma quello di Telemaco, che integra il trauma nella didattica, prendendo atto che il processo di apprendimento non è mai banalmente lineare, ma piuttosto spiraliforme, fatto di fatto di cadute e ripartenze.

Didattica a distanza, intervista a Massimo Recalcati: “Ammiro i molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare”, una riflessione tra crisi e prospettive future.

Professor Recalcati, ci lasciamo alle spalle il 2020, un anno fortemente segnato dalla crisi pandemica legata al Covid-19. Un anno che ha trasformato le nostre abitudini e ci ha fatto vivere varie fasi passando da quella eroica della prima ondata, dove ha prevalso il noi all’io, all’angoscia, lo smarrimento, che ha caratterizzato la seconda ondata, dove a prevalere è stata l’insofferenza nei confronti delle restrizioni e degli stessi eroi, i sanitari, che avevamo osannato. Lei ha affermato che tra le due ondate ha prevalso l’anima cicala dell’uomo. Tutta questa situazione come sta influenzando la stabilità psico-emotiva dei nostri ragazzi?


“Loro sono stati i primi a credere che la vita avesse ripreso il suo corso normale. Ma che questo sia accaduto è nell’ordine delle cose. I ragazzi sono fatti per vivere all’aperto e non nel chiuso delle loro case. La loro spinta vitale ha incoraggiato la credenza che tutto fosse finito con l’arrivo dell’estate. Non era loro compito frenare gli entusiasmi. Eppure i libri di storia della medicina ci dicevano del carattere inevitabile della seconda ondata.
Ma nessuna voce adulta si è alzata con forza per rendere questa verità pubblica e adottare di conseguenza le misure sanitarie necessarie. Perché? Per la paura di perdere consensi? Per non incrinare l’illusione collettiva che si era impadronita del nostro paese? Per tutelare il settore del turismo? Non so bene. In ogni caso quelle parole avrebbero dovuto essere pronunciate con decisione da parte del nostro governo. E questo non è accaduto. Anzi il Ministro della Salute aveva pronto per le stampe un suo libro dove raccontava come abbiamo sconfitto il Covid…”


Nell’emergenza Covid-19 un’istituzione in particolare ha avuto sempre i riflettori puntati addosso, la Scuola. La didattica a distanza ha dimostrato tutti i suoi limiti. Nella seconda ondata alunni ed insegnanti stanno vivendo un vero e proprio rifiuto verso di essa. Lei già da qualche anno, in tempi non sospetti, aveva lanciato l’allarme nei confronti di una didattica digitalizzata, valorizzando il ruolo fondamentale del corpo e della relazione nella didattica. Ci spiega meglio questo concetto?


“Non c’è dubbio che la vita della scuola implica i corpi, l’esistenza di una comunità in presenza. Ed è indubbio che la DAD sia stata una faticosissima supplenza all’impossibilità dell’incontro in presenza. Io non sono un sostenitore della DAD. Ma devo dire che in questo anno tremendo ho imparato ad ammirare lo sforzo di molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare. Io stesso mi sono cimentato nei miei corsi universitari con questo sistema.
È difficile. Molto difficile. Ne risente sia la trasmissione del sapere sia la qualità dell’apprendimento. È un’evidenza. Ma è per me altrettanto evidente che ogni percorso di formazione si fa con quello che c’è e non con quello che dovrebbe idealmente esserci, si fa con il reale e non con l’ideale. Nel tempo del Covid noi tutti siamo confrontati traumaticamente col reale. Ogni formazione avviene attraverso i colpi impietosi del reale. Non c’è mai programmazione ideale, non c’è mai cammino rettilineo, non c’è mai semplice progressione.
La formazione non risponde al paradigma della scala; innalzamento progressivo senza inciampi dal gradino più basso a quello più alto. Il processo di formazione è piuttosto spiraliforme, fatto di smarrimenti, cadute, sconfitte e riprese, ricominciamenti, riaperture, rilanci. Questo tempo tremendo fa parte della formazione. Lo dobbiamo pensare come parte del processo formativo e non come un suo ostacolo. Come accade con la DAD. Giocoforza. Se aspettiamo la normalizzazione della vita della Scuola per fare esistere la Scuola siamo perduti”.


Dalla chiusura della prima fase, ed il conseguente ricorso alla DAD, si è passati ad un timido tentativo di riapertura, con l’estate trascorsa a studiare il problema della sicurezza, per poi richiudere appena la curva del contagio ha iniziato a crescere nuovamente. Lei ci parla di una scuola in terapia intensiva, il cui male ha origine ben prima dell’emergenza sanitaria. Quattro riforme negli ultimi 20 anni non hanno migliorato la situazione. Lei ritiene che è ora di ripensare seriamente la forma dell’istituzione scuola e che l’emergenza in atto dovrebbe essere considerata come il giusto stimolo per fare questa riflessione. Partiamo dai complessi della scuola, lei nel suo libro “L’ora di lezione: Per un’erotica dell’insegnamento” ne individua tre in particolare con una doppia chiave di lettura sia diacronica che sincrona: La Scuola-Edipo, la Scuola-Narciso e la Scuola-Telemaco. Ce li racconta?


“Io spero che quello che è accaduto costringa innanzitutto i nostri governanti a non dimenticare il valore della scuola, della ricerca e della formazione. Il valore di un paese si misura dalla centralità che in esso occupa l’esistenza della scuola. Anche in termini di investimenti naturalmente. Soprattutto in un tempo come questo dove il rischio che avvertiamo tutti è quello di non avere più futuro. L’esistenza della Scuola contribuisce in modo determinate a fare esistere il futuro. Senza centralità della Scuola un paese è senza avvenire. Oggi il primo compito che ogni educatore deve perseguire è quello di costruire il futuro con quello che c’è adesso a disposizione, foss’anche la DAD.

La Scuola Edipo è quella Scuola fondata sul criterio verticale dell’autorità e sulla continuità tra famiglia e insegnanti. Essa concepisce l’educazione come un raddrizzamento ortopedico e normativo delle differenze.


Questa rappresentazione della Scuola è in chiaro declino. Giustamente. Non bisogna rimpiangerla nostalgicamente. Al suo posto prevale però una Scuola che esalta il narcisismo dei figli, che riflette a sua volta quello dei loro genitori: competizione, performance, gara cognitiva. È una rappresentazione tecnocratica della Scuola come Azienda. Ma la Scuola Narciso ha anche un’altra faccia. Quella della Scuola come asilo sociale, luogo di intrattenimento o di parcheggio dei nostri figli. Allora si abbassa l’asticella della prova, si riduce la domanda di sapere, ci si adatta all’apatia frivola dei nostri figli che fanno sempre più fatica ad impegnarsi con rigore e che, nonostante questo, vengono difesi strenuamente dai loro genitori. La Scuola Azienda e la Scuola asilo sociale sono le due facce predominanti della Scuola Narciso che è egemone nella nostra epoca.
Nel tempo del Covid ad esse dobbiamo aggiungere un altro volto della Scuola Narciso: la tentazione di identificare vittimisticamente questa generazione di allievi con la generazione Covid. Il rischio è quello di enfatizzare le privazioni e i sacrifici ai quali il Covid costringe oggettivamente i nostri figli annullando ulteriormente il carattere formativo della prova e commiserando i nostri poveri ragazzi ai quali è stata sottratta la Scuola. La psicoanalisi insegna che se si vittimizzano i figli si toglie loro la possibilità di soggettivarsi come soggetti responsabili della loro vita. È un grande rischio che dobbiamo tenere presente.


La Scuola Telemaco oggi è quella che non cede alla tentazione della vittimizzazione. Il Telemaco omerico, infatti, non si limita a lamentarsi per quello che sta accadendo a Itaca a causa dell’assenza del padre. Non sceglie la via della vittimizzazione. La generazione Telemaco è quella che impugna il proprio destino senza aspettare il ritorno del padre, ovvero senza identificarsi passivamente a chi ha subito un torto e deve essere risarcito. Non devono esistere ristori per questa generazione di allievi. Piuttosto la Scuola Telemaco è la Scuola dei figli che si mettono in viaggio.


Che sanno attraversare l’assenza del padre senza rimpiangere la Scuola Edipo e senza sprofondare nello stagno della Scuola Narciso. Lo ripeto: questa grande crisi generata dalla pandemia non deve essere considerata una interferenza al processo di formazione ma come una sua parte costituente. Quello che dà forma alla vita è il reale del trauma: compito della Scuola dovrebbe essere quello di integrare questo trauma nella didattica. In che modo? Per esempio mostrando che si può sempre fare qualcosa di generativo con quello che c’è. Testimoniando che il desiderio è più forte della paura, più forte della rassegnazione, più forte della tentazione torbida del vittimismo”.

Fabio Gervasio

Avere un’anima – (Newsletter n.6 gennaio 2021)

Avere un’anima – (Newsletter n.6 gennaio 2021)

di Alessandro D’Avenia (fonte: Il Corriere della sera – 11.01.21)

“Si è felici non perché si ha successo, ma si ha successo perché si è felici” potrebbe essere questa la frase riassuntiva di questo articolo. Prendendo spunto dall’ultimo cartone della Pixar, Soul, e dalla grande letteratura russa, l’autore riflette sul tema della felicità, ritenendola non tanto l’esito di una “autorealizzazione” personale come oggi si dice, basata sul successo derivante da performance misurabili, ma dall’essere capaci di vivere la vita in tutta la sua ampiezza a prescindere dai risultati, cioè nel ricordarsi di avere un’anima, come è detto nel titolo.

A ricordarci che abbiamo un’anima ci pensano i cartoni animati. Soul, film Disney-Pixar di Natale, ha invaso gli schermi di coloro che, chiusi in casa e in cerca di leggerezza, si sono trovati invece nel bel mezzo di un gioco serissimo. Un professore di musica delle medie, dopo tanto penare, realizza il suo sogno di jazzista, fino a quel momento lasciato nel cassetto: suonare nel locale più rinomato della città. Sarebbe l’ennesima variazione sul tema del sogno americano, se non fosse che Joe, mentre festeggia l’evento cade in un tombino e… finisce nell’aldilà: tutto ciò che sembrava potersi realizzare di lì a poco svanisce in un attimo, e così comincia la sua partita contro la morte. Anche noi abbiamo un’anima, altrimenti non potremmo sollevarci sopra il fluire del tempo, ne saremmo parte come un ignaro pezzetto di natura. Noi scorriamo, sì, ma, a differenza di piante e animali, ne siamo consapevoli. Per questo cerchiamo di dare una forma al tempo e un senso al suo scorrere: «trovare il proprio posto nel mondo», «realizzarsi», diciamo, come se quel posto non l’avessimo già o non fossimo già abbastanza «reali». Più che trovarlo, questo posto, occorre abitarlo e, prima di realizzarsi, occorre essere reali, cioè imparare l’arte di vivere a prescindere dai risultati. Soul cerca di narrare che, per essere felici, bisogna essere prima che, come si pensa oggi, costruirsi.

Avere un’anima significa infatti imparare l’arte di vivere per poi «realizzare» le opere della propria unicità, a prescindere dall’eventuale successo.

Siamo fatti per vivere e poi per creare vita, ma per dare vita, la vita bisogna prima averla in sé. Invece una certa idea diffusa di felicità intesa come «costruzione» individuale in base a risultati quantificabili (tutto oggi si misura, perché tutto è prestazione) ha indebolito la nostra arte di vivere, cioè dello «stare» nella vita, perché la felicità non è primariamente una cosa «da fare» ma «da ricevere». Capita a tanti oggi di non riuscire a «realizzarsi» e per questo sentirsi falliti. Ma la nostra anima sa gioire anche in assenza di «successo», purché ne si coltivi, nell’ordinario, la capacità di risonanza. Una delle letture che me lo ha fatto capire meglio è il capolavoro di Boris Pasternàk: Il dottor Živago. Quello che trovo in molta letteratura russa (Puškin, Dostoevskij, Gogol, Bulgakov, Solženicyn, Grossman) è questa priorità della vita su idee e risultati, priorità spesso rovesciata nella visione occidentale.

Nel libro di Pasternàk (sfuggito alla censura sovietica e pubblicato proprio in Italia in anteprima nel 1956), ambientato nella Russia rivoluzionaria di primo ’900, l’esistenza dei protagonisti è continuamente stravolta dagli eventi della storia, ma alcuni sanno resistere perché hanno un’anima: vivono cioè in profondità, e rimangono stabili, nonostante la «rivoluzione», come accade nell’occhio di un ciclone. Certa letteratura non ha mai dimenticato che l’uomo ha l’anima e, come una conchiglia con il mare, può contenere in ogni istante la vita intera. Per questo Lara (il mio personaggio preferito), quando arriva nell’antica tenuta di campagna, ha l’abitudine di andare sempre a piedi dalla stazione a casa: «per un sentiero tracciato da vagabondi e da pellegrini e quindi svoltava per il viottolo che, attraverso un prato, portava al bosco. Qui si fermava e, con gli occhi socchiusi, aspirava l’aria densa dei confusi profumi della vastità che la circondava. Era un’aria più cara del padre e della madre, più tenera dell’uomo amato, più illuminante di un libro. Per un istante a Lara si rivelava di nuovo il senso dell’esistenza». 

C’è un vivere più originario di tutto che va ricevuto e rinnovato da riti tanto sacri quanto semplici come quello di Lara. Quel «vivere dentro» non ci può essere tolto, perché vivere è imparare a essere «soli», che non significa «isolati» (da isola) ma «pieni» («solo» viene da una radice che indica totalità, integrità, completezza), cioè «avere un’anima». Lara chiude gli occhi, respira e diventa centro del mondo e della storia: «Era lì — lo comprendeva — per mettere ordine nel folle incanto della terra e chiamare ogni cosa col proprio nome e, se non ne avesse avute le forze, allora per generare, in nome dell’amore per la vita, dei successori, che lo avrebbero fatto al suo posto». Questa pienezza, trovata nell’istante, consente di affrontare l’imprevedibilità della vita.

La nostra vita ha senso infatti non solo perché «realizziamo» ciò che sogniamo e magari qualcuno ce lo riconosce (esito per altro non garantito), ma semplicemente perché «viviamo» la Vita, cioè diventiamo capaci di riceverla tutta nel singolo istante, grazie all’ampiezza dell’anima. E in questa gioia profonda e interiore ogni posto diventa il nostro posto nel mondo, ogni tempo il nostro tempo: si è felici non perché si ha successo, ma si ha successo perché si è felici. Lo capirà Joe? E noi?

Alessandro D’Avenia