Educare oggi – La proposta e il metodo di don Luigi Giussani – (Newsletter n.14 marzo – aprile 2022)

Educare oggi – La proposta e il metodo di don Luigi Giussani – (Newsletter n.14 marzo – aprile 2022)

Associazione Italiana Centri Culturali, Centro Culturale di Milano e Il Rischio Educativo, con la collaborazione di Diesse, Disal, Foe, e Portofranco, hanno ideato un’iniziativa per il Centenario di don Luigi Giussani, incentrata su uno dei temi che gli stavano più a cuore: l’educazione.

“Educare oggi. La proposta e il metodo di don Luigi Giussani” è una serie di quattro incontri, in forma dialogica, organizzata per discutere, confrontarsi, conoscere una proposta educativa tra le più interessanti del ‘900 e dei nostri giorni.

  • Giovedì 21 aprile “Il metodo educativo” – relatore Julian Carron
  • Giovedì 5 maggio “Autorità e libertà” – relatore Antonio Polito
  • Giovedì 12 maggio “Verità e realtà” – relatrice Luigina Mortari
  • Giovedì 19 maggio “Tradizione e verifica” – relatore Giorgio Chiosso

Un’iniziativa aperta a tutti quelli che nella società e nella scuola sentono con sincerità l’importanza dell’educazione come dimensione cruciale nello sviluppo umano, dalla prima età all’età adulta, affinché la persona emerga come protagonista della vita sociale e culturale.

Nel mondo della scuola e della formazione, e anche in quello dell’Università, si concentrano le sfide del cambiamento antropologico che viviamo e dove, dunque, si riscontrano le testimonianze di un cammino umano, fatto di tentativi, riprese, impegni, sacrifici, per dare consistenza alla dimensione educativa. Il bisogno educativo è avvertito a livello globale, proprio nelle crisi e nelle riduzioni dell’umano che la società contemporanea sta attraversando.

È stato chiesto a esponenti del mondo della scuola, dell’università, della comunicazione, della vita sociale, di confrontarsi con i testi di don Giussani sull’educazione, a partire dal suo scritto principale, Il rischio educativo.

Sono stati attivati focus di discussione che, a partire da letture attente dei testi, pongano in rilievo le idee educative di don Giussani e, attraverso un paragone serrato con l’attualità, ne verifichino l’attualità e il valore, aprendo domande e scoprendo nuove problematiche.

La riflessione sarà sostenuta anche dal confronto con esperienze educative, personali e collettive.

Ogni incontro vedrà la partecipazione di un keynote speaker, che dialogherà con i curatori del ciclo e con alcuni discussants.

fonte: sito del Centro Culturale di Milano LUIGI GIUSSANI CENTENARIO DELLA NASCITA (1922-2022) | Centro Culturale di Milano

Scuola: valutare tutte le competenze degli studenti – (Newsletter n.13 gennaio – febbraio 2022)

Scuola: valutare tutte le competenze degli studenti – (Newsletter n.13 gennaio – febbraio 2022)

I due autori, esperti di problemi educativi, intervengono nel dibattito apertosi con l’approvazione alla Camera del progetto di legge che introduce nella scuola le competenze non cognitive, sottolineandone il valore ai fini di un buon apprendimento, alla luce anche del periodo di didattica a distanza che ha inciso negativamente sulla stabilità emotiva degli studenti.

Caro direttore, l’esigenza di una più accurata attenzione allo sviluppo della personalità degli allievi è emersa prepotentemente durante la stagione pandemica. In situazione DAD gli insegnanti più efficaci sono stati quelli che hanno saputo occuparsi dei loro allievi non soltanto sul piano degli apprendimenti, ma anche nel sostegno relazionale. Quanto è accaduto in circostanze emergenziali non fa che confermare ciò che da tempo è noto e cioè che il potenziamento delle competenze definite «non cognitive» o «socio-emotive», integrano e migliorano le competenze «cognitive».

Gli stessi apprendimenti risultano più saldi se sono uniti a una visione generale della persona-allievo, non separando conoscenze-competenze-tratti di personalità come la costanza nel lavoro, la stabilità emotiva, la capacità di stare con gli altri, l’apertura mentale ecc. Non si tratta di aggiungere una nuova «materia», né di mettere in pagella un voto sulla capacità di autocontrollo o sulla coscienziosità degli allievi, né tanto meno di introdurre surrettiziamente un condizionamento a conformarsi alle richieste della società. La preoccupazione, tutta educativa (se si vuole che la scuola continui ad essere educativa), è quella di aiutare i docenti a porre maggiore attenzione a sviluppare, parallelamente alla trasmissione di conoscenze, le attitudini che possono contribuire alla crescita della persona nella sua interezza, magari con un occhio non distratto alle obiettive difficoltà che l’educazione dei ragazzi e dei giovani pone oggi alla generazione adulta (bullismo, comportamenti a-sociali, videodipendenza, precoce introduzione all’uso di sostanze).

Queste competenze si sviluppano nella prima infanzia, nella famiglia e con gli amici, creando disuguaglianze di cui la scuola deve essere consapevole perché ha il compito di attenuarle o rimuoverle, collegando equità e qualità. In tutto il mondo, l’attenzione alle competenze non cognitive porta alla diminuzione degli abbandoni scolastici, promuovendo, per esempio, l’autostima e la motivazione ad apprendere specialmente nei ragazzi poco brillanti o reduci da precedenti fallimenti. Sostenere che la cultura possa essere acquisita in modo libero e spontaneo e tutto sommato misterioso (una specie di nostalgia gentiliana) spinge alla deresponsabilizzazione, perché l’apprendimento nasce all’interno di una relazione che punta sulla curiosità, sul desiderio di esplorare, sull’atteggiamento positivo nei confronti degli altri e delle cose, impadronendosi contemporaneamente degli strumenti per farlo: il linguaggio, il pensiero logico e matematico, la conoscenza delle scienze, delle arti, del pensiero storico e filosofico.

Il buon senso di molti insegnanti ha sempre collegato il risultato all’impegno e alle caratteristiche personali, riconoscendo così l’esistenza di fattori non quantificabili che però incidono sugli apprendimenti. E oggi, quando due anni di isolamento hanno minato la fiducia dei ragazzi in sé stessi e negli adulti, serve una scuola capace di far crescere la capacità critica e cioè progettuale e creativa dei ragazzi non solo passando dalle materie scolastiche.

di Giorgio Vittadini e Giorgio Chiosso (fonte: Corriere della sera – 02.02.2022)

Perché dare la vita a un mortale Essere genitori alla fine del mondo- (Newsletter n.12 novembre – dicembre 2021)

Perché dare la vita a un mortale Essere genitori alla fine del mondo- (Newsletter n.12 novembre – dicembre 2021)

Il 29 ottobre 2021 è stato conferito al filosofo francese Fabrice Hadjadj il Premio Internazionale alla Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, giunto alla sua 39ma edizione.

Con l’occasione abbiamo voluto riportare il testo integrale della conferenza Perché dare la vita a un mortale? Essere genitori alla fine del mondo, tenuta dall’autore nel 2016 a Verona, presso l’auditorium Bisoffi, organizzata dalle scuole Gavia, Braida e ABiCi (ora pubblicata nel volume Perché dare la vita a un mortale & altre lezioni italiane, Edizioni ARES, 2020).

La Scuola come Laboratorio di Umanità – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

La Scuola come Laboratorio di Umanità – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Segnalazione dal Web

La Scuola come Laboratorio di Umanità” conferenza di Luigina Mortari, ordinaria di Epistemologia della ricerca qualitativa presso la Scuola di Medicina e chirurgia e di Filosofia della scuola presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi di Verona. 

(La conferenza parte a 8’ 45”)

Le ricerche di Luigina Mortari hanno per oggetto la filosofia dell’educazione, la filosofia della cura, la definizione teorica e l’implementazione dei processi di ricerca qualitativa e la formazione dei docenti. Ha al suo attivo numerosissime pubblicazioni: 21 monografie, molte delle quali tradotte in inglese, spagnolo, tedesco, portoghese e russo, e circa duecento tra articoli su riviste scientifiche o saggi in collettanea. Tra i suoi ultimi lavori: La politica della cura (Raffaello Cortina, 2015), Aver cura di sé (Raffaello Cortina, 2019), Filosofia della cura (Raffaello Cortina, 2015), La sapienza del cuore (Raffaello Cortina, 2017), MelArete. Cura Etica Virtù (Vita e Pensiero, 2019). 

(Notizie tratte dal sito: kumfestival.it)

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

di Valerio Capasa (fonte: Il Sussidiario.net – 18.06.2021)

Se è vero che la Dad non ha creato, ma semmai aumentato la disaffezione dei ragazzi per la scuola, anche quella in presenza, urge ripartire dal desiderio di felicità.

Cala il sipario sull’anno scolastico più farsesco di cui abbia memoria. L’occhio casca sugli Europei di calcio proprio in coda agli scrutini, e il cervello finisce per intrecciare i fili: “povera Turchia! Sta perdendo 3 a 0 alla prima partita. Peccato però, anche loro si sono allenati, e hanno viaggiato fino a Roma. Dài, questo 0 passa a 3. Tutti d’accordo?”. Il calcio è così giusto, irrimediabile, mentre nel regno dell’irrealtà tutto si può truccare. Meno male che gli scrutini devono rimanere segreti…

Riavvolgiamo il nastro. L’ammutinamento pugliese non è uno spartiacque epocale? Dopo 14 mesi di Dad, alla domanda se volessero tornare in classe, circa il 98% dei liceali ha risposto di no. Più o meno è come non avere il pallone né il campo né le porte. Ci arrangiamo: due pietre per terra e un po’ di scotch attorno a quattro fogli di giornale. Man mano però la palla di carta comincia a sfaldarsi, e quando provvidenziale appare il miraggio di un campo in erba e di un pallone di cuoio, scopri che a mancare, in realtà, era la voglia di giocare. L’impressione è di chattare d’amore per un anno e mezzo con una ragazza, invitarla a uscire e sentirsi rispondere che domani no, deve studiare, dopodomani nemmeno perché c’è la prima comunione della nonna, e intanto sai per certo che esce con un altro; però la mattina dopo chatta con te, sempre sull’amore, con citazioni favolose.

Uno si immagina pianti, analisi, riflessioni… Niente, tutto come prima. Spiegazioni, verifiche. Verifiche, spiegazioni. Forse abbiamo un problema (vox clamantis in deserto), mica sarà colpa solo della politica scellerata o dell’adolescenza balorda: magari va cambiato qualcosa. Non abbiamo tempo per disquisizioni sui massimi sistemi. Incapaci non dico di una visione, ma almeno di una lacrima, di un urlo, di un abbraccio, preoccupati solo di tirare avanti la carretta. Perché non siamo zona rossa né arancione né gialla né bianca: siamo “zona grigia” (così Primo Levi chiamava il mostro della complicità).

Terza scena: un’ordinanza impone di chiudere gli scrutini entro il termine delle lezioni. Ergo, tutti i voti e le assenze vanno inserite non oltre il 31 maggio. Tradotto: dall’1 giugno ritiratevi tutti. E giustamente, se non mi punti alla tempia la pistola scolastica, nemmeno mi collego. Perché io e l’impiegato della posta non abbiamo altro da spartire se non la bolletta; col panettiere almeno si scambiano quattro chiacchiere; fra insegnanti e studenti, invece, neppure quelle. Un legame quasi quotidiano di uno o più anni, l’educazione come compito, la potenza della tradizione in mezzo, la vita come sfondo di ogni parola: eppure, messi i voti e le assenze, a giugno cala un gelo che nemmeno con l’impiegato o con il panettiere. Niente da dirsi, niente da condividere. Distanziamento.

Ti guardi intorno – lo scrive ancora Primo Levi – “sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate”. Troppi amici e colleghi, obnubilati da un ottimismo oppiaceo, non appaiono turbati dai fiori che appassiscono. Forse non ne coltivano, forse si consolano che morto un fiore se ne fa un altro, forse i loro sono di plastica. Pontificano che la Dad non ha creato il problema ma l’ha svelato. E hanno ragione. Tuttavia è come dire che le armi non sono la causa della violenza ma portano a galla quella già latente: se però diamo le armi in mano a chiunque, non aumentiamo la violenza? Idem la Dad: non ha creato il problema: l’ha svelato, e l’ha anche aumentato. Il contesto può aiutare oppure ostacolare, non è ininfluente.

Ora, dopo quasi un anno e mezzo, tiriamo le somme. Quanti morti di Covid fra gli adolescenti? Quasi nessuno. In compenso dispersione scolastica fuori controllo, problemi psicologici, psichiatrici, oculistici e fisici in aumento, deficit di attenzione alle stelle, ossia molta più fatica ad ascoltare, a leggere, a relazionarsi. Dovremo farci i conti, con la fase post-traumatica, altro che ritorno alla normalità! Esiste per fortuna un vecchio antidoto: la superficialità, che “ogni stento, ogni danno, / ogni estremo timor subito scorda”, come insegnano le pecore del Canto notturno.

Per questo, adesso, tutti al mare! Covid free. School free. Aveva visto giusto Leopardi quando scriveva che “mali veri” e “mille negozi e fatiche” distraggono gli uomini dal “conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità”. Fra Covid, compiti e vacanze, ci dimentichiamo quello che davvero abbiamo da condividere: il desiderio della felicità.

A meno che martedì 8 giugno non vivi tre ore consecutive di italiano, con 9 studenti in presenza e 13 collegati da casa, liberamente, solo per finire le Ultime lettere di Jacopo Ortis; o che mercoledì 9 un alunno che non ha propriamente la sensibilità di un poeta possa dispiacersi perché un sanguinamento della bocca gli impedisce di collegarsi; o che sempre il 9 un’altra alunna ti aspetti sotto casa mezz’ora dopo la fine delle lezioni per confrontarsi con te sulla sua estate; o che, dopo 15 mesi senza vedersi, l’11 giugno ti ritrovi al parco con una classe, un pallone, una chitarra, parole e sguardi veri; o che il 14 giugno vai al mare con loro, per condividere la vita: non è una rivoluzione? non è l’annientamento della farsa?

Alla fine dell’anno c’è chi si produce in post tronfi di “grazie a tutti” e “resilienza”, chi si fa una pizza insieme, chi si augura buone vacanze, chi si regala cornici, bracciali, dediche e complimenti. Ma qui c’è da regalare il proprio tempo, la propria estate. Più chiaramente: c’è da regalare se stessi.Perché in questi mesi qualcuno ha combattuto strenuamente, come un eroe greco: un duellante su vaso a figure rosse, un Achille in primo piano che sfida Ettore, con i mirmidoni e i troiani sullo sfondo. Eppure viviamo una stagione in cui più che mai il potere si è buttato a mordere sui legami, e allora urge una res publica, da eroi romani, che combattono insieme per fondare una città.

Valerio Capasa

DANTE – Un giovane di 700 anni che non può restare parcheggiato sul comodino – (Newsletter n.9 aprile 2021)

DANTE – Un giovane di 700 anni che non può restare parcheggiato sul comodino – (Newsletter n.9 aprile 2021)

di Gianluca Zappa (fonte: Il Sussidiario.net – 25.03.2021)

Secondo l’autore, insegnante, l’anniversario dantesco è l’occasione quanto mai opportuna per rileggere Dante, specie in questo periodo di incertezza e angoscia generale. Non lo dobbiamo lasciare sul comodino, ma fare i conti con lui, con la sua parola profetica e coraggiosa.

“I Budda vanno sopra i comodini” cantava Franco Battiato in Magic Shop, un brano del lontano 1979, che era un’entrata a gamba tesa contro la stupidità del consumismo arrembante. All’epoca, figuriamoci oggi! Il  Budda che stavolta corre il rischio di finire sul comodino si chiama Dante Alighieri. Veramente è già finito sui meme, sui social, negli spot pubblicitari, nei biglietti di auguri, nei messaggini che accompagnano i cioccolatini… Cosa non si fa e non si farà in questo 2021, settecentesimo anniversario della sua morte! C’è una ditta di abbigliamento che propone una maglietta per adolescenti con la stampa, in bella evidenza, di una frase che Dante non ha mai detto. Riguarda la fama umana, ma è una parafrasi, anzi, magari lo fosse: è un riassunto di quello che Dante scrive nel canto XI del Purgatorio! Se un verso ha da finire su una maglietta, che sia per lo meno un vero verso! Niente da fare.

Del resto il genio di Dante ha prodotto un’opera densa di tanti endecasillabi folgoranti (che dicono un paesaggio, uno stato d’animo, un evento, un’esperienza, un mondo, addirittura un mistero inesprimibile), che è inevitabile saccheggiarla come un ricchissimo serbatoio di immagini. E in fondo è giusto così: i grandi poeti, è noto, sono quelli che dicono la parola che tutti volevano dire, ma che non riuscivano a trovare, sono quelli che riescono a leggerci meglio di quanto noi non siamo capaci. Quindi ben vengano i versi di Dante anche sulle magliette, anzi, sarebbe bello che ognuno indossi la maglietta col verso che ritiene “suo”, quella che più lo descrive, lo conforta, lo aiuta, gli illumina la vita. Ma perché questo accada, bisogna fare i conti, in modo serio, con l’autore e con la sua opera.

In verità a me sembra che Dante sia come una bella donna alla quale nessuno, o pochissimi, proprio per la sua straordinaria grande bellezza, osano avvicinarsi. Oppure come un tesoro prezioso riconosciuto da tutti, noto a tutti, sulla bocca di tutti, per ottenere il quale nessuno vuole impegnarsi ad usare la pala. Sì, qualche verso biascicato, più o meno verificato; qualche episodio famoso più o meno conosciuto e pochissimo compreso; qualche terzina recitata a memoria come una filastrocca, un po’ come il “m’illumino d’immenso” di Ungaretti; sì, qualche episodio della sua vita, retaggio dell’istruzione scolastica, un po’ di gossip su quella storia con Beatrice alle spalle di Gemma… Tutta questa fuffa sì, va bene. Ma fare della Divina Commedia quello che può diventare davvero, per tutti, e cioè il libro della vita dentro il quale non si finisce mai di penetrare… questo è un altro paio di maniche. Il Budda sul comodino, appunto. 

Il fatto è che Dante e il suo “poema sacro” mettono paura. Là dentro, lo si sa bene, ci sono troppe cose: più di seicento personaggi con le loro storie, spesso tratte dal mito, spesso da un mondo medievale sideralmente lontano da quello contemporaneo; e poi riferimenti dotti ad altri poeti e teologi e filosofi; e allegorie difficili, alcune anche impossibili da decifrare (per cui bisogna mandare a memoria non solo l’allegoria, ma anche tutte le interpretazioni dell’allegoria, entrando in un imbuto senza fine che toglie il respiro); e poi astronomia, e scienze dell’epoca (trivio e quadrivio); e quel volgare che troppo spesso richiede una spiegazione che puoi trovare solo in nota.

Ecco, le note… Se pensi alla Divina Commedia pensi, più che alle terzine di Dante, a tutto l’apparato monumentale che la accompagna e quasi l’invade.

A scuola il testo ci è arrivato così, come un insieme di canti slegati, di personaggi slegati, di frammenti l’uno vicino all’altro, da studiare, da approfondire, da “trattenere” in qualche modo. Le note sostanziavano i nostri incubi. Roba da specialisti, non per l’uomo comune. Buffo destino per un poeta che proprio lì, in quel poema, ha scritto che “non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso”.

“Ritenere”… trattenere dentro di sé, in qualche modo rivivere, immedesimarsi, penetrare dentro un’esperienza. Dante ci invita a questo, questo definisce vera scienza, vero conoscere (ciò che tutti gli uomini desiderano). Ci si pone di fronte con tutta la forza della sua visione, con la serietà gioiosa di chi ha davvero visto Dio, e ci chiede di seguirlo nel suo viaggio bello e drammatico dall’esito glorioso. Ci apostrofa, ci scongiura di fare la strada con lui in questo “cammin santo” che si confronta con quelle Colonne d’Ercole (prendo a prestito la bella intuizione di Davide Rondoni che ho sentito parlare la scorsa settimana in una delle lezioni dei Colloqui Fiorentini) che rappresentano il mistero della nostra vita, di ogni istante della nostra vita. La Commedia è divina perché è profondamente umana, nel senso che nasce, vive e chiama in causa l’uomo, tutto l’uomo, ogni uomo.

Ci siamo proprio noi lì dentro, i nostri desideri, le nostre domande, i nostri errori. Gli sviamenti, le insoddisfazioni, i limiti, le paure, ma anche la nostra continua esigenza di perdono e di significato, di verità, di bellezza, di amore. Qualcuno ha detto che il viaggio nell’aldilà è in effetti un viaggio nell’aldiqua. È una bella immagine, ma dobbiamo andare al grande e felice messaggio che Dante ci vuole lasciare: a questo poema (che narra una storia sacra, e che è scritto quindi secondo l’allegoria dei teologi, come la Bibbia) hanno posto mano “e cielo e terra”. La realtà davanti alla quale ci pone Dante è dunque questa: Dio mi ha incontrato, mi ha visitato, mi ha abbracciato! Solo questo, nientemeno che questo. Il Cielo è venuto incontro alla terra e l’ha redenta. È il Natale e la Pasqua insieme. Può bastare o abbiamo bisogno di altro?

Certo, questo annuncio è una sfida, perché è verificabile e reperibile solo dentro un’esperienza. “Expertus potest credere”, cantava la Chiesa con un inno composto, pare, proprio da quel san Bernardo che Dante sceglie come sua ultima guida nell’imminenza di Dio. Ma è una sfida per la vita, non per la morte.

Il centenario di Dante cade in un 2021 quasi dilaniato dalla paura, dall’angoscia, dall’incertezza. Mai come oggi abbiamo bisogno della forza profetica di qualcuno che ci dica che cambiare vita è per il bene. E Dante è questo profeta, un uomo che ha dimostrato, con coraggio e coerenza, di essere uno che dice il vero fino in fondo, che “vede e vuol dirittamente e ama”. Di uno così abbiamo un’autentica, stringente necessità. Dobbiamo smettere di fuggire il suo poema o di girargli intorno smozzicandone qualche bella immagine. Dobbiamo farci i conti. Non merita, non può finire sul comodino!

Gianluca Zappa