Conversazione con il Prof Fontana sulla legge che introduce nella scuola l’insegnamento dell’Educazione Civica – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Conversazione con il Prof Fontana sulla legge che introduce nella scuola l’insegnamento dell’Educazione Civica – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Nell’intervista, il prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, di cui è uno dei massimi esperti in Italia, e con un passato da docente, commenta la nuova legge che ha introdotto da quest’anno scolastico l’insegnamento dell’Educazione civica. Egli ritiene che la scuola cattolica debba cogliere l’introduzione della nuova disciplina come l’occasione per ragionare con gli studenti su alcuni temi decisivi, quelli indicati dalla legge ma anche ulteriori, esprimendo la propria visione delle cose e i propri valori. In questo modo si contribuirà a mettere in discussione molti degli assunti che sugli stessi argomenti sono presenti nella mentalità comune.

Prof. Fontana, come giudica la nuova legge che ha introdotto nelle scuole di ogni ordine e grado la disciplina dell’educazione civica?


Premetto che io non voglio tanto parlare di metodi didattici, cioè di come insegnare questa disciplina, ma dei contenuti da trasmettere. Anche perché se un insegnante ha le idee chiare su quello che deve dire, poi trova abbastanza facilmente le modalità. Prima della lettura delle Linee guida della legge, uscite quest’estate, ero un po’ preoccupato per il fatto che chi è al governo potesse utilizzare tale nuova disciplina per diffondere alcuni precisi principi e valori e creare una mentalità comune. Se guardiamo al passato, lo Stato difficilmente ha saputo resistere alla tentazione di creare una sorta di religione civile, utile per tenere insieme i cittadini, entrando nella formazione delle loro coscienze, soprattutto dopo che ha estromesso la religione come fonte della morale pubblica.
Invece, la lettura delle Linee guida mi ha un po’ confortato, anche se non del tutto rassicurato, dal momento che l’obiettivo della legge si limita a voler promuovere cittadini consapevoli e responsabili. Sono concetti molto generici che lasciano libertà alle scuole. Per la scuola cattolica è l’occasione per riempire tale spazio di libertà che la legge le lascia con i contenuti e i valori che le sono propri.


Le Linee guida indicano tre macro aree, costituzione, sostenibilità ambientale e cittadinanza digitale, come i pilastri intorno a cui costruire l’insegnamento dell’educazione civica. Cosa pensa di questa scelta?


Innanzitutto temevo che ci fossero anche altre aree oltre a queste. Penso che una scuola cattolica dovrebbe soffermarsi in particolare sui primi due ambiti, Costituzione e sostenibilità ambientale. A mio avviso la scuola cattolica dovrebbe affrontare i temi attinenti a questi ambiti in modo diverso, addirittura contrario, da come essi vengono affrontati nelle cultura comune. Oggi, spesso si esaltano in modo ingenuo certi valori come la democrazia o i diritti umani senza un’adeguata riflessione su questi concetti. Voglio dire che oggi la scuola cattolica deve fare una controcultura. Prendiamo, p. es., il tema della sovranità, che è presente nella nostra Carta fin dal primo articolo. Ora il concetto di sovranità, che deriva dalla filosofia politica moderna, è inaccettabile sia per la filosofia che per la teologia cattolica se con essa intendiamo che chi esercita il potere, uno o molti non fa differenza, non riconosce nulla di normativamente superiore. E, infatti, vediamo oggi che la Repubblica italiana, proprio perché si ritiene sovrana, si arroga il diritto di dire che la famiglia non è più quella società naturale fondata sul matrimonio di cui parlano peraltro gli articoli 29 e 30, ma un’aggregazione sociale, e quindi valida anche fra due persone dello stesso sesso.

A questo riguardo, occorre ribadire che pur trovandosi tante cose giuste nella nostra Costituzione, non si può assolutizzarla, facendone un feticcio. Quando la si deve trattare occorre chiedersi su che cosa essa si fonda. E certamente non può essere giustificata solo sul consenso. Si può insegnare agli studenti che esiste una legge naturale, un ordine naturale che precede il consenso e lo stesso stare insieme. In base a questo si può anche non rispettare sempre una legge, ed è il caso dell’obiezione di coscienza, quando una legge lede qualcosa di fondamentale nel diritto naturale. I ragazzi capiscono bene questa doppio statuto, umano, e quindi relativo, oppure naturale, e quindi oggettivo, della norma; per illustrarlo si può anche mostrare loro l’esistenza di principi morali universalmente condivisi come il divieto di uccidere un innocente. Oltre al concetto di sovranità è interessante, anche in prospettiva storica, presentare ai ragazzi quello di regalità, con cui spesso è confuso, che caratterizzava la concezione del potere prima dell’avvento dello Stato moderno, quando i re o l’imperatore riconoscevano dei limiti al loro potere e non erano sovrani assoluti. La democrazia moderna è la stessa idea di sovranità che viene allocata nel popolo, ma non cambia nulla nella sostanza. Ai ragazzi andrebbe fatto capire che un conto è la democrazia come forma di governo, che è una tra le diverse e altrettanto valide forme possibili, un conto come fondamento del governo.

Farei riflettere i ragazzi anche sulla coppia di termini potere e autorità. Il primo è la mera facoltà di poter costringere gli altri a fare alcune cose, la seconda è l’esercizio del potere legittimato moralmente, che vuol dire che rispetta la legge naturale e ha come fine il bene comune. I ragazzi capiscono benissimo tale distinzione; non amano l’insegnante che li obbliga a fare le cose e basta, ma chi gli fa fare cose giuste e che sono convinti che sono giuste.


E a proposito del secondo ambito della legge, l’ambiente, come dovrebbe essere affrontato da una scuola cattolica?


Bisogna dire che oggi l’ambientalismo è diventato quasi una religione. Qui la scuola cattolica, in modo speciale gli insegnanti di scienze o di geografia, ha un grosso lavoro da fare. Bisogna smascherare i dati e gli allarmi infondati da un punto di vista scientifico, basandosi su dati certi e studi seri. La fede cattolica non chiede alla ragione di rinunciare a capire, ma di ragionare sulle cose. Occorre sfatare l’idea, p. es. che le emissioni umane di anidride carbonica causino il surriscaldamento terrestre. Oppure le teorie neomalthusiane che considerano l’uomo il cancro del pianeta e predicano la limitazione delle nascite. Pensiamo anche all’animalismo, che enfatizza la tutela degli animali, ma lascia che milioni di bambini innocenti possano morire a causa dell’aborto. C’è tutta una letteratura del cosiddetto antispecismo che invita a superare la distinzione fra specie umane, considerando quella umana superiore alle altre. Oppure il primitivismo, che esalta le società primitive dimenticando che nella loro cultura c’erano anche aspetti disumani, come il fatto che spesso l’uomo era tenuto prigioniero di paure ancestrali e forze occulte. In generale dobbiamo ricordare l’apporto culturale importantissimo del cristianesimo al progresso umano. Pensiamo all’opera dei monaci o di tanti missionari, di cui è importante recuperare la storia. Quando facciamo storia, dobbiamo parlare della luce che il cristianesimo ha portato all’umanità.


Invito per prima cosa gli insegnanti a documentarsi su questi temi e a farsi degli orientamenti. Inoltre non dobbiamo lasciare queste cose sui libri di scuola senza darne una lettura critica. E a questo riguardo gli insegnanti stessi dovrebbero crearsi nel tempo i propri libri di testo. Non aspettiamoci dalla case editrici cattoliche libri impostati in modo diverso perché anch’esse per vendere numerose copie devono adattarsi alla cultura dilagante.

Ci sono ambiti non previsti dalla legge che aggiungerebbe nel curricolo di educazione civica?


Sicuramente aggiungerei il tema riguardante il concetto di popolo, patria e nazione, troppo trascurato oggi. Sono concetti a cui non possiamo rinunciare. Mi ricordo che san Giovanni Paolo II riteneva l’amore per la propria patria un’estensione del quarto comandamento. Contro un globalismo esasperato o l’ipotesi di società aperta multiculturale occorre riconoscere che la persona umana ha un radicamento, innanzitutto nella società naturale che è la famiglia, ma poi anche nel popolo e nella nazione. Un ultimo tema che una scuola cattolica non può non trattare è quello relativo al matrimonio e alla famiglia e alla procreazione, sebbene sia oggi particolarmente difficile trattare tali questioni. Senza matrimonio non c’è famiglia e senza famiglia non c’è società. Però va detto che non riguardano solo i cattolici. Il matrimonio, infatti, ha un’importanza a livello naturale che andrebbe spiegato. Infine, accenno solo al fatto che su tutti, proprio tutti, questi grandi temi le religioni non dicono la stessa cosa. L’Islam per esempio dice cose diverse dal protestantesimo. Penso che questo sia un problema che gli insegnanti presto o tardi saranno chiamati a incontrare.
Se l’insegnamento dell’educazione civica, insomma, viene inteso in questo modo, esso diventa infinitamente più interessante e bello di quello che il governo aveva in mente quando ha proposto questa iniziativa.


(Intervista non rivista dall’autore)

Alessandro Cortese

Educazione civica: possibilità e pericoli di una nuova disciplina – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Educazione civica: possibilità e pericoli di una nuova disciplina – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

A termine di un lungo iter legislativo, il 20 agosto 2019 il Parlamento Italiano promulgò la legge n. 92/2019 riferita all’introduzione dell’insegnamento scolastico della cosiddetta “Educazione Civica” nelle scuole di ogni ordine e grado presenti sul territorio nazionale.


Con il presente articolo non si è assolutamente intenzionati a presentare i dettagli tecnici per il migliore insegnamento della disciplina agli studenti, per essa rimando alle Linee Guida pubblicate dal MIUR alcune settimane fa. Si cercherà invece di tratteggiare gli aspetti di novità della disciplina, le grandi opportunità educative che propone e, consecutivamente, i rischi e pericoli che inesorabilmente la accompagnano.

La legge, varata durante le ultime settimane del governo Conte I (quello “gialloverde”, per intendersi), si prefigge lo scopo di «formare cittadini abili e attivi» e di «promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri» (Art. 1). Per raggiungere tale obiettivo, la legge individua due pilastri essenziali da far conoscere: la Costituzione Italiana e le istituzioni dell’Unione Europea (Art. 2).


Ora, per comprendere pienamente le novità dell’insegnamento, è necessario ricordare che siamo dinanzi a una materia sostanzialmente diversa da quell’Educazione Civica che, almeno credo, molti hanno avuto modo di conoscere nei decenni passati.
Le Linee Guida che accompagnano la legge infatti vanno ben oltre la promozione della conoscenza della Carta Fondamentale dello Stato o delle Istituzioni europee, giungendo a enucleare tre macro-aree che si rifanno direttamente all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promossa dall’ONU: esse sono:
– Costituzione, diritto nazionale e internazionale, legalità e solidarietà;
– Sviluppo sostenibile, educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio;
– Cittadinanza digitale.


Questa pluralità tematica richiama fortemente un altro carattere dell’insegnamento: la contitolarità e quindi la trasversalità. Ciò è, a mio parere, il grande punto di forza della nuova disciplina. Al netto di una programmazione didattica ben costruita da un valido e coordinato gruppo di docenti, la possibilità di sviluppare tematiche affini con modalità e tecniche differenti in ogni singola disciplina è effettivamente una grande possibilità didattica. Uscire dagli scompartimenti stagni degli insegnamenti, apparentemente muti e sordi tra di loro, creando un linguaggio trasversale e complementare, potrebbe favorire notevolmente lo slancio critico, la costruzione concettuale, la libera interpretazione del pensiero, il gusto e il fascino della ricerca e della scoperta. È un’opportunità da cogliere.


D’altro canto la nuova legge potrebbe comportare dei pericoli educativi non così troppo celati. La forte «liquidità» dei programmi proposti, definiti dalle suddette tre macro-aree in cui trova spazio un po’ di tutto, lascia un’ampia libertà di scelta all’insegnante. Una libertà, si ricordi, comunque condizionata dall’Agenda 2030. Ciò non è, in linea di principio, un male, anzi. Tuttavia, come ben sappiamo, la libertà non può essere tale senza responsabilità. In primis, responsabilità dell’insegnante, il quale è moralmente obbligato a strutturare un percorso idoneo ai suoi studenti, senza lasciarsi tentare da quel desiderio di «educazione delle folle» tipiche di uno Stato Etico, fortemente indottrinante e indottrinato. Tale rischio è presente nel nostro Paese, in tutte le scuole, eredità di un passato neanche troppo lontano. In secundis, responsabilità della famiglia, principale e finale custode dell’educazione dei figli (cfr. Art. 26, comma 3, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948), chiamata a monitorare i programmi scolastici e obbligata a intervenire nel caso in cui l’insegnamento di Educazione Civica diventasse terreno di proselitismo ideologico, di qualsiasi tipo esso sia. Il pericolo è dietro all’angolo, bisogna dunque vigilare.


Libertà e Responsabilità in una Scuola alleata con la Famiglia. Solo grazie a questi connubi, solo grazie a un intenso desiderio di accostarsi alla Ricerca del Vero, del Bello e del Bene si potrà sperare di formare «cittadini consapevoli» del loro posto nel mondo.
Solo così l’Educazione potrà essere veramente «civica» e, di riflesso, la Civiltà diventerà anch’essa «educativa».

Stefano Sasso

Dieci falsi miti e dieci regole per insegnare bene – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Dieci falsi miti e dieci regole per insegnare bene – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Antonio Calvani, Roberto Trinchero – Carocci Faber 2019

Si può stabilire con ragionevole grado di certezza quali sono i principi e i metodi didattici più efficaci? A questa domanda, di fondamentale importanza per chiunque operi nel campo dell’insegnamento e sia desideroso di districarsi fra le molte mode didattiche che hanno invaso la scuola, questo agile libro risponde affermativamente.

Sulla base della ricerca scientifica degli ultimi decenni in ambito pedagogico, i due autori, docenti universitari, ritengono che si possano individuare, da una parte, dieci “miti”, ossia credenze didattiche prive di reale fondatezza scientifica, sebbene oggi particolarmente diffuse; dall’altra, altrettante regole, o raccomandazioni, che hanno la maggiori probabilità di realizzare un apprendimento efficace.


Il tratto che caratterizza questo testo, distinguendolo da tanti altri che offrono idee e suggerimenti per una buona didattica, è il costante riferimento ai risultati più aggiornati delle ricerche sperimentali sul grado di efficacia delle diverse metodologie didattiche. La stessa struttura del volume è quella di un saggio scientifico, dallo stile asciutto e con abbondanti riferimenti alle pubblicazioni più accreditate della letteratura pedagogica recente, soprattutto di lingua inglese, e corredato da un’appendice in cui sono presentati i modelli didattici intorno a cui oggigiorno c’è il maggior consenso degli studiosi e da un glossario finale dei numerosi termini tecnici utilizzati.
Solo per fare qualche esempio, lasciando al lettore incuriosito di leggere gli altri, tra gli slogan didattici attualmente più in voga, ma che gli autori ritengono dei miti da sfatare, ci sono: “Per formare gli allievi è importante la didattica, non la valutazione” (Mito 2); “Bisogna abolire la lezione frontale” (Mito 3); “Le tecnologie migliorano l’apprendimento” (Mito 5); “Con l’approccio flipped si può innovare la scuola” (Mito 10). Ciascun dei cosiddetti miti viene criticato portando argomentazioni ed evidenze contrarie, senza, però, dimenticarsi di valorizzare la parte di verità contenuta in essi.


Tra le dieci regole, presenti nella seconda parte, possiamo citare sempre come esempio e senza entrare nello specifico: “Predefinire una struttura di conoscenza ben organizzata” (Regola 1); “Attivare le preconoscenze dell’allievo” (Regola 3); “Utilizzare feedback e valorizzare l’autoefficacia” (Regola 8); “Potenziare la conservazione in memoria delle idee e dei procedimenti rilevanti” (Regola 10). Come per i miti, ogni regola è spiegata e supportata da argomentazioni ed evidenze, ma anche da domande concrete che l’insegnante può porsi per capire quanto tali raccomandazioni siano realmente all’opera nella sua personale pratica didattica.

Per concludere, questo è un testo prezioso per i docenti perché ricorda che se insegnare è un’arte, ciò non significa che tutte le prassi siano equivalenti e non vi siano dei punti fermi che hanno dato nel corso del tempo ripetute conferme di affidabilità (e questo senza nulla togliere alla passione educativa che deve muovere ogni insegnante); ed inoltre sottolinea, a dispetto di tutte le correnti educative di tipo attivistico-spontaneistico e costruttivistico che hanno interessato la scuola (su cui gli autori esprimono un parere prevalentemente negativo), il ruolo di guida insostituibile e centrale da parte del docente, che, proprio per questo, è chiamato a “imparare a padroneggiare le modalità e le tecniche tipiche degli insegnanti esperti, che oggi la ricerca è in grado di descrivere ed esemplificare analiticamente” (p. 98).

Alessandro Cortese

«Carlo Acutis, il mio studente beato. Era come un pezzo di cielo» – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

«Carlo Acutis, il mio studente beato. Era come un pezzo di cielo» – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

di Gian Guido Vecchi (fonte: Corriere della Sera – 11.10.20)

Domenica 11 ottobre è stato dichiarato beato Carlo Acutis, lo studente milanese morto a soli 15 anni, primo santo fra i cosiddetti millenials.

Nell’intervista al sacerdote che gli faceva da assistente spirituale nel liceo da lui frequentato, Carlo viene descritto come un ragazzo che oltre a un forte impegno nello studio dimostrava una grande generosità e gentilezza nei confronti dei compagni e delle persone che incontrava ogni giorno. In particolare possedeva, a detta di tutti, una straordinaria, per la sua età, competenza informatica, che ha saputo mettere generosamente a disposizione della scuola per illustrarne le attività di volontariato. Grazie a questa sua passione per il computer, che lo accomuna a tanti suoi coetanei, si è parlato di lui come del futuro patrono di internet. Quello che della vita di questo giovanissimo ha colpito tanti è stata la capacità, certamente sorretta dalla fede, di vivere in profondità e di coniugare in modo armonioso quelle che sono le dimensioni dell’esistenza di ogni normale ragazzo del nostro tempo, famiglia, scuola, amicizie, volontariato, sport e nuove tecnologie. In questo senso la sua testimonianza è un invito per ogni educatore a guardare con fiducia agli adolescenti che incontra nella sua attività e a vivere con ancora più passione la sua missione.

«Aveva una finezza, una signorilità innate… Per dire: c’era il portinaio, Mario, una figura storica del Leone XIII. Carlo, come altri ragazzi, lo salutava ogni mattina all’ingresso. Però capitava che talvolta entrasse dalla piscina, a lato. Mario mi ha raccontato che in quei giorni “il Carlo” andava a salutarlo all’intervallo, quasi scusandosi di non averlo fatto prima». Il padre gesuita Roberto Gazzaniga era assistente spirituale dei liceali in quegli anni, una figura analoga a quella della guida negli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio. E lo ricorda bene, Carlo Acutis, il ragazzo milanese di 15 anni morto nel 2006 di leucemia fulminante che ieri, nella Basilica Superiore di Assisi, è stato proclamato solennemente «beato».

Che ragazzo era Carlo?
«Un ragazzo capace di sorridere e scherzare, una presenza positiva. Una di quelle persone che, quando ci sono, tu stai meglio. Che ti aiutano a vivere, a livello umano e di fede. Lo vedevo e mi veniva da dire: questo è un pezzetto di cielo per gli altri ragazzi».

Si è ripetuto: un ragazzo normale. È così?
«Sì, ma di una normalità, una quotidianità dotata di spessore. Carlo era dotato. Molto. Sia dal punto di vista intellettuale — vidi i suoi libri di informatica: erano testi universitari — sia da quello spirituale. E sa una cosa? A quell’età c’è molta competizione. Si tende a non sopportare chi si distingue. Eppure con Carlo non era così. Aveva carisma. Era anche un bel ragazzo, le compagne lo notavano… Eppure non c’erano invidie. Non ho mai visto nessuno che litigasse con lui. Gli volevano bene. Una capacità rara di coltivare i rapporti umani. Uno dei compagni che a scuola faceva più fatica mi chiese di servire messa al funerale, Carlo lo aveva aiutato».

Già si parla del primo santo dei «millennials» e patrono di internet. Che modello è per i coetanei?
«Il modello di un testimone che evangelizza per come è, con il suo esempio. Non un credente “militante” che fa proselitismo. Parlando con il suo parroco, ho saputo che andava in chiesa ogni giorno, per l’eucaristia e la preghiera personale. Faceva volontariato, aiutava i più poveri e disagiati. Tutto questo si notava perché c’era e si vedeva, ma non era mai ostentato».

La discrezione…
«Sì, uno che vive la sua fede senza nasconderla né gettarla sul banco, che non la fa pesare e non accende nessuna luce su se stesso. Ma i santi sono questi: gente che vive la realtà quotidiana con impegno e una certa disinvoltura. Con il sorriso, con naturalezza. Per lui era come respirare. E non si tirava mai indietro».

Ad esempio?
«Ricordo che gli chiesi di preparare un Powerpoint, lui che era così impegnato nella carità e capace al computer, per illustrare le attività di volontariato del Leone XIII, il doposcuola, la mensa per i poveri, l’insegnamento dell’ italiano agli stranieri… Aveva appena iniziato la quinta ginnasio, era un compito che avrebbe spaventato tanti, da proiettare in tutte le classi. Lui ci si gettò a capofitto. Non ha potuto concluderlo. Il venerdì in classe non c’era. Una brutta febbre, il suo vecchio pediatra capì e disse di portarlo subito al San Gerardo di Monza. Ma non ci fu nulla da fare».

Morì in tre giorni…
«Lo portarono a casa. Era vestito con una tuta semplice. Ricordo che dissi alla mamma: troverà quello che ha scritto. Più tardi mi mostrò un libretto. Carlo, a tredici anni, scriveva che la vita è una cosa bella e impegnativa e non la si costruisce su ciò che è effimero. Aveva elencato una serie di virtù e disegnato una montagna dove si elevavano gradualmente. Un ragazzo di tredici anni, si rende conto?».

Les Choristes  – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Les Choristes – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Paese: Francia – Durata: 97 minuti – Regia: Christophe Barratier

Un gruppo di ragazzi vivaci, un direttore autoritario e un insegnante premuroso: sono questi gli ingredienti di Les Choristes, pellicola del 2004 di Christophe Barratier, che racconta di quanto una relazione di qualità e davvero umana aiuti gli alunni a scoprire la bellezza della vita.


Siamo alla fine degli anni Quaranta in Francia, all’interno di un collegio per bambini orfani di guerra, in cui la punizione e l’intolleranza degli adulti regnano sovrani, fino a quando viene assunto in qualità di sorvegliante Mathieu (Gérard Jugnot), ex compositore di musica rimasto disoccupato.
In una delle scene iniziali il professore entra nel dormitorio dei ragazzi e al suo passare tra i letti tutti si posizionano sull’attenti e immobili, solo un bambino non si accorge della presenza del sorvegliante e continua a cantare e a suonare l’armonica. Constatando anche in altri alunni la predisposizione al canto, Mathieu decide di dare vita ad un coro, nonostante le obiezioni del direttore.


Da quest’attenzione rivolta agli interessi dei suoi allievi, ha inizio un’azione didattica volta a cogliere e a valorizzare le loro qualità e predisposizioni ancora acerbe, ma che con il sostegno e la guida di un’insegnante zelante si sviluppano e fioriscono. Mathieu è un educatore un po’ goffo ma dalle maniere delicate, che si prende cura dei suoi studenti adottando uno sguardo che va al di là del loro iniziale atteggiamento ribelle. All’interno della classe riesce a dedicare l’attenzione ad ogni singolo ragazzo e grazie a questo atteggiamento personalizzato aiuta ognuno a trovare, all’interno del coro, il ruolo che più gli si confà. In particolare riesce a mettere in luce il talento eccezionale di uno dei ragazzi, Morange, che nonostante l’atteggiamento in principio ostile e chiuso, finisce per diventare direttore d’orchestra.


La musica diventa lo strumento attraverso cui la speranza nei ragazzi si riaccende e illumina la loro vita all’interno del collegio, luce che però è contrastata dalla volontà di prevaricazione e imposizione del direttore che continua a rimanere cieco di fronte alla bellezza dei giovani in fiore. Il suo tono autoritario esalta ancora di più il carattere al contrario autorevole del professore di musica che ispira rispetto e fiducia nei ragazzi, pone la sua autorità al servizio dei suoi studenti che finalmente conoscono una relazione positiva e carica di stima e affetto. Questi ultimi tratti sono alla radice del gesto con cui i ragazzi salutano il loro insegnante quando, in una delle ultime scene, è costretto a dimettersi. Un insegnante dal cuore grande, che non ha paura di spendersi per le persone che gli sono affidate e che addirittura adotta uno dei più piccoli fanciulli che tutti i sabati attendeva speranzoso il ritorno dei suoi genitori.


Un’ultima parola deve essere spesa per sottolineare quanto sia la riflessività del professore ad accompagnare ogni sua azione, questo filo conduttore è anche l’ingrediente per una pratica di qualità e che viene offerto allo spettatore per entrare più in profondità nella mente e nel cuore del professore.

Claudia Zenone

Conversazioni sotto l’ombrellone – (Newsletter n.2 settembre 2020)

Conversazioni sotto l’ombrellone – (Newsletter n.2 settembre 2020)

“E Lei.. di che si occupa nella vita?” mi chiede titubante la vicina di ombrellone, tra una richiesta di informazioni meteo e uno scambio di consigli sulla crema solare.

“Io insegno.”, rispondo sorridente

“Che bello! E’ così bello lavorare con i bambini!”, esclama con voce entusiasta.

“A dire il vero insegno in una scuola media..Lettere”, puntualizzo.

“Aaah…– geme inorridita – Che coraggio! Io non resisterei un attimo con quelli di quell’età…e poi al giorno d’oggi…noi non eravamo così. Sfacciati, maleducati…e come vanno a scuola vestiti…e poi …neanche un po’ di rispetto…e le famiglie che danno sempre ragione ai figli…una volta invece…”

“Già…”, sospiro piano.

Sospiro perché non ho la forza di aggiungere altro: non saprei come raccontare a quella signora che si dilunga infuocata nella solita retorica sociologica del “non come una volta” il viaggio che ogni anno mi accingo a intraprendere: ogni settembre mi imbarco su una nave e salpo senza conoscere il porto che mi attende, sempre un po’ restia e sospettosa, carica dei miei bagagli, dei miei programmi e delle mie aspettative, e mi ritrovo a viaggiare per mari e terre sconosciute, sicura solo che quando il viaggio sarà terminato, io sarò diversa e un po’ cresciuta.
Non ho la confidenza per spiegarle che sì, ci vuole coraggio a insegnare, ma non perché i ragazzi non sono più come quelli di una volta, ma perché saremo noi, dopo aver intrapreso questo viaggio, a non essere più quelli di una volta: non saremo più gli insegnanti dell’anno scorso, gli insegnanti del mese scorso… forse non saremo più le persone del tempo appeno trascorso.

Anche il prof. Mazard, nel film “Quasi nemici”, non è più lo stesso uomo dopo il percorso che è stato costretto a intraprendete con la studentessa Neilah, non è più lo stesso figlio (va a ritrovare la vecchia madre che da tanto tempo non vedeva), e solo in ultima battuta non è più lo stesso insegnante.

A dire il vero, vi confesserò, ogni volta che il viaggio di un nuovo anno scolastico ha inizio mi sento colpevolmente simile a questo saccente professore parigino: con una certa sicumera squadro i miei alunni, noti o sconosciuti che siano, con occhio critico, disapprovando dentro di me l’abbigliamento dell’uno, l’atteggiamento dell’altro, il linguaggio dei più… qualcuno mette pericolosamente alla prova la mia pazienza, qualcun altro riesce proprio a irritarmi.

Cos’è allora che cambia le carte in tavola? Cosa rovescia la situazione? Cosa spinge il prof. Mazard a piegarsi a un grazie per Neilah? Cosa spinge me a ostinarmi, ogni anno, a ricominciare il viaggio?
So di dire qualcosa che per voi è lapalissiano, scontato, quasi imbarazzante da ripetere, ma io ho bisogno di ricordarmelo ogni giorno e di scriverlo perfino qui, per rendermelo ancora più chiaro.
Ciò che fa cambiare rotta alla nave, che salva i miei alunni dal rischio che li faccia gettare in mare e salva me dall’ammutinamento, ciò che rende entusiasmante il mio e il loro viaggio e ci impedisce di naufragare, è senza ombra di dubbio la relazione.

La relazione dà senso a quello che faccio, la relazione è il tasto SAVE del mio lavoro, il tasto SAVE dell’esperienza scolastica, per me e per i miei alunni; nella relazione insegno tutto, nella relazione imparo tutto, nella relazione mi dimentico ogni nozione per impararla in modo nuovo, nella relazione si sgretolano i miei schemi mentali per ridisegnare la mappa del mio viaggio personale -e solo in secondo luogo professionale. Nella relazione divento capace di dire grazie ad ogni mio singolo alunno, di preoccuparmi per lui, di desiderare il meglio per e da lui.

Capiamoci: quando parlo di entrare in relazione non sono così ingenua da credere che dobbiamo indossare i panni strappati e cortissimi dei nostri alunni, dimenticarci i congiuntivi, sfidarci a Fortnite, ascoltare i loro idoli musicali e frequentare i loro locali per conquistare la loro simpatia e indurli ad ascoltarci.
Quando parlo di relazione intendo dire che l’insegnante riesce a salvarsi dal senso di frustrazione e fallimento e riesce a in-segnare ai suoi alunni un orizzonte di Senso, solo se si rende disponibile a scoprire e ad accogliere la persona che gli si pone davanti in tutta la sua interezza. Possono senza dubbio manifestarsi tra alunni e insegnante una antipatia o simpatia iniziale, una fiducia o sfiducia anche reciproca, diffidenza, insofferenza…ma l’insegnante che non vuole naufragare insieme a tutta la sua classe deve avere l’apertura e la disponibilità a mettersi in ascolto dell’altro, a lasciarsi interpellare dalla persona con cui ha a che fare e soprattutto concedersi e concedere all’altro il tempo.

Tempo per scoprirsi, per conoscersi, per farsi conoscere.
E’ il tempo di un anno scolastico che Pierre Mazard e Neilah sono costretti a condividere che li porta a conoscersi, a veder sgretolare le proprie solide convinzioni e ad avvicinarsi l’uno al mondo dell’altra. E’ il tempo lungo di un mese senza social, che permette a Veronica, la protagonista del libro di Fernando Muraca, di cambiare i nomignoli di amici, presunti tali e professori.
Ed è solo col tempo necessario a costruire la relazione che l’insegnante si trasforma in un educatore: colui che è capace di intravedere la bellezza e le potenzialità delle persone che gli sono affidate e non può permettere che queste rimangano sepolte, perché nella relazione si scopre a voler loro bene, a volere il loro bene.

Come emerge chiaramente dalla figura del prof. Mazard in “Quasi nemici” e da quella della prof.ssa La Balena Bianca, nel libro “Liberamente Veronica”, l’educatore non si accontenta di far lezione, di trasmettere quello che sa, ma si fa esigente, è sfidante, è provocatorio, tanto da risultare antipatico e non essere compreso nelle sue assurde intenzioni (“ti sfido a non usare i social per trenta giorni”, “ti sfido a recitare sulla metro attirando l’attenzione di tutti”…). L’insegnante che si fa educatore non molla: sa che nel gioco al rialzo che propone c’è l’ambizione di far emergere la dignità di quella persona, di allenare la sua volontà a raggiungere le mete sognate, di far crescere la sua autostima.

L’esperienza di questi due anni di vita del Centro Studi per l’Educazione racconta però come sia urgente e vitale per gli insegnanti affrontare questo viaggio insieme, trovando uno spazio in cui riflettere, nel senso proprio del termine di fare da specchio gli uni agli altri. Uno spazio in cui aiutarsi, imparare reciprocamente, riconoscere come la propria professionalità sia costantemente in crescita e sia inevitabilmente senza regole, perché le regole del gioco si inventano ogni giorno nella relazione con l’altro, che è sempre diverso, come diversi sono gli alunni, come diverso è lo stesso alunno, ogni giorno che passa, come diversi siamo noi, resi di giorno in giorno più umani dai nostri ragazzi.


Insomma, cara signora sotto l’ombrellone, cosa vuole che le dica? Ha proprio ragione lei: l’insegnamento è un mestiere per gente coraggiosa!

Silvia Spillari