Magellano-riduzione per ragazzi del romanzo di Stefan Zweig – (Newsletter n.19 settembre – ottobre 2023)

Magellano-riduzione per ragazzi del romanzo di Stefan Zweig – (Newsletter n.19 settembre – ottobre 2023)

P.Molinari, F.Farina, M. De NigrisSestante Edizioni 2013

La storia può essere presentata come un susseguirsi di date e di fatti, concatenati da un rapporto di causa-effetto.

Tutti, però, sappiamo che la storia è fatta di persone, popoli, ma anche uomini e donne che hanno avuto un ruolo speciale, che si sono fatti conoscere, che hanno lasciato il segno. E soffermarsi sulla “loro storia” non è una perdita di tempo. Anzi. Spesso, conoscere da vicino il personaggio storico, vederne le vicissitudini, capirne la vita quotidiana, rende la storia ancora più concreta e interessante.

Questo è l’intento di “Magellano”, riduzione per ragazzi dell’omonimo romanzo di Stefan Zweig, che ha visto la cooperazione di Paolo Molinari, Fiorenza Farina (entrambi collaboratori del Centro Studi) e di Maria De Nigris, tutti impegnati ora o nel recente passato nell’insegnamento alla scuola primaria.

Nel libro si parte da un popolo, quello portoghese, a cui Magellano appartiene, geograficamente vocato alla navigazione. Attività, al tempo, ben più pericolosa di quello che si può pensare, tanto che chi partiva si confessava e si preparava a non fare ritorno. Sola la fame di conoscenza, la cosiddetta “nostalgia di mare infinito” e la coscienza di essere nelle mani di Dio spingono tanti uomini ad affrontare l’ignoto. È così che, dopo la scoperta dell’America, la cartografia ha una velocissima evoluzione e l’arte della navigazione diventa sempre più sviluppata.

Protagonista del viaggio e del romanzo è, ovviamente, Magellano, con la sua più grande impresa, la circumnavigazione del globo terrestre, che lui prepara meticolosamente e porta avanti con astuzia e intelligenza. E Antonio Pigafetta, giovane e tranquillo marinaio italiano senza il quale l’avventura sarebbe rimasta sconosciuta. Poi i compagni di viaggio, aiuto ed ostacolo alla missione. A tutti viene rivolto uno sguardo familiare, che rende viva la navigazione e comprensibili le sfide.
Non mancano citazioni e documenti storici, schemi e illustrazioni che rendono ancora più immediata la comprensione.

La narrazione è ancor più di valore perché sottolinea tutte le difficoltà che una tale impresa ha posto a quegli uomini. Se non venissero poste all’attenzione, non si potrebbero immaginare: quale differenza, ad esempio, partire da un porto europeo e attraversare in un mese l’Atlantico, dal partire dal porto di Siviglia e, nelle Americhe, fare solo una pausa, per poi riprendere la navigazione verso e nell’ignoto, stanchi e impoveriti delle scorte iniziali. L’Oceano Pacifico richiede alla flotta capitanata da Magellano un centinaio di giorni per essere attraversato. Pacifico sì, come battezzato da Magellano, ma immenso. E ancora, arrivati alle Filippine, l’impresa è solo a metà. L’incontro con popoli sconosciuti e tutto il viaggio lungo le coste dell’Asia e dell’Africa sono sfide altrettanto difficili. Solo con il rientro a Siviglia si può dire concluso il viaggio. 

Una lettura consigliata a bambini e ragazzi per la vicenda storica narrata in modo agile ma ricco di particolari; e senza dubbio agli insegnanti per la metodologia didattica di trattazione storica. 

PS: Sorprendente la scoperta nella scoperta che proprio il “nostro” Pigafetta fa alla fine del viaggio!

Miriam Dal Bosco

Non giudicare ma comprendere (Newsletter n.19 settembre-ottobre 2023)

Non giudicare ma comprendere (Newsletter n.19 settembre-ottobre 2023)

Una seria riflessione sulla didattica della storia non può prescindere da una più profonda analisi dell’utilità della storia come disciplina scolastica.

Nelle mie prime lezioni di storia in una nuova classe ho sempre posto agli studenti questa domanda: «A cosa serve secondo voi la storia?». Non nasconderò che la maggioranza rispondeva con un semplice «niente» e, sarò sincero, una parte di me si trova in accordo. In un’epoca segnata dalla “dittatura della tecnica” e da un insegnamento ultra-specializzante, basato spesso su progetti fine a sé stessi, materie come la storia sembrerebbero inutili. Quale senso ha, in effetti, investire due o addirittura tre ore alla settimana per studiare eventi, date, nomi, luoghi legati a un passato più o meno remoto ma apparentemente slegato dalle esigenze del presente? Nessun senso, potremmo dire.

Altri studenti rispondono che la storia è “maestra di vita”: in altre parole, «si studia la storia per conoscere gli errori del passato e per evitare di commetterli nuovamente». Forse sarò brutale, ma questo approccio rende ancora più noioso lo studio della storia. Mi spiego meglio: molti dei nostri giudizi sulle scelte compiute nel passato, oltre ad essere anacronistici perché totalmente decontestualizzati, ci fanno credere di essere “migliori” del nostro passato. «Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo da separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai dannati?», si chiedeva magistralmente Marc Bloch, il padre degli studi storici moderni.

Troppo frequentemente infatti, e io ho subito da studente questa esperienza, l’insegnante di turno ha piegato la narrazione storica a una riflessione faziosa e ideologizzata, contrassegnata da un moralismo feroce. Non ci si può lamentare del disinteresse degli studenti se la lezione di storia si trasforma in un’aula di tribunale o, ancora peggio, in una tribuna elettorale.

Sembra una contraddizione ma solo adottando un atteggiamento non-giudizioso, e quindi comprensivo, nei confronti del passato possiamo rendere il passato stesso appassionante e avvincente. Se nella nostra didattica riusciremo a lasciare fuori dalla porta la “mania del giudizio” la storia diventerà viva perché scopriremo che chi ci ha preceduto, seppur in situazioni sociali ed economiche diverse, non era tanto diverso da noi. Non sto quindi affermando che si possa insegnare la storia in maniera totalmente oggettiva, ogni insegnante infatti è figlio di un’epoca o comunque portatore di una determinata visione del mondo e quindi del passato. La storia non è un libro già scritto da ripetere annualmente.

Ho sempre pensato che la lezione di storia non debba essere tanto diversa da uno studio di anatomia: seppur con strumenti diversi, tra le pieghe della storia l’insegnante dovrebbe far emergere gli uomini e le donne in carne e ossa, con i loro sentimenti e le loro speranze. In questo senso ogni scelta del passato, che secondo la nostra lettura contemporanea potrebbe sembrare irrazionale, assume un significato perché dietro ad essa si cela la vita di un essere umano. Per spiegare meglio la necessità della riscoperta di questo lato umanistico della storia, farò un esempio forse drastico, nella speranza di non urtare la sensibilità di qualcuno: è scorretto affermare a priori che Hitler fosse un pazzo; è necessario invece riflettere e comprendere perché quasi 20 milioni di tedeschi nel 1933 decisero di votare il partito nazionalsocialista. La differenza è sostanziale, nel metodo di insegnamento e nei risultati attesi. La scelta si riassume in due parole: giudicare o comprendere. Vorrei precisare che non sto affermando che l’atto di giudicare sia in sé negativo, poiché nella nostra quotidianità siamo costantemente chiamati a giudicare e scegliere una posizione. Sono convinto tuttavia che l’astensione da facili giudizi non solo accenda nello studente il desiderio di comprendere più approfonditamente il proprio passato, ma lo possa aiutare anche a porsi le giuste domande e, soprattutto, a non accontentarsi di risposte semplici e banali, magari imposte dall’alto.

Insegnare a porsi le giuste domande, questo è il grande obiettivo dell’insegnamento della storia a scuola, a qualsiasi ordine e grado. In questo senso, la storia diventa uno strumento utilissimo per lo studente al fine di affinare quelle abilità che potrà poi spendere nella sua vita professionale e nella società civile.

Stefano Sasso

Stefano Sasso è il curatore di un podcast di storia “History on Air – Scuola di storia” presente su Spotify

La storia è un bene per tutti. Insegnare storia in una prospettiva umanistica –  (Newsletter n.19 settembre-ottobre 2023)

La storia è un bene per tutti. Insegnare storia in una prospettiva umanistica – (Newsletter n.19 settembre-ottobre 2023)

Intervista al professor Andrea Caspani

Riportiamo l’intervista condotta al prof. Andrea Caspani, già docente di storia e dirigente scolastico, direttore della rivista online LineaTempo – Itinerari di ricerca storica e letteraria (http://www.lineatempo.eu). Ha svolto per vari anni il coordinamento del tirocinio e il laboratorio di didattica della storia per le SSIS, ha tenuto corsi di Storia contemporanea e di Didattica della storia all’Università Cattolica. Ha pubblicato vari studi di didattica della storia e di storia moderna e contemporanea, fra cui Memoria storica e insegnamento della storia (2003); La storia italiana: una questione d’identità (2005), Storie scelte. Elementi e pratiche di una didattica della storia (2008) L’Italia di Manzoni (2011), La prima follia mondiale chiamata guerra (2014). Ha curato la mostra storica del Meeting di Rimini: Testimoni della verità nell’Italia in guerra. La resistenza cancellata (2007).

In una nostra precedente newsletter (n. 10 del giugno 2021) era apparsa una sua intervista sul bicentenario napoleonico che potete leggere cliccando qui.

Citando March Bloch e il suo “Apologia della storia o mestiere dello storico”, certamente uno dei testi classici della riflessione sul senso e sul metodo della storiografia, vorrei partire chiedendole “A cosa serve la storia?”.

Questa bellissima domanda colpisce il problema dell’attuale disaffezione nei confronti della storia soprattutto da parte dei giovani. Il punto di partenza per una risposta esistenzialmente adeguata è comprendere che la storia, intesa come consapevolezza dello svolgersi dell’io nel tempo, è una dimensione costitutiva dell’umano, è ciò che permette la formazione dell’identità di una persona, perché ci apre alla realtà a 360 gradi,mettendoci in contatto con il mondo da cui veniamo, e aiutandoci a contrastare la mentalità di oggi tendenzialmente individualistica, che sembra teorizzare che ognuno si fa da solo o decide da solo il senso di tutte le cose. La storia invece ci insegna che noi non ci facciamo da soli, come si può notare semplicemente guardando il proprio ombelico (immagine che di solito viene utilizzata per dire che ognuno pensa solo a sé ed è responsabile solo di sé stesso), perché proprio l’ombelico indica che ciascuno di noi viene da altri.

In questo senso la storia serve ad aprirsi ragionevolmente al futuro e a combattere il presentismo attuale, perché fa comprendere che l’attesa e l’apertura al futuro non è connessa solo all’immediato presente, ma che questo è frutto e sviluppo di un passato, che va ricompreso, rielaborato ed assimilato criticamente se non si vuole vivere in modo squilibrato.

Il compito della storia è aiutarci a comprendere le nostre radici: acquisire la consapevolezza che, se vogliamo guardare realisticamente in avanti, occorre prendere coscienza che veniamo da lontano. Faccio un parallelo con quanto ci insegna la psicoanalisi sull’importanza di una equilibrata memoria personale (che superi cioè le lacune e le ferite del passato che hanno condotto alle rimozioni di cui tante volte non siamo neanche consapevoli) per la formazione di una personalità adulta responsabile: ebbene la storia, che è la nostra memoria sociale, svolge la stessa funzione terapeutica della psicoanalisi su un piano più generale, infatti se non ripercorriamo bene il nostro passato, con le sue luci ed ombre, come popolo, come umanità, rischiamo di non riuscire a guardare in modo realistico al presente. Chi non fa questo dà ragione a quel detto che dice che chi non conosce la storia è destinato a ripeterla, e aggiungerei, a ripeterla soprattutto nelle sue ombre

“Historia magistra vitae” diceva Cicerone. Cosa pensa di questa celebre definizione? Ce n’è una che si sente di dare o a cui si sente più vicino?

Questo giudizio di Cicerone è molto interessante, ma è solo parzialmente vero: perché normalmente porta a considerare la storia come un catalogo di episodi, strutture e concezioni da utilizzare per non ripetere gli errori del passato. In questo senso non è vero che la storia è magistra vitae, tanto è vero che molti oggi sostengono essere evidente l’esatto contrario, ovvero che dal passato non si può imparare niente, visto che si continuano a ripetere gli stessi errori del passato, come ad esempio mostra il continuo ripresentarsi delle guerre viste come l’unico modo per risolvere i problemi drammatici dei popoli e dell’umanità.

Occorre riconoscere che la storia non ci insegna come evitare gli errori del passato. Da questo punto di vista io ritengo più vera l’affermazione di Umberto Eco, che in un passo famoso diceva che la storia insegna a capire come si è arrivati a questo punto, ma non dove si va. Anzi, lui aggiungeva che, se qualcuno ti dice che la storia insegna come andranno le cose è o un ingenuo o un mascalzone. Al di là della battuta, la storia, secondo me, è magistra vitae nel senso che ci permette di contestualizzare il nostro passato, e attraverso di esso di cogliere ed incontrare il tesoro dell’esperienza umana dei nostri predecessori, che è fatta non solo delle ombre della violenza e delle guerre, ma anche di aspirazioni ideali, di slanci eroici, di affermazioni di valori, di realizzazioni ed opere che hanno segnato un progresso reale nella vita dell’umanità.

Conoscere tutto questo ci permetterà di trarre ispirazioni positive dal passato, ma non ci permetterà mai di dire che direzione prenderà la storia. Perché la direzione che prenderà la storia dipende dall’atteggiamento, dalla visione, dal sogno ideale che ciascuno di noi ha, e che non è deducibile dalla somma dei fattori del passato che ci condizionano. 

Se ci basiamo sulla classica distinzione tra scienze dello spirito e scienze della natura, la storia viene ricondotta alle prime, attribuendole la funzione di comprendere o interpretare, piuttosto che di spiegare alla maniera delle scienze naturali. Se questo è vero, a quale grado di oggettività può aspirare la verità storica?

È pienamente accettabile la distinzione tra scienze dello spirito e scienze della natura, e l’inserimento della storia nelle prime, perché l’oggetto precipuo della storia è l’uomo, anzi come diceva Marrou, la storia è proprio la conoscenza del passato umano in quanto umano. Questo non vuol dire che la storia studia l’uomo in generale, ma che si studiano gli uomini così come concretamente sono, nella loro avventura lungo la linea del tempo alla ricerca di un significato, che permetta loro la costruzione di una polis strutturata e in grado di affrontare le avversità e le sfide della realtà.

Da questo punto di vista il compito della storia è quello di comprendere il senso dello svolgimento delle azioni degli uomini e il filo sotteso che li motiva all’agire, non quello di spiegare tramite l’individuazione di leggi oggettive (come quelle della fisica) i rapporti tra le cose, tra gli enti.

L’oggetto della storia, infatti, non sono gli enti, ma gli eventi, cioè l’intreccio tra i fattori strutturali del reale, l’intenzionalità dell’agire dell’uomo e gli elementi casuali che interferiscono con questi.

In questo senso il fine della ricerca storica è la comprensione del senso degli eventi, non la loro spiegazione tramite leggi o costanti, né tanto meno la pretesa di giudicare moralisticamente gli eventi o i periodi storici. La storia non coincide con il giudizio morale sul passato, altrimenti non potremmo studiare realtà profondamente disumane come, ad esempio, il nazismo. 

Ogni evento o periodo, siccome è sempre implicato l’agire umano, che è cangiante e oscillante tra l’aspirazione ai grandi ideali e il rischio della disumanità perfino nel segreto del proprio cuore, va studiato con un “oggettivo” atteggiamento di empatia verso il tentativo dell’uomo di quel tempo di trovare un significato ideale e una conseguente strutturazione della polis, ma con la consapevolezza che non si giungerà mai ad uno sguardo onnicomprensivo e totalizzante del passato, cosa che può fare solo Dio. Questo spiega perché nella scienza storica permanga sempre un margine di incertezza su diversi aspetti particolari, e sia inesauribile la possibilità di un miglioramento della comprensione dell’umano del passato da parte della ricerca storica.

Questo, però, non toglie che la storia sia una scienza che raggiunge certezze, perché il metodo storico-critico, se applicato bene, ci permette di accertare che certi eventi sono realmente accaduti, ed anche, sia pur con un’approssimazione prospettica, il perché e il come sono accaduti.

Infatti, l’obiettivo della storia non è la verosimiglianza, (che è l’obiettivo del romanzo storico o della fiction televisiva seria), ma la certezza provata sugli eventi del passato e sul senso del loro accadere. Facciamo solo un esempio molto semplice: si può discutere, e infatti lo si sta ancora facendo, sulle interpretazioni della caduta del muro di Berlino e sulle cause della fine della Guerra Fredda, ma nessuno può negare che il muro di Berlino sia caduto e che questo abbia cambiato l’orizzonte della storia europea e mondiale. 

A volte può succedere di ascoltare lamenti circa un diffuso disinteresse degli studenti per la storia insegnata a scuola. Dall’altra parte, il successo, anche presso i giovani, di noti storici (come Alessandro Barbero tanto per citarne uno) e di canali di storia su internet fa pensare che l’interesse per la storia sia ancora forte, ma forse bisogna saper trovare il modo giusto per parlarne. Ha qualche riflessione da offrirci in proposito?

Certamente il contesto sociale del mondo occidentale che oggi non considera più importante la dimensione storica per la realizzazione della persona è un fattore demotivante, ma sono convinto che molte volte il problema della disaffezione o del disinteresse dei ragazzi dipende proprio dal modo di insegnare. La conferma ce la danno proprio gli storici citati sopra, che oggi richiamano l’attenzione di giovani e grandi per la loro capacità affabulatoria che evidenzia l’aspetto esistenziale dell’avventura degli uomini del passato.

Nella misura, infatti, in cui uno storico riesce a narrare, cioè a mostrare l’interazione fra l’agire e le intenzioni degli uomini con il contesto naturale e le strutture socio-economiche di un periodo dato, immediatamente si supera quell’estraneità che un ragazzo oggi vive verso ogni tipo di passato, fosse anche l’attentato alle Torri Gemelle; tutto ciò che non è nell’orizzonte del suo presente, per lui è storia “archeologica”, lontanissima da quel che sente come reale.  

Passando a parlare in modo più specifico della didattica della storia, quali indicazioni generali di metodo consiglierebbe ai docenti per suscitare negli studenti l’interesse per la disciplina permettendo a quest’ultimi di raggiungere un buon livello di competenza storica? E al contrario, secondo lei, quali possono essere gli errori più comuni o le pratiche didattiche meno efficaci, ma magari ancora oggi molto diffuse tra gli insegnanti? 

Il punto fondamentale è comprendere che l’insegnante di storia ha un compito diverso da quello del ricercatore. Mentre lo storico mira all’accertamento dei fatti, alla ricostruzione complessiva di un contesto e di un periodo, l’insegnante di storia ha come compito fondamentale quello di introdurre il ragazzo a immedesimarsi nella dimensione storica, a pensare e immaginare storicamente, a incontrare l’umanità degli uomini del passato. Questo richiede una prospettiva di metodo che è diversa da quella dello storico. Per questo sono falliti tanti tentativi in buona fede di cambiare la didattica tradizionale, perché hanno puntato ad esempio ad approfondire la ricerca delle fonti o il confronto tra le interpretazioni, puntando a educare il ragazzo a diventare uno piccolo storico. Di fatto mentre solo alcuni ragazzi diventeranno magari dei futuri storici, tutti possono appassionarsi alla dimensione storica nella misura in cui comprenderanno che pure in contesti ed epoche diverse gli uomini si sono posti lo stesso problema del senso della vita, dello strutturarsi della vita associata ecc. che è il problema che esistenzialmente vive anche il ragazzo d’oggi. Sono questi gli spunti che favoriscono l’immedesimazione esistenziale di un ragazzo d’oggi con le problematiche degli uomini del passato, purché naturalmente l’insegnante stia ben attento a non cadere nell’anacronismo, cioè nel presentare gli antichi come se ragionassero o avessero gli stessi ideali della nostra epoca, e ad utilizzare con accortezza i risultati delle più serie ricerche storiche.

Che la storia continui a rivestire un’importanza non secondaria, lo dimostra sicuramente l’uso pubblico della storia, con i rischi connessi di ideologizzazione e strumentalizzazione. Quale posto potrebbe avere nella didattica della storia una riflessione su tale dimensione?

La storia ancora oggi ha un grande ruolo sul piano pubblico, anche internazionale. Lo dimostra il fatto che Putin ha predisposto (attraverso anche una serie di interventi sui libri di testo) negli anni precedenti all’attacco contro l’Ucraina del febbraio del 2022, una versione della storia della Russia come di una realtà monolitica, con il principato di Moscovia quale unico erede della Rus di Kiev e il mondo ucraino strutturalmente connesso alla Grande Russia. Questa ricostruzione falsificante della storia russa (come affermano gli storici più autorevoli sul tema) è stata utilizzata come supporto “oggettivante” alle pretese russe verso l’Ucraina e purtroppo appare ancora convincente per tanti russi.

Questo significa che la storia viene usata oggi non soltanto per un discorso ideologizzato su questo o quel nodo storico (come accade da noi su tanti temi del nostro passato novecentesco), ma può essere utilizzata addirittura come fondamento per costruire una prospettiva politica di lungo periodo che condizioni lo svolgimento stesso della storia mondiale. In questo senso, a mio avviso, è molto importante sul piano culturale lavorare perché l’insegnamento della storia ritorni ad essere un asse portante della formazione scolastica.

E poi occorre un insegnamento attento a ripulire la storia da queste falsificazioni, ma questo non lo si può fare in prima battuta mettendo in luce tutti gli errori delle posizioni ideologiche, ma impostando un metodo di lavoro centrato sulla problematizzazione delle origini dei problemi storici attuali. Questo aiuterebbe subito a mostrare che la storia non è fatta tutta di luci per un soggetto e di ombre per un altro, qui il riferimento che mi viene immediato è alla drammatica situazione che sta vivendo la Terrasanta oggi: la storia delle origini della questione israelo-palestinese ad esempio permetterebbe di andare oltre agli atteggiamenti ideologici che guidano gran parte delle reazioni ai drammatici fatti che si succedono dal 7 ottobre ad oggi, favorendo una riflessione più comprensiva delle ragioni dei diversi soggetti storici coinvolti ed insieme delle ombre ma anche delle luci che hanno caratterizzato lo svolgersi degli eventi nel corso di più di un secolo di storia del Medio Oriente.

In questo senso un insegnamento storico criticamente fondato può svolgere una funzione positiva sul piano della formazione umana dei ragazzi, allontanandoli dall’idea che la storia (e soprattutto la sua interpretazione) debba sempre dividere i popoli.

Infine, un’ultima parola sulla rivista on line da lei diretta “LineaTempo – Itinerari di storia, letteratura, filosofia e arte” (www.lineatempo.eu) e rivolta agli insegnanti. Cosa vuole essere e quali scopi si propone?

LineaTempo è una rivista che è nata nel 1997 da un gruppo di docenti di storia che volevano andare a fondo del senso della storia e del suo insegnamento e da un gruppo di docenti universitari attenti alla divulgazione dei risultati della ricerca storica nel mondo della scuola. È una rivista di alta divulgazione che vuole essere di aiuto e di supporto a chi fa un lavoro di insegnamento della storia. Nel corso degli anni l’orizzonte della rivista si è arricchito ed allargato a tutta la dimensione umanistica, grazie anche al fatto che siamo divenuti una rivista online e abbiamo aperto un nostro sito dedicato.

Così sul sito, oltre alla rivista, si trovano diverse sezioni, una ad esempio sull’Ucraina, che abbiamo aperto dopo lo scoppio della guerra, per cercare di illuminare le radici storiche del conflitto, e documentare le luci di umanità che sono apparse. Recentemente abbiamo aperto un’altra sezione, intitolata “Mappe”, che vuole presentare, con testi molto brevi, libri di poesia e di letteratura significativi per la crescita dell’umano. 

La rivista, che ha una periodicità quadrimestrale, è caratterizzata in ogni numero da un ampio Dossier dedicato ad un tema culturale di rilievo: per es. l’ultimo dossier è sui sentieri della pace, ossia come l’esperienza storica del Novecento non sia stata solo una storia di violenza, genocidi e guerre, ma abbia visto anche lo svilupparsi di nuove forme di lotta per la pace, dall’emancipazione non violenta di popoli oppressi all’obiezione di coscienza, tutti riferimenti che potrebbe essere utile riprendere anche in questo periodo di “terza guerra mondiale a pezzi” e che convergono con lo sviluppo della visione della pace che papa Francesco sta portando avanti sulla scia della riflessione dei pontefici precedenti.

Un’altra sezione importante della rivista sono poi i Segmenti, con articoli di docenti ed esperti di storia, letteratura, arte, filosofia e perfino di storia della musica, che illustrano o rivisitano di volta in volta diversi aspetti delle discipline umanistiche in una forma facilmente utilizzabile per chi svolge un lavoro educativo. Completano il quadro i Percorsi culturali che presentano in modo originale e sintetico autori o temi storico-culturali e le Recensioni.

Alessandro Cortese

Insegnare musica, oggi, nella scuola dell’obbligo – sfide ed opportunità (Newsletter n.18 marzo-giugno 2023)

Insegnare musica, oggi, nella scuola dell’obbligo – sfide ed opportunità (Newsletter n.18 marzo-giugno 2023)

Insegnare musica, come avviene per ogni cosa che si desidera trasmettere ad altri, richiede un desiderio profondo di condividere qualcosa di bello e di grande, con la disponibilità ad impegnarsi per questa causa. Tutto questo viene solitamente concentrato in un’espressione molto più  affascinante, anche se un po’ fuori moda: “vocazione” all’insegnamento. 

Negli ultimi anni questa vocazione deve essere più convinta rispetto al passato. Non mi riferisco tanto ad un passato remoto, quando chi voleva imparare a fare il musicista si metteva volontariamente alla “scuola” di un altro musicista, un po’ come facevano altri giovani con qualsiasi altro artigiano, per apprendere le tecniche del mestiere, i segreti, le innovazioni, la capacità di risolvere i problemi legati alla pratica dell’arte… Nel nostro passato più prossimo, invece, da diversi anni, la musica si insegna anche nella scuola dell’obbligo, per cui l’unico tipo di approccio proponibile, a mio avviso, è quello di chi si gioca ogni giorno la sua vocazione all’insegnamento tentando di incuriosire, destare un interesse, far provare bambini e ragazzi ad avvicinarsi al complesso ed inquieto oceano della musica per assaggiarne qualche goccia.

Nella scuola dell’obbligo, questa è sicuramente un grande opportunità: credo che la musica possa avere un ruolo importantissimo nel nostro sistema educativo/scolastico, come disciplina e come forma d’arte

Come disciplina la musica insegna, soprattutto attraverso la pratica, le grandi virtù della costanza, della pazienza, della fatica per arrivare ad ottenere un risultato concreto ed oggettivo; bisogna sottoporsi ad un lavoro intellettivo/manuale che può essere quantitativamente più o meno fruttuoso a seconda del talento e della predisposizione di ogni persona (che non è uguale per tutti, come, del resto, avviene con ogni altra disciplina); fatica imprescindibile per chiunque, se si vuole ottenere un livello di soddisfazione via via maggiore, che giustifichi e rimotivi a sua volta la necessità dell’impegno. La pratica musicale, specie quella in gruppo, favorisce una miriade di facoltà che sono tipiche della nostra umanità: il coordinamento oculo/manuale e spazio/temporale sono i cardini. La capacità di leggere ed articolare una melodia correttamente richiede la comprensione e la gestione di molti parametri contemporaneamente: altezza, intensità, ritmo e misurazione delle durate di suoni e silenzi, e così via. Per molti ragazzi si tratta di un primo approccio un po’ serio al mondo della musica pratica. Poco importa il mezzo impiegato; può essere uno strumento a fiato come il tradizionale flauto, piccoli strumenti a tastiera o a percussione (ovviamente il problema del costo e della praticità negli spostamenti, non è un problema da sottovalutare). L’educazione musicale nella scuola non ambisce certo a formare dei musicisti; molti ragazzi, però, grazie a questo primo approccio, hanno pensato poi di coltivare un loro talento al di fuori della scuola, in gruppi musicali giovanili, in bande musicali, gruppi corali, ecc. Un po’ di soddisfazione di questo tipo arriva sempre!!

Ma la musica è anche (e soprattutto) una forma d’arte e, come tale, è un linguaggio dello spirito umano. Eliminarla dall’educazione di un giovane vorrebbe dire eliminare una finestra verso il cielo, una delle vie che il buon Dio ha concesso agli uomini per poter elevare il loro spirito alla ricerca del Trascendente. Questa parte si coltiva sicuramente molto di più attraverso l’ascolto delle grandi produzioni musicali che oggi chiamiamo “classiche”; termine che, nel suo significato più ampio, riguarda tutte le epoche del passato e tutti i generi musicali. Parliamo della musica (forse, in realtà, solo una piccola parte di quella prodotta) che ha subito quella selezione, spregiudicata a volte ma efficace, che solo il tempo riesce a fare in modo veramente onesto.

La musica del passato, la più sconosciuta e quindi la più difficile da avvicinare, ha molto da insegnare alle nuove generazioni. A volte i ragazzi si stupiscono che da un insegnante di cinquant’anni possa arrivare qualche proposta musicale interessante, forse a volte vogliono anche compiacermi un po’; magari il mio entusiasmo desta in loro un po’ di tenerezza… I momenti in cui li ho sempre visti molto coinvolti sono quelli in cui la musica è ispirata (e quindi associata) ad un testo, come avviene nei musical, nelle canzoni di musica leggera, nel melodramma, nei lied, anche nella musica sacra. Conoscere il testo di partenza è sempre una leva molto efficace per far breccia nella curiosità di chi ascolta ed ottenere poi l’apprezzamento di quella musica che ne amplifica il significato.

Dobbiamo però riuscire a far breccia nel loro mondo, il mondo dei nostri ragazzi di oggi. Talvolta per riuscire a farlo dobbiamo accettare anche di dover imporci; ci stupiamo sempre come alcune cose belle possano non venire accolte con disponibilità! 

Riuscire ad affacciarsi su questo mondo un po’ blindato, che caratterizza da sempre tutti gli adolescenti e trovare un minimo di accoglienza, è una grandissima sfida! 

Gli adolescenti con cui lavoriamo oggi, purtroppo, sono spesso sazi di diverse cose, magari a nostro avviso futili, ma per loro appaganti. Credo che non ci sia niente di più difficile che proporre un qualsiasi piatto prelibato, cucinato con tutto l’amore possibile, ad una persona già sazia di altri cibi più insipidi. Spesso la sazietà e la semplice ignoranza, ovvero la non conoscenza, fanno sì che non si senta nemmeno la curiosità di scoprire altro. Sicuramente anche noi insegnanti non sempre riusciamo a testimoniare l’entusiasmo che alcune grandi espressioni artistiche riscuotono in noi.

Così ogni tanto frugo nei miei ricordi, chiedendomi quali fossero i segreti degli insegnanti (molti, fortunatamente) che ho ritenuto più significativi nel mio percorso scolastico. Ebbene, il comune denominatore di tutte le loro qualità umane e professionali era sempre lo stesso: sono stati molto esigenti con me. Mi chiedevano molto, a tutti chiedevano molto! Sapevano anche toccarci il cuore, ma non per vie accomodanti o concedendo sconti. A volte forse ci sembravano “poco umani”, ma questa parte più negativa oggi è stata quasi completamente cancellata dai ricordi.

Dobbiamo aver più coraggio di fare lo stesso; ecco la prima convinzione che sto maturando sempre di più. Una seconda convinzione è molto legata alla prima. Abbiamo un prezzo più alto da pagare rispetto al passato: spiegare, dialogare, convincere i genitori di oggi che questo tipo di approccio “esigente” ai loro figli è quello più giusto; ossia quello che richiede a noi insegnanti più amore e più dedizione, ma anche più stima e più fiducia nei confronti delle nuove generazioni.

Prof. Damiano Ceschi

La Musica con la M maiuscola è Bellezza – intervista al maestro Paolo Facincani (Newsletter n.18 marzo-giugno 2023)

La Musica con la M maiuscola è Bellezza – intervista al maestro Paolo Facincani (Newsletter n.18 marzo-giugno 2023)

Nel centro di Verona, all’interno del prestigioso chiostro di Sant’Eufemia, troviamo la sede di una preziosa realtà, che della musica ha fatto il suo fulcro: si tratta dell’Accademia Lirica Verona, un’istituzione che opera nel territorio veronese da più di vent’anni. Nella città conosciuta nel mondo per l’anfiteatro tra i più suggestivi ancora in uso, l’Accademia ha certo occasione di mettere alla prova i suoi talenti più giovani. Per permettere, però, a questi ragazzi di scoprire e coltivare la loro passione, ALiVe propone una vera e propria scuola, con appuntamenti e impegni che richiedono grande organizzazione, costanza e spirito di sacrificio; ma lo fanno volentieri! Abbiamo avuto la possibilità di porre qualche domanda al maestro Paolo Facincani, ideatore e fondatore e guida musicale di ALiVe.

 Maestro, prima di tutto posso chiederle di presentare la sua attività e i bambini e ragazzi che vengono in esse coinvolti?

L’attività che svolgo come musicista in A.LI.VE. (Accademia Lirica Verona) è con i bambini del coro di voci bianche, formato da bambini e bambine in età compresa tra i 7 e i 12 anni che esegue vario repertorio (dal gregoriano all’opera lirica, dall’oratorio sacro a brani didattici) e collabora con la Fondazione Arena di Verona in produzioni lirico-sinfoniche sia al teatro Filarmonico che in Arena.

In Accademia è operante anche un coro giovanile formato da ragazzi e ragazze in età compresa tra i 13 e i 25 anni che esegue il repertorio polifonico sacro e profano (rinascimentale, barocco, romantico e tardo romantico e contemporaneo).

Seguo inoltre la crescita e la formazione di giovani solisti, sia voci bianche che voci di tessitura ‘adulta’ sia nel repertorio lirico che pop.

Parimenti seguo bambini e giovani nel percorso strumentale coadiuvato da maestri di chiara fama.

Rispetto all’educazione musicale a scuola, i ragazzi che vengono da lei scelgono volontariamente di approfondire una disciplina musicale, mostrando quindi la passione come ingrediente di partenza. Oltre a questo amore per la musica, quali altre qualità sono necessarie per far sì che la passione si trasformi in arte? Quali invece sono gli aspetti che maggiormente vengono educati da un percorso di studi di tipo musicale?

Il bambino che canta nel coro riceve un’educazione varia, fondamentalmente migliora la sua capacità di concentrazione. Sviluppa inoltre una sensibilità all’ascolto (proprio e degli altri), acquisisce un metodo di studio i cui risultati dimostra nelle esecuzioni pubbliche, si crea un senso estetico rivolto al ‘bello’ e pratica una solida disciplina personale e di gruppo.

Per ottenere tutto ciò ci vuole costanza, nel caso degli allievi di ALIVE è una cosa quasi naturale perché i bambini e i giovani che frequentano il coro si divertono a mettere in pratica tutto ciò.Per trasformare la passione in arte gli allievi hanno bisogno di un maestro, di una guida sicura che li sappia condurre, stimolandoli e affascinandoli.

Oggi la musica, di vari generi, è nelle orecchie di tutti. A suo modo di vedere, tutta la musica è arte ed è in grado di comunicare qualcosa? Quali autori del presente o del passato consiglierebbe, in particolare al mondo educativo?

Oggi la musica viene ‘consumata’ velocemente da chiunque lo voglia, è di facile reperibilità e riproduzione. Non tutta la musica è arte, c’è da distinguere tra bella e brutta musica. Questo distinguo vale per tutti i generi musicali di tutte le epoche. La musica dei nostri giorni rispecchia il mondo in cui viviamo. Come si riesce a capirne il valore? Studiando, praticando, eseguendo, provando e riprovando. Il consiglio che mi sento di dare agli insegnanti è sul ‘modus operandi’: la musica non va consumata, va fatta praticare, va spiegata, contestualizzata, va colta nel suo aspetto più affascinante.

Così facendo gli insegnanti potranno scegliere il repertorio più adatto ai loro alunni e alla loro preparazione culturale. In questo modo potranno scegliere consapevolmente tra Bach e Gaber, tra Puccini e Rino Gaetano.

“La bellezza salverà il mondo” è una delle citazioni di Dostoevskij più celebri e ripetute. Come ritiene che la musica possa inserirsi in questo processo e contribuire al riscatto dell’umanità?

La Musica con la M maiuscola è Bellezza. Per i bambini e i giovani d’oggi è necessario prendere le distanze dalla tecnologia e ritornare alla relazione tra esseri vivi che sanno immaginare. Solo così si potrà ripartire e dare un vero senso alla vita.

Miriam Dal Bosco

Un mondo im-probabile. “Fine Tuned” – (Newsletter n.18 marzo – giugno 2023)

Un mondo im-probabile. “Fine Tuned” – (Newsletter n.18 marzo – giugno 2023)

Yves Gaspar, Umberto Fasol -La Bussola 2022

Questo agile testo, scritto da un cosmologo e da un biologo, vuole fornire dati a favore dell’argomento dell’universo fine tuned, traducibile come finemente regolato.

Coloro che sostengono questa tesi dichiarano che le osservazioni scientifiche hanno messo in luce che la possibilità della vita in natura è dipesa e dipende da una combinazione di condizioni che hanno una probabilità estremamente bassa di verificarsi: da qui il titolo del libro “Un mondo improbabile”. Scrivono gli autori nella prefazione che “universo fine tuned” significa due cose: “per primo, tutto ciò che è misurabile al suo interno, vita compresa, è definito con una precisione che si spinge fino all’ennesima cifra dopo la virgola, pena la sua non esistenza. Il secondo significato: tutto, ma proprio tutto, è connesso, perché tutta la materia e l’energia dell’Universo sono apparse in una sola volta, al momento del Big Bang così come tutte le cellule del mio corpo derivano dallo stesso uovo fecondato”.

Nella prima parte, il cosmologo Yves Gaspar, già allievo del fisico John Barrow, si sofferma sulla straordinaria sintonizzazione fine di alcune costanti di natura contenute nelle leggi fisiche che regolano il nostro universo attuale osservabile, non del tutto spiegabili dalla teoria standard del Big Bang. Per citare solo uno degli esempi descritti, se il rapporto fra i valori numerici del rapporto fra la massa dell’elettrone e quella del protone, e la costante di struttura fine α fosse diverso da quello attuale “potrebbero non esistere le stelle! Inoltre, non potrebbero formarsi strutture ordinate come i geni, i cromosomi e il DNA”.  Interessante anche le considerazioni svolte intorno alle proprietà della molecola dell’acqua, del tutto particolari rispetto a quelle degli altri materiali conosciuti, e che rendono possibile le forme di vita conosciute sul nostro pianeta.

Nella seconda parte, il biologo Umberto Fasol prende in considerazione diversi aspetti della vita al fine di dimostrare la sua estrema complessità e improbabilità, dato che il suo verificarsi deve rispettare una serie di condizioni estremamente precise, fornendo una ricca e suggestiva quantità di esempi. Si sofferma per esempio sulle combinazioni di geni e cromosomi presenti in una cellula o sul processo di sviluppo dell’embrione.

Di fronte alla grande quantità di dati che la scienza mette a disposizione, solo l’abitudine, affermano i due autori, può impedirci di meravigliarci davanti allo spettacolo della vita. Che poi questa meraviglia possa essere la base di partenza per successive riflessioni di ordine filosofico, i due autori non lo escludono e non lo negano, ma rispettano i confini dei saperi, paghi di avere risvegliato lo stupore di fronte a un mondo “improbabile”. In conclusione, è un testo scritto in modo da risultare il meno difficile possibile anche a chi non è avvezzo alla terminologia e alle teorie chiamate in causa e, dal punto di vista didattico, si segnala per la capacità di offrire numerosi spunti per discussioni interdisciplinari.

Alessandro Cortese