Gifted Hands. La storia di Ben Carson – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Gifted Hands. La storia di Ben Carson – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Paese: Usa (2009)  – Durata: 90 minuti – Regia: Thomas Carter

Recensione 

Ho proposto la visione del film “Gifted Hands-Il dono” ai ragazzi di III media a conclusione dell’argomento “Il Sistema Nervoso” trattato in scienze a scuola.

Il film racconta, infatti, la storia vera del neurochirurgo Ben Carson, medico tuttora in vita, che per primo riuscì a separare chirurgicamente due gemelli siamesi uniti nella parte posteriore della testa; l’intervento è entrato nella storia della chirurgia per la complessità (22 ore in sala operatoria e 19 chirurghi, oltre a decine di infermiere e tecnici) e il buon esito.

Lo stupore e l’ammirazione che Carson dimostra per il miracolo che è il cervello umano è stato il primo aspetto che ho voluto evidenziare ai miei studenti; ma gli spunti di riflessione di cui è dotato questo film sono davvero numerosi e importanti.

Ben Carson non nasce “bambino prodigio”, anzi. La sua vita scolastica inizia con diversi insuccessi, in parte dovuti a svantaggi familiari (Ben appartiene ad una famiglia povera, senza padre e con una mamma determinata ma analfabeta), in parte alla pigrizia del ragazzo (splendida la scena in cui la mamma spegne il televisore e impone ai figli di spendere il tempo in biblioteca o ad imparare le tabelline).

La madre accompagna Ben nel cammino faticoso dell’impegno, della modifica del proprio carattere, della rinuncia ai capricci per raggiungere obiettivi ambiziosi.

Non manca poi il riferimento al valore della vita e all’importanza della Fede per poter superare momenti di crisi e difficoltà.

Infine, molto interessante per noi insegnanti, la pellicola sottolinea l’importanza della passione che i docenti possono trasmettere agli studenti: il giovane Ben sceglie Medicina per l’interesse che il suo professore di scienze suscita in lui nei confronti del mondo visibile solo al microscopio.

Un film di valore e di valori!

Miriam Dal Bosco

Il Signore degli Anelli  – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Il Signore degli Anelli – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

J. R. R. Tolkien (1954 – 1955)

Quanti avranno già visto il film o letto il libro?

Ciò che vi proponiamo oggi e di rileggerlo anche da un punto di vista educativo, e magari consigliarlo ai nostri ragazzi. Non è forse vero che nei racconti, più che nei ragionamenti, i ragazzi spesso, grazie all’immedesimazione, scoprono anche il valore e la bellezza del bene?

Oltre all’avvincente trama, nasconde molti insegnamenti. Eccone uno dove Gandalf il mago correggere il giudizio di morte che aveva fatto dire a Frodo che sarebbe stato meglio che Bilbo, suo zio, avesse ucciso Gollum, l’essere spregevole che si era impossessato del malefico anello:

Merita la morte! Eccome! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. Ho poca speranza che Gollum riesca a essere curato rima di morire. Ma c’è una possibilità. Egli è legato al destino dell’Anello. Il cuore mi dice che, prima della fine di questa storia, l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia; e quando l’ora giungerà la Pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini, e soprattutto del tuo.

Eccone un altro, dove Gandalf intravvede una sorta di provvidenza/destino che opera anche quando ci capitano pesi gravosi, come quello di dover distruggere un anello malefico. Così parla dell’anello malefico che abbandona Gollum per stare con Bilbo e finire in mano a Frodo:

… esso abbandonò Gollum, e capitò in mano alla persona più incredibile: Bilbo della Contea! Dietro a questo incidente c’era una forza in gioco che il creatore dell’anello [Sauron, il signore del male] non avrebbe mai sospettata. È difficile da spiegarsi, e non saprei essere più chiaro ed esplicito: Bilbo era destinato a trovare l’Anello, e non il suo creatore. In questo caso, anche tu eri destinato ad averlo, il che può essere un pensiero incoraggiante.

Oppure quello di non smettere mai di essere aperti con le persone, perché fino in fondo non si conosce mai nessuno:
Mio caro Frodo! — esclamò Gandalf —. Gli Hobbit sono veramente esseri stupefacenti, come ho sempre sostenuto. Puoi imparare tutto sui loro usi e costumi in un mese, e tuttavia dopo cento anni riescono a meravigliarti ed a stupirti.

E questo, un meraviglioso dialogo, quasi filosofico, tra due “maghi”, in cui uno, Saruman il bianco, ormai pervertito, cerca di convincere Gandalf il grigio a passare dalla sua parte, e dove si contrappongono due idee di conoscenza: la prima che la vede come un modo per ottenere il potere, l’altra per raggiungere la vera sapienza:

Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.

“Preferivo il bianco”, dissi.

“Bianco” sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”.
“Nel qual caso non sarà più bianca” dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”.

E poi ancora, come a dire che non si dialoga con il male, rappresentato dall’anello:

Si avvicinò posando una lunga mano sul mio braccio. “E perché no, Gandalf?”, bisbigliò. “Perché no? L’Anello Dominante? Se potessimo comandarlo la potenza passerebbe nelle nostre mani”. Dicendo così non riuscì a nascondere la brama che gli brillò improvvisamente negli occhi.

“Saruman”, dissi allontanandomi da lui, “una mano sola alla volta può adoperare l’Unico, e lo sai bene; non darti la pena di dire noi!

Eccone un altro, pronunciato da un Elfo di nome Haldir:

Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte.

Ecco un discorso di Sam a Frodo:

– Sam: È come nelle grandi storie, padron Frodo. Quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericoli, e a volte non volevi sapere il finale. Perché come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare. Arriverà un nuovo giorno. E quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che significavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire il perché. Ma credo, padron Frodo, di capire, ora. Adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto. Andavano avanti, perché loro erano aggrappate a qualcosa


– Frodo: Noi a cosa siamo aggrappati, Sam?
– Sam: C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo

E poi: È il lavoro che non è mai iniziato che impiega più tempo a finire.

– Dama Galadriel: Anche la più piccola persona può cambiare il corso del futuro.

– Gildor: Il vasto mondo è tutto intorno a te: puoi recintarti, ma non puoi recintarlo per sempre.

Buona lettura.

Michael Dall’Agnello

Il paradosso della teleonomia dei viventi – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Il paradosso della teleonomia dei viventi – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

A partire dal famoso testo di Monod, Il caso e la necessità, l’autore riflette sul concetto di teleonomia, sostenendo che in natura non ci sono solo nessi di causalità e adattamento, ma anche un progetto per raggiungere uno scopo. Questo aprirebbe la strada anche all’idea che tutta la natura sia frutto di un disegno.

Se il finalismo nella biologia è palese, la sua fonte non lo è. 

(Jacques Monod, Il caso e la necessità, 1970)

Il saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea scritto dal Premio Nobel per la medicina Jacques Monod nel 1970, “Il Caso e la Necessità”, rimane una pietra miliare nel nostro dibattito sulla natura della vita, sulla sua complessità e sulla sua origine. Monod sviscera il tema con grande competenza sia filosofica che scientifica. Particolarmente lucido ed assertivo risulta il filo rosso che unisce tutte le pagine e tutti i capitoli trattati: “il carattere teleonomico degli esseri viventi, per cui nelle loro strutture e prestazioni essi realizzano e perseguono un progetto”.

La grande sfida per la riflessione filosofica sulla natura della vita è dunque costituita dalla teleonomia degli esseri viventi: il libro la affronta, la analizza e la rilancia di continuo, cogliendola da prospettive sempre diverse e muovendosi prevalentemente nel ricco e moderno ambito della biologia molecolare, quella che oggi è diventata pane quotidiano dei nostri giornali e delle nostre chiacchiere da bar (i vaccini anti-COVID a RNA messaggero).

L’ interrogativo fondamentale, cui si vuole rispondere è questo: “la teleonomia è reale o è solo apparente?”, ovvero: “è frutto di una scelta o è l’unica possibilità?” 

Prima di giungere alla risposta procediamo per gradi.

Prima di tutto definiamo la teleonomia (parola greca che significa: organizzazione finalistica) attraverso un esempio. “Se si ammette che l’esistenza e la struttura della macchina fotografica realizzano il progetto di captare immagini, si deve anche necessariamente ammettere che un progetto simile si attua nella comparsa dell’occhio di un vertebrato. … Lenti, diaframma, otturatore, pigmenti fotosensibili: le stesse componenti non possono essere state predisposte, nei due oggetti, che per fornire prestazioni simili”. “ È impossibile concepire un esperimento in grado di provare la non esistenza di un progetto, di uno scopo perseguito, in un punto qualsiasi della Natura”. Con tale affermazione categorica si cancella qualunque dubbio che il lettore o il ricercatore possa avere: il progetto c’è! 

Si può e anzi si deve dunque parlare di progetti nelle forme di vita, senza il pudore che spesso noi insegnanti proviamo quando parliamo con gli studenti: l’occhio, dunque, serve per vedere, il cuore serve come pompa per spingere il sangue in tutti i distretti cellulari, le ali sono strutture disegnate per consentire il volo, l’utero è fatto apposta per accogliere l’embrione, ecc. 

Sulla stessa linea, trentacinque anni dopo, il Cardinale di Vienna nonché allievo di Ratzinger, Christoph Schonborn si esprime pubblicando sul prestigioso New York Times, il 7 luglio del 2005, un articolo dal titolo “Finding design in Nature” (Cercare un progetto nella Natura), in cui accusa “di ideologia ogni scuola di pensiero scientifico che voglia escludere l’idea di progetto in natura.” L’accusa è pesante ed è ancor oggi mal digerita dagli scienziati di tutto il Mondo. L’articolo, infatti, ebbe una vasta risonanza mediatica, risvegliando le menti di filosofi e scienziati anestetizzate da decenni dalle idee dominanti di “casualità” e di “adattamento”, quelle stesse che troviamo ancora oggi in tutte le narrazioni dei nostri testi scientifici scolastici ed accademici.

Qual è dunque il problema se Monod prima e Schonborn poi, da prospettive filosofiche opposte, parlano di “disegno” in Natura come un’evidenza, che addirittura non si può smentire in modo sperimentale? La problematicità esplode nel momento in cui si vuole indicare la fonte di questi progetti, che non può assolutamente essere metafisica, per la scienza, in virtù del “postulato dell’oggettività della Natura, vale a dire il rifiuto sistematico a considerare qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di progetto”. Detto in modo diverso: i progetti ci sono, in natura, negli organi degli esseri viventi e nella loro organizzazione a più livelli, ma non possono essere spiegati con un Progetto più grande che li unifica e li trascende tutti. 

Come si spiegano allora i progetti, che abbiamo visto essere palesi? Monod ritiene che i progetti dipendano solo dalla selezione che farà l’ambiente in base a quello che gli ritornerà maggiormente efficace (mi permetto il punto di domanda). A tale conclusione Monod arriva osservando la assoluta gratuità delle interazioni strutturali nella biologia, ovvero il fatto che tra i pezzi che compongono il progetto non esiste alcuna complementarietà sterica. Il progetto, in altre parole, non è prevedibile a partire dai suoi singoli pezzi anatomici; per esempio tra la retina, il cristallino, la cornea e il nervo ottico non esiste alcun vincolo fisico per cui devono organizzarsi proprio in quella modalità che conosciamo all’interno dell’occhio. Tra le molteplici possibili combinazioni, quella che vede la sequenza cornea-cristallino-retina-nervo ottico è stata premiata dall’ambiente perché funziona. La gratuità è presente anche a livello molecolare e consiste anche qui nell’indipendenza chimica tra la natura molecolare del segnale e la funzione stessa che vuole realizzare. 

L’esempio più famoso è dato dal codice genetico, scoperto nel 1966, che mette in relazione le lettere del DNA con gli amminoacidi che devono essere uniti nel citoplasma per formare una proteina. Ecco l’incredibile gratuità del legame nel codice genetico: non esiste alcuna relazione chimica tra la tripletta di nucleotidi e il suo significato, ovvero l’amminoacido specificato: la parola UUU significa la fenilalanina, come è stato scoperto sperimentalmente, ma per pura convenzione, non per complementarietà tridimensionale o per affinità chimica.

Un altro esempio si può ricavare dal mondo degli ormoni. L’insulina è l’ormone prodotto dalle cellule beta delle isole del Langherhans del pancreas ed ha come bersaglio il glucosio del sangue: lo spinge all’interno delle membrane cellulari, abbassando così la glicemia. Bene: la relazione tra la molecola di insulina e il suo significato, ovvero la molecola di glucosio, è assolutamente gratuita: osservando la natura della prima non si può prevedere nulla della sua funzione.

Allora, ecco la conclusione di Monod: se i codici della vita sono gratuiti, significa che “tutto è possibile, perché nulla è predeterminato”: quando si formano le strutture vitali, la completa libertà di scelta tra le infinite opzioni costringe di fatto la natura ad escludere tutte quelle possibilità che non funzionano. Si affermerà solo quella possibilità che “obbedisce meglio ai soli vincoli fisiologici, grazie ai quali tutto verrà selezionato secondo la maggior coerenza ed efficacia che conferirà alla cellula o all’organismo”.

Qual è allora la fonte della teleonomia, per la Biologia evoluzionistica? L’ambiente. Proviamo a riflettere su queste conclusioni di Monod. Ci troviamo di fronte ad un paradosso epistemologico: il riconoscimento esplicito e scientifico della teleonomia come la cifra della vita non porta alla classica conclusione metafisica (esiste un Progettatore esterno che ne è il fondamento) che ha nutrito interi millenni di umanità, ma al suo contrario: “l’antica alleanza è infranta: l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo.” (conclusione del libro).

Insomma, l’ambiente, secondo Monod e secondo tutta la Biologia accademica di oggi, ha proprietà morfogenetiche che né la chimica, né la fisica, né la biologia, gli attribuiscono. Ratzinger scrisse che l’ambiente della teoria evoluzionistica ha le stesse proprietà che noi attribuiamo a Dio.

Che cosa c’entrano la temperatura ambientale, la pressione, la concentrazione iniziale, gli atomi di partenza, con la perfezione delle strutture degli esseri viventi e cioè le proteine, le membrane cellulari, i tessuti, gli organi, gli apparati, il naso, la bocca, gli occhi, lo sguardo stupito di chi ha appena letto il libro di Monod? Come si spiega cioè il miracolo dell’uomo con l’ambiente? Non è la vita eccedente rispetto ai suoi ingredienti? La cellula uovo, sferica e indifferenziata, in pochi giorni si struttura lungo tre assi, assume una forma allungata con una cavità interna che diventerà l’intestino, cresce e si differenzia formando un bambino completo di tutto, già dopo quattro settimane, che la mamma dorma o vegli. Il capolavoro che si forma dentro l’utero della mamma è assolutamente eccedente rispetto a ciò che accade nell’ambiente intorno ad esso.

Per arrivare ad una qualche conclusione, credo che Aristotele avesse ragione quando, ancora nel IV secolo avanti Cristo, aveva intuito che le cause finali sono il motore di ogni movimento. Vale anche per noi, nel nostro agire quotidiano: ci muoviamo solo per uno scopo.

La verità è che le cellule del nostro corpo si comportano “come se” fossero consapevoli di quello che devono fare in ogni istante per realizzare il progetto della vita e della sua perpetuazione. Questo progetto è l’attrattore di ogni movimento all’interno del vivente e sembra essere assolutamente autonomo rispetto all’ambiente, perché fatto di una pasta diversa.

Prof. Umberto Fasol

*Umberto Fasol – Docente di scienze naturali in un Liceo di Verona, di cui è preside, esperto di evoluzione, morfogenesi, cosmologia e bioetica, collabora con la rivista “Emmeciquadro”, “Nuova Secondaria” e con “Il Timone”; nel 1984 ha pubblicato sulla Rivista internazionale di Biologia “Meccanismi epigenetici nella morfogenesi dei vertebrati”, nel 2007 il libro “La creazione della vita” (Fede e Cultura), nel 2010 i libri “La vita una meraviglia” (Fede e Cultura) e “Evoluzione o Complessità? La nuova sfida della scienza moderna” (Fede e Cultura).*Umberto Fasol – Docente di scienze naturali in un Liceo di Verona, di cui è preside, esperto di evoluzione, morfogenesi, cosmologia e bioetica, collabora con la rivista “Emmeciquadro”, “Nuova Secondaria” e con “Il Timone”; nel 1984 ha pubblicato sulla Rivista internazionale di Biologia “Meccanismi epigenetici nella morfogenesi dei vertebrati”, nel 2007 il libro “La creazione della vita” (Fede e Cultura), nel 2010 i libri “La vita una meraviglia” (Fede e Cultura) e “Evoluzione o Complessità? La nuova sfida della scienza moderna” (Fede e Cultura).

Progetto DISF Educational – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Progetto DISF Educational – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Il 22 ottobre è stata inaugurato il progetto DISF Educational, uno strumento offerto a docenti e studenti per ragionare sul rapporto tra pensiero scientifico e cultura umanistica e cristiana. Abbiamo intervistato due delle curatrici del sito, Giulia Capasso e Costanza Murgia, che ci hanno illustrato struttura e finalità della nuova e interessante piattaforma.

Dal 22 ottobre sarà attiva una parte del vostro portale dedicata al mondo della scuola, agli insegnanti e agli studenti. Perché vi è venuta questa idea? 

Da circa 20 anni il Centro di ricerca DISF (Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede) ha promosso due siti web (disf.org e inters.org) con lo scopo di mettere a disposizione di studiosi e ricercatori del materiale che consentisse loro di approfondire in modo documentato temi che riguardano il rapporto tra pensiero scientifico, cultura umanistica e cristianesimo. Da tempo, tuttavia, era divenuta chiara la necessità di raggiungere anche ragazzi di età scolare, per permettere loro di affrontare queste tematiche in modo adatto alla loro età e ai loro contesti, aiutandoli ad evitare facili semplificazioni. È infatti proprio quella l’età in cui sorgono pregiudizi e luoghi comuni, e i ragazzi si pongono domande sempre più complesse alle quali non sempre la scuola ha la possibilità di rispondere. L’ambiente scolastico nel periodo adolescenziale rappresenta il luogo-chiave dove il rapporto fra pensiero scientifico e cultura umanistica può venire impostato precocemente e in maniera duratura. Per tutte queste ragioni abbiamo dato vita a DISF Educational. Va subito chiarito che, anche se formalmente parte del sito disf.org, il portale Educational è autonomo e a sé stante, con contenuti diversificati per tematiche, registro di comunicazione e grafica rispetto a quanto proposto da disf.org. Anche nell’aspetto estetico, dunque, sarà sempre chiaro ai visitatori quando si sta navigando in Educational. Ovviamente, varie pagine di Educational richiamano delle pagine di disf.org e inters.org, specie quando si propongono approfondimenti che interessano gli ultimi anni del liceo e l’università, ma la maggior parte del materiale presente su Educational è originale ed è stato prodotto appositamente per la didattica delle Scuole Superiori.

Può dirci anche come sarà strutturata la nuova Piattaforma? Quali contenuti si potranno trovare? 

DISF Educational si compone di quattro rubriche: “Percorsi Tematici”, “Grandi Domande”, “Video di Attualità Interdisciplinare” e “Cercatori di Senso”. Quest’ultima è però in fase di completamento e vi saranno delle nuove release ogni mese.

I Percorsi Tematici offrono al docente i principali snodi storici e concettuali associati a temi che percorrono trasversalmente le materie di insegnamento, soffermandosi in modo particolare sulle questioni interdisciplinari che sollecitano la filosofia e la religione cattolica. Ogni percorso è composto da una scheda principale, che tratta il tema in oggetto in modo sintetico ma strutturato, completata da numerosi approfondimenti e rimandi a contenuti ulteriori. Un elemento importante dei Percorsi tematici sono le “Tracce di lavoro” che propongono temi di riflessione e di ricerca da fare in classe con il docente oppure a casa. In alcuni casi abbiamo incluso fra queste Tracce anche l’idea di eventi interdisciplinari da tenere a scuola con la partecipazione di docenti di verse materie.

Le Grandi Domande desiderano intercettare questioni oggi dibattute, spesso temi di confronto fra scienze e filosofia o fra scienze e religione. Sono domande che interpellano in primo luogo gli studenti. Ad essi è diretta la prima risposta, compatta e sintetica, che si sviluppa poi in ulteriori sotto-domande, più specifiche e approfondite, che articolano e sviluppano la risposta iniziale.

DISF Educational propone anche una significativa sezione multimediale nella rubrica Video. Ogni filmato espone in modo conciso e documentato uno specifico argomento di attualità nell’ambito dei rapporti fra scienze, filosofia, etica e religione. 

La rubrica Cercatori di senso propone invece delle “porte” attraverso le quali invitiamo gli studenti ad entrare. Ciascuna di esse reca il nome di un’esperienza “forte” che caratterizza la vita umana e che i giovani cominciano a sperimentare. Si aiutano gli studenti a riconoscere queste esperienze presenti nella letteratura e nel cinema, nella cultura e nell’arte, invitandoli anche a conoscere cosa la fede cristiana ha da dire su di esse. Fra le 12 porte troviamo: Amore, Coscienza, Destino, Giustizia, Fragilità, Libertà, Identità, Felicità, Gesù di Nazaret. Due di esse, Stupore e Conoscere sono già online e consultabili, le altre verranno pubblicate gradualmente nei prossimi mesi.

Una didattica che desse più spazio ai punti di contatto tra discipline diverse, quali p. es. le scienze naturali e la filosofia, quali vantaggi secondo voi potrebbe offrire all’apprendimento delle stesse?

Alcune tematiche importanti per la loro natura e oggetto non possono essere inquadrate da una sola disciplina, ma richiedono il contributo di più prospettive. Si pensi, ad esempio, alle domande filosofiche che emergono in alcuni ambiti delle scienze, a movimenti di pensiero come l’illuminismo o il positivismo, ai dibattiti suscitati da autori come Galileo Galilei o Charles Darwin, a questioni di attualità come l’ecologia, l’intelligenza artificiale, il progresso tecnologico, le frontiere della medicina e della bioetica. Alla base del progetto DISF Educational vi è la persuasione che l’insegnamento scolastico e la formazione intellettuale debbano, per loro natura, educare alla profondità, allargare orizzonti, creare collegamenti, stimolare il giudizio critico. I contenuti trattati mirano pertanto a favorire l’unità del sapere, intesa non in senso enciclopedico, ma come caratteristica di una persona colta, che sa inquadrare le sue competenze specialistiche nel contesto delle altre conoscenze.

Da diversi anni si parla spesso nel dibattito scolastico, non solo in Italia, dell’importanza delle materie STEM, e della necessità di investire nella formazione scientifica delle nuove generazioni, ritenuta fondamentale per lo sviluppo economico. Non ci può forse essere il rischio di ridurre il ruolo e l’importanza della formazione umanistica? Qual è il vostro punto di vista?

La cultura scientifica esercita oggi un grande influsso sulla società, sui giovani in particolare. All’interno di una società sempre più “liquida”, la “solidità” scientifica rappresenta una forma di pensiero forte, destinato a diffusa autorevolezza. È giusto e importante che venga dato lo spazio adeguato alle materie STEM nell’educazione dei giovani, poiché sono strettamente legate a temi che questi ragazzi incontreranno sempre più di frequente nel prossimo futuro. Tuttavia, non va sottovalutata la fondamentale importanza che una buona cultura umanistica continua a mantenere, anche perché ci permette di affrontare in modo più consapevole le questioni sollevate dai rapporti sensibili come quelli fra scienza e società, scienza ed etica, scienza e religione. Il nostro Centro di ricerca parte dalla convinzione che la scienza sia un’attività pienamente umana, mossa dallo stupore e orientata alla ricerca della verità, che opera sulla medesima realtà che è oggetto della filosofia, dell’antropologia e della storia. In questa visione della conoscenza, le scienze naturali si trovano a dialogare costantemente e proficuamente con le scienze umane, senza che nessuno dei due poli ne risulti sminuito.

Infine, più in generale, qual è secondo voi un giusto modo di porre il tema del rapporto tra fede, filosofia e scienza?

Il Centro DISF pone da sempre al centro della sua riflessione il concetto dell’unità del sapere, e nella creazione di questo progetto l’aspirazione è stata quella di porre questo tema in una prospettiva educativa. Si è rivelata una sfida notevole, soprattutto in un’epoca in cui la cultura, e l’educazione scolastica in particolar modo, risultano estremamente frammentate e specializzate nei loro rispettivi campi di studio, ma proprio per questo riteniamo sia stata un’operazione necessaria e urgente. Infatti gli alunni di scuola hanno bisogno di inquadrare le conoscenze e le competenze che maturano all’interno di una prospettiva intellettuale ed esistenziale unitaria. Le scuole dovrebbero sempre tendere alla formazione organica dei ragazzi, che hanno delle aspirazioni e delle caratteristiche individuali da proteggere e da indirizzare con rispetto e comprensione. Per questo lo scopo della piattaforma DISF Educational è orientare chi vi si accosta affinché veda come i vari campi del sapere specialistico possono entrare in un proficuo dialogo fra di loro, e come una loro sintesi sia possibile anche nella coscienza di ciascuno.

Alessandro Cortese

La Scuola come Laboratorio di Umanità – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

La Scuola come Laboratorio di Umanità – (Newsletter n.11 settembre – ottobre 2021)

Segnalazione dal Web

La Scuola come Laboratorio di Umanità” conferenza di Luigina Mortari, ordinaria di Epistemologia della ricerca qualitativa presso la Scuola di Medicina e chirurgia e di Filosofia della scuola presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi di Verona. 

(La conferenza parte a 8’ 45”)

Le ricerche di Luigina Mortari hanno per oggetto la filosofia dell’educazione, la filosofia della cura, la definizione teorica e l’implementazione dei processi di ricerca qualitativa e la formazione dei docenti. Ha al suo attivo numerosissime pubblicazioni: 21 monografie, molte delle quali tradotte in inglese, spagnolo, tedesco, portoghese e russo, e circa duecento tra articoli su riviste scientifiche o saggi in collettanea. Tra i suoi ultimi lavori: La politica della cura (Raffaello Cortina, 2015), Aver cura di sé (Raffaello Cortina, 2019), Filosofia della cura (Raffaello Cortina, 2015), La sapienza del cuore (Raffaello Cortina, 2017), MelArete. Cura Etica Virtù (Vita e Pensiero, 2019). 

(Notizie tratte dal sito: kumfestival.it)