N. Io e Napoleone – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

N. Io e Napoleone – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Paese: Italia, Francia, Spagna (2006)  – Durata: 110 minuti – Regia: Paolo Virzì

Recensione 

Tra i numerosi film su Napoleone, N. (Io e Napoleone) si segnala non per essere l’ennesima trasposizione cinematografica delle imprese militari del geniale comandante, ma per essere un tentativo di cogliere il lato intimo e privato dell’uomo.

Liberamente ispirato al romanzo N. di Ernesto Ferrero, Premio Strega 2000, il film è ambientato sull’Isola d’Elba, durante il primo esilio di Napoleone. Il protagonista è un giovane maestro elementare, Martino Papucci, infervorato dagli ideali di libertà, che nutre verso il Corso un grande desiderio di vendetta per le molti morti causate dalle sue campagne militari, e che vuole approfittare della sua presenza sull’isola per ucciderlo. Tale proposito lo ossessiona a tal punto da fargli trascurare completamente il lavoro nell’impresa di famiglia. Egli non condivide il grande entusiasmo suscitato negli abitanti dell’isola per l’arrivo di un così celebre ospite, che, al contrario considera un tiranno, come non apprezza il servilismo mostrato dalle autorità civili.

Il destino vuole che Napoleone abbia bisogno di un bibliotecario e scrivano personale, che stia a stretto contatto con lui per raccoglierne i pensieri e le riflessioni. Martino viene scelto per questo compito, avendo in tal modo l’occasione di ricevere le confidenze e i ricordi personali dell’uomo che ha fatto tremare l’Europa.

Egli ha modo così di incontrare Napoleone nella parte finale e meno gloriosa della sua parabola esistenziale, e di conoscerne il lato più privato e personale, scoprendo con sorpresa gli aspetti di debolezza e fragilità. Come quando in un’accesa discussione il giovane gli rinfaccia, quantificandole, le numerose vite sacrificate in nome della sua ambizione, e ricevendo dal generale, visibilmente addolorato, la risposta di non aumentare il suo dolore con l’aritmetica.

La frequentazione fra i due provoca un cambiamento nello sguardo che Martino ha su Napoleone, e per questo i tentativi messi in atto per assassinarlo, non risultando molto decisi, falliscono. Il rapporto tra il protagonista e Napoleone è la parte sicuramente più interessante e riuscita del film. Sebbene si trovi di fronte un uomo sconfitto, Martino non può non subire il fascino magnetico di quell’uomo, che prima di lui aveva entusiasmato masse intere; e a questo riguardo il Napoleone del film si pone questa domanda: “È Napoleone che ha scelto le moltitudini o sono le moltitudini che hanno scelto Napoleone?”.

La frequentazione alla fine si interrompe bruscamente con la fuga dall’isola e il ritorno in Francia con i cento giorni terminati sulle colline di Waterloo. Come la storia ci insegna, il Napoleone autentico che fa i conti con la storia della sua vita, che è emerso nel film, lo si vedrà soprattutto nel secondo e definitivo esilio, dove tra l’altro si riavvicinò alla fede, come testimonia il memoriale di Sant’Elena.

Alessandro Cortese

L’uomo senza volto – (Newsletter n.9 aprile 2021)

L’uomo senza volto – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Paese: USA – Durata: 114 minuti – Regia: Mel Gibson

Recensione 

Un ragazzino sogna di essere celebrato come eroe dall’accademia militare e dai membri della sua famiglia, il suo punto di riferimento è John Wayne, ma il suo bisogno più grande è quello di colmare il vuoto di una figura paterna assente.

Tra il 12enne Chuck Norstadt e l’insegnante Justin McLeod (Mel Gibson) nasce un legame di amicizia che per entrambi costituisce la trama di un percorso di crescita personale; Chuck cerca un padre/guida per fuggire la mediocrità di un contesto familiare in cui non riesce a trovare un suo spazio, Justin, rimasto sfigurato dopo un grave incidente, prova ad autopunirsi rifugiandosi in una vita solitaria fatta di musica, scultura, pittura e poesia. 
L’uomo senza volto rivela quasi subito la natura ambivalente di un ‘eroe’ diviso tra zone oscure e obblighi morali; natura che si rispecchia in un viso per metà perfetto e per metà devastato dalle cicatrici di gravissime ustioni e rimanda al personaggio Due Facce della serie di fumetti Batman.

L’arrivo di Charles porta una ventata d’aria fresca nella vita tormentata del professore; con lui può tornare ad insegnare, ma non solo: torna a parlare, a sorridere, a scherzare, a confortare… ad amare; nonostante il pregiudizio delle persone che li circondano che non riescono ad andare oltre l’apparire e non colgono la bellezza che traspare dalla relazione tra il professore e il ragazzo. La colpa di cui il professor Mc Leod viene accusato è quella di amare il suo alunno, di amarlo come un vero padre, come quel padre che Charles non ha mai avuto accanto, di abbracciarlo con l’innocente speranza di un semplice conforto.
Impara o vattene, è il motto un po’ sbrigativo del processo educativo di Justin e Chuck, spinto da un forte desiderio di conoscenza, vince la repulsione iniziale per la deformità corporea e dei modi poco ortodossi del maestro, per progredire in un percorso di conoscenza, ma soprattutto di scoperta di sé. Il filo conduttore della loro relazione è l’impostazione di un educazione “al maschile” l’incentivo a cogliere la sfida e la necessità di porsi sempre obiettivi ambiziosi. Chuck proclama la sua voglia di cambiare il sistema e il desiderio di staccarsi in volo da terra per vedere le cose dalla giusta prospettiva (bellissima la scena del volo con il piccolo aeroplano sospeso sopra le acque dell’Atlantico).
In una società bigotta che finge di essere rivoluzionaria per poi fermarsi alla superficie della verità e osservare solo una parte del volto, l’amicizia tra Chuck e Justin resiste alla maldicenza e alla illazione e rivela la tristezza di un mondo che, se trasformato in palcoscenico, costringe ognuno a recitare una parte, a discapito della scoperta di sè.

L’uomo senza volto può essere definito un racconto di formazione che esalta il tema dell’amicizia senza mai cadere nel retorico, ma soprattutto fa riscoprire la bellezza dell’insegnamento in cui l’adulto, l’insegnante, affianca e guida il ragazzo nel suo percorso crescita, con il desiderio di portarlo alla scoperta di sé e dei propri talenti.
Il finale riprende i cappelli lanciati in aria del sogno di Chuck nel prologo: oltre il muro di folla, il saluto di Justin, del maestro all’allievo, è un messaggio di incoraggiamento e speranza di chi ha percorso un tratto di strada al suo fianco e ora è pronto a farsi da parte per lasciarlo entrare nell’età adulta.

Francesca Guglielmi

Riccardo III – Un uomo, un re  – (Newsletter n.8 marzo 2021)

Riccardo III – Un uomo, un re – (Newsletter n.8 marzo 2021)

Paese: Stati Uniti 1996 – Durata 109 minuti – Regia: Al Pacino

Metà film, metà documentario, Riccardo III – Un uomo, un re (titolo originale Looking for Richard) è anche e soprattutto un omaggio di Al Pacino al teatro e in particolare a Shakespeare.

Egli, che è sia regista che protagonista, con attori amici simula una compagnia che deve mettere in scena il Riccardo III offrendo allo spettatore il resoconto delle prove sia in abiti normali sia in costume alternate a discussioni accalorate sul modo giusto di recitare i testi del grande drammaturgo (compreso un divertente accenno al pentametro giambico, il verso usato nella grande poesia inglese). Arricchiscono il tutto interviste a celebri interpreti shakesperiani e a studiosi universitari come pure visite ai luoghi significativi come la casa natale del bardo o al sito londinese dove sorgeva il Globe Theater.

Come ammette lo stesso regista, il suo sogno è trasmettere agli altri i sentimenti di Shakespeare, nonostante che il linguaggio usato, e le stesse trame dei testi, appaiano alla persona comune lontano e complicati, come emerge da alcune delle risposte date da passanti intervistati. Ma non tutte le persone comuni fermate per strada trovano Shakespeare noioso: la giusta grandezza del suo teatro viene colta da chi dice che “più che aiutare, Shakespeare istruisce”; oppure che egli “dà sentimenti”, e per questo “andrebbe insegnato nelle scuole”. Un altro ancora dice che “quando si sente quello che si dice”, le parole usate, anche se desuete, “hanno un significato più forte”, quasi a replicare a chi trova il linguaggio del bardo inglese irrimediabilmente distante e superato.

La passione di Pacino per l’opera Riccardo III, oltre alla sua indiscutibile bravura, è tale che a mano a mano che passa il tempo si riesce a entrare nella psicologia perversa e luciferina del personaggio oltre a conoscere l’ambientazione storica della tragedia. Figura realmente esistita, egli visse durante la Guerra delle due rose tra York e Lancaster. Riccardo, duca di Gloucester e fratello del re Edoardo malato e prossimo alla morte, è roso dall’ambizione di succedergli, anche a motivo della frustrazione patita a causa di una deformità fisica. Privo di scrupoli pur di conquistare il potere, tesse una fitta trama di congiure per eliminare i possibili rivali alla successione al trono. Ma la storia termina con la sua sconfitta per opera di Enrico Tudor, che lo ucciderà sul campo di battaglia di Bosworth Field ponendo così fine alla guerra civile che per trent’anni aveva insanguinato l’Inghilterra.

È al termine della storia che si trova la battuta più celebre del dramma, quando il re si trova appiedato, incapace quindi di allontanarsi dalla morte certa per mano dei nemici, e con un grido disperato esclama: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”.In conclusione, la scommessa di fondo di Looking for Richard è quella di dimostrare che la grandezza di Shakespeare (ma la cosa si potrebbe dire di ogni classico del teatro) oggi e sempre sta nell’insegnarci a conoscere l’animo umano nelle sue pieghe più intime, non con un discorso astratto, ma attraverso i sentimenti che la voce e il corpo degli attori sanno suscitare: pathei mathos, cioè “imparare attraverso la passione”, avrebbe detto il grande tragediografo greco Eschilo. E del resto è lo stesso Pacino ad avere detto che “Io credo che si reciti solo nella vita, mentre nell’arte si persegue solo la verità”.

Alessandro Cortese

Non ci resta che vincere – (Newsletter n.7 febbraio 2021)

Non ci resta che vincere – (Newsletter n.7 febbraio 2021)

Paese: Spagna (2018)  – Durata: 124 minuti – Regia: Javier Fesser

Lo sport, il basket in particolare, fa da sfondo a una storia così piacevole e diretta, lo sport visto come qualcosa che unisce, che diverte, che fa bene alla salute fisica e mentale, che crea grandi amicizie.

Non ci resta che vincere, il film affronta il tema del deficit mentale con realismo e rispetto, una commedia interessante che propone una visione della disabilità mentale, affrontando il tema con massimo rispetto e grande umanità.

Marco Montes, allenatore di basket arrogante e litigioso, che a causa del suo temperamento irrascibile finisce per essere licenziato, arrestato e costretto ad allenare i Los Amigos, improvvisata squadra di pallacanestro formata da persone con deficit intellettivi.

Il film tratta la tematica della disabilità rapportata allo sport; evidenziando le peculiari caratteristiche dei vari personaggi: chi cade in attimi catatonici, chi non si lava per paura dell’acqua, chi conosce a memoria gli orari di tutti i voli; porta lo spettatore a riflettere che proprio le loro imperfezioni e le loro meravigliose stramberie li rendono unici e irripetibili e che la loro forza sta nell’essere una squadra nonostante tutto e tutti.

Mentre Marco Montes cerca il modo giusto di allenare la squadra dei Los Amigos, riceve da loro una lezione di vita; fa di tutto per mettere “ordine”, preoccupato di dare regole e schemi di gioco, ma la squadra di amici, con semplicità, gli mostra che per affrontare un gioco come il basket, fatto di canestri, punti, regole e tempi da rispettare, la “normalità” non è assolutamente necessaria e dove manca la tecnica di gioco, supplisce lo spirito di squadra. 

Tutto il film è pervaso da un clima gioioso e scanzonato, la comicità che viene fuori dalle scene degli allenamenti è davvero irresistibile, non solo per le strampalate dinamiche che si innescano tra i diversi protagonisti, ma soprattutto, per l’innato talento comico degli attori disabili, che il regista ha preferito lasciare liberi di improvvisare, offrendo così momenti di spontanea bizzarria. 

Non mancano però circostanze in cui l’emozione prende il sopravvento, come quando Marco finalmente abbraccia l’idrofobico Juanma convincendolo a fare la doccia, o la suggestiva partita finale, che può essere definita una delle scene più cariche di pathos e adrenalina di tutto il film.

Ciò che muove i componenti di questo gruppo è la pura e ingenua voglia di giocare, di divertirsi insieme come una vera squadra, non solo sul campo ma soprattutto nella vita, lasciando da parte il concetto di vittoria e sconfitta, travolgendo lo scettico e ombroso Marco, e il pubblico in un exploit di gioia di vivere, ricordando allo spettatore che godere dei momenti felici insieme a coloro cui vogliamo bene è più importante di qualsiasi trofeo.

Francesca Guglielmi

Soul – (Newsletter n.6 gennaio 2021)

Soul – (Newsletter n.6 gennaio 2021)

Paese: USA  – Durata: 107 minuti – Regia: Pete Docter, Kemp Powers

Un viaggio alla scoperta di sé che fa sognare i bambini ed emozionare gli adulti; spesso siamo troppo presi dal desiderio di realizzare i nostri sogni da non accorgerci delle cose semplici e belle che succedono nella nostra vita.

Lo spunto da cui prende avvio la storia è una domanda impegnativa: “Ti sei mai chiesto da dove provengono la tua passione, i tuoi sogni e i tuoi interessi? Cosa ti rende così come sei?

Joe Gardner è un uomo maturo, eppure sente che la sua vita non è mai veramente cominciata. Appassionato pianista di jazz, aspetta la grande occasione mentre insegna musica in una scuola media e suona quando capita nei locali notturni, facendo preoccupare la madre che vorrebbe per lui le garanzie del posto fisso. 

Il giorno in cui passa l’audizione per debuttare con un famoso quartetto, Joe sente finalmente di avercela fatta, ma cade in un tombino scoperchiato e la sua anima si ritrova in uno strano luogo, mentre il suo corpo giace in un letto d’ospedale. Determinato a non morire proprio ora, Joe imbroglia le carte e stringe un patto salvavita con un’inquieta giovane anima, la numero 22.

22 non vuole vivere, Joe non vuole morire; catapultati quasi per errore sulla terra, iniziano una corsa contro il tempo; Joe ha solo poche ore per riappropriarsi della sua vita e realizzare il sogno di diventare un grande musicista jazz, mentre 22 è alla ricerca della ‘scintilla’ che le faccia scoprire finalmente il senso della vita.

Dopo una lunga serie di traversie, tutte concentrate nello spazio di un pomeriggio, i due riusciranno a sistemare le cose, arrivando finalmente a capire quale sia il loro posto nel mondo. Joe e 22 scopriranno insieme che a volte per rincorrere un sogno ci ‘dimentichiamo di vivere’ e perdiamo di vista la bellezza del quotidiano e del mondo reale, fatto di incontri e di reciproco scambio. 

Tornato alla vita di sempre, dopo essersi svegliato da quello che è sembrato un sogno molto reale, Joe promette a se stesso di assaporare la bellezza di ogni momento del viaggio che è la vita.

Soul, che gioca sul duplice significato di “anima” e di “genere musicale”, ci mostra due anime a confronto: quella di Joe, che la dovrebbe “riconsegnare” a seguito dell’incidente, e quella di 22, che ancora deve trovare la sua giusta collocazione nel mondo. Apparentemente sembra che sia Joe ad essere stato prescelto per guidare 22 nel percorso di formazione che la porterà a diventare una persona in carne ed ossa, ma non è così, piuttosto è il caso di dire che i due “si sono trovati”. 

Attraverso lo sguardo, la curiosità di 22 Joe vedrà se stesso vivere in un altro modo e quando si riapproprierà del corpo, continuerà a percepire il fremito di quelle sensazioni provate da 22 durante le ore trascorse insieme e rivedrà, finalmente, i momenti della vita che la passione per la musica aveva fino a quel momento oscurato.

Un bel modo per dirci: gustate ogni singolo istante della vostra vita e quando questa sembra che vi scappi di mano, cambiate prospettiva. La vita sarà ancora più bella e ogni volta sarà come tornare di nuovo al mondo.

Francesca Guglielmi