Conversazione con il Prof Fontana sulla legge che introduce nella scuola l’insegnamento dell’Educazione Civica – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Conversazione con il Prof Fontana sulla legge che introduce nella scuola l’insegnamento dell’Educazione Civica – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Nell’intervista, il prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, di cui è uno dei massimi esperti in Italia, e con un passato da docente, commenta la nuova legge che ha introdotto da quest’anno scolastico l’insegnamento dell’Educazione civica. Egli ritiene che la scuola cattolica debba cogliere l’introduzione della nuova disciplina come l’occasione per ragionare con gli studenti su alcuni temi decisivi, quelli indicati dalla legge ma anche ulteriori, esprimendo la propria visione delle cose e i propri valori. In questo modo si contribuirà a mettere in discussione molti degli assunti che sugli stessi argomenti sono presenti nella mentalità comune.

Prof. Fontana, come giudica la nuova legge che ha introdotto nelle scuole di ogni ordine e grado la disciplina dell’educazione civica?


Premetto che io non voglio tanto parlare di metodi didattici, cioè di come insegnare questa disciplina, ma dei contenuti da trasmettere. Anche perché se un insegnante ha le idee chiare su quello che deve dire, poi trova abbastanza facilmente le modalità. Prima della lettura delle Linee guida della legge, uscite quest’estate, ero un po’ preoccupato per il fatto che chi è al governo potesse utilizzare tale nuova disciplina per diffondere alcuni precisi principi e valori e creare una mentalità comune. Se guardiamo al passato, lo Stato difficilmente ha saputo resistere alla tentazione di creare una sorta di religione civile, utile per tenere insieme i cittadini, entrando nella formazione delle loro coscienze, soprattutto dopo che ha estromesso la religione come fonte della morale pubblica.
Invece, la lettura delle Linee guida mi ha un po’ confortato, anche se non del tutto rassicurato, dal momento che l’obiettivo della legge si limita a voler promuovere cittadini consapevoli e responsabili. Sono concetti molto generici che lasciano libertà alle scuole. Per la scuola cattolica è l’occasione per riempire tale spazio di libertà che la legge le lascia con i contenuti e i valori che le sono propri.


Le Linee guida indicano tre macro aree, costituzione, sostenibilità ambientale e cittadinanza digitale, come i pilastri intorno a cui costruire l’insegnamento dell’educazione civica. Cosa pensa di questa scelta?


Innanzitutto temevo che ci fossero anche altre aree oltre a queste. Penso che una scuola cattolica dovrebbe soffermarsi in particolare sui primi due ambiti, Costituzione e sostenibilità ambientale. A mio avviso la scuola cattolica dovrebbe affrontare i temi attinenti a questi ambiti in modo diverso, addirittura contrario, da come essi vengono affrontati nelle cultura comune. Oggi, spesso si esaltano in modo ingenuo certi valori come la democrazia o i diritti umani senza un’adeguata riflessione su questi concetti. Voglio dire che oggi la scuola cattolica deve fare una controcultura. Prendiamo, p. es., il tema della sovranità, che è presente nella nostra Carta fin dal primo articolo. Ora il concetto di sovranità, che deriva dalla filosofia politica moderna, è inaccettabile sia per la filosofia che per la teologia cattolica se con essa intendiamo che chi esercita il potere, uno o molti non fa differenza, non riconosce nulla di normativamente superiore. E, infatti, vediamo oggi che la Repubblica italiana, proprio perché si ritiene sovrana, si arroga il diritto di dire che la famiglia non è più quella società naturale fondata sul matrimonio di cui parlano peraltro gli articoli 29 e 30, ma un’aggregazione sociale, e quindi valida anche fra due persone dello stesso sesso.

A questo riguardo, occorre ribadire che pur trovandosi tante cose giuste nella nostra Costituzione, non si può assolutizzarla, facendone un feticcio. Quando la si deve trattare occorre chiedersi su che cosa essa si fonda. E certamente non può essere giustificata solo sul consenso. Si può insegnare agli studenti che esiste una legge naturale, un ordine naturale che precede il consenso e lo stesso stare insieme. In base a questo si può anche non rispettare sempre una legge, ed è il caso dell’obiezione di coscienza, quando una legge lede qualcosa di fondamentale nel diritto naturale. I ragazzi capiscono bene questa doppio statuto, umano, e quindi relativo, oppure naturale, e quindi oggettivo, della norma; per illustrarlo si può anche mostrare loro l’esistenza di principi morali universalmente condivisi come il divieto di uccidere un innocente. Oltre al concetto di sovranità è interessante, anche in prospettiva storica, presentare ai ragazzi quello di regalità, con cui spesso è confuso, che caratterizzava la concezione del potere prima dell’avvento dello Stato moderno, quando i re o l’imperatore riconoscevano dei limiti al loro potere e non erano sovrani assoluti. La democrazia moderna è la stessa idea di sovranità che viene allocata nel popolo, ma non cambia nulla nella sostanza. Ai ragazzi andrebbe fatto capire che un conto è la democrazia come forma di governo, che è una tra le diverse e altrettanto valide forme possibili, un conto come fondamento del governo.

Farei riflettere i ragazzi anche sulla coppia di termini potere e autorità. Il primo è la mera facoltà di poter costringere gli altri a fare alcune cose, la seconda è l’esercizio del potere legittimato moralmente, che vuol dire che rispetta la legge naturale e ha come fine il bene comune. I ragazzi capiscono benissimo tale distinzione; non amano l’insegnante che li obbliga a fare le cose e basta, ma chi gli fa fare cose giuste e che sono convinti che sono giuste.


E a proposito del secondo ambito della legge, l’ambiente, come dovrebbe essere affrontato da una scuola cattolica?


Bisogna dire che oggi l’ambientalismo è diventato quasi una religione. Qui la scuola cattolica, in modo speciale gli insegnanti di scienze o di geografia, ha un grosso lavoro da fare. Bisogna smascherare i dati e gli allarmi infondati da un punto di vista scientifico, basandosi su dati certi e studi seri. La fede cattolica non chiede alla ragione di rinunciare a capire, ma di ragionare sulle cose. Occorre sfatare l’idea, p. es. che le emissioni umane di anidride carbonica causino il surriscaldamento terrestre. Oppure le teorie neomalthusiane che considerano l’uomo il cancro del pianeta e predicano la limitazione delle nascite. Pensiamo anche all’animalismo, che enfatizza la tutela degli animali, ma lascia che milioni di bambini innocenti possano morire a causa dell’aborto. C’è tutta una letteratura del cosiddetto antispecismo che invita a superare la distinzione fra specie umane, considerando quella umana superiore alle altre. Oppure il primitivismo, che esalta le società primitive dimenticando che nella loro cultura c’erano anche aspetti disumani, come il fatto che spesso l’uomo era tenuto prigioniero di paure ancestrali e forze occulte. In generale dobbiamo ricordare l’apporto culturale importantissimo del cristianesimo al progresso umano. Pensiamo all’opera dei monaci o di tanti missionari, di cui è importante recuperare la storia. Quando facciamo storia, dobbiamo parlare della luce che il cristianesimo ha portato all’umanità.


Invito per prima cosa gli insegnanti a documentarsi su questi temi e a farsi degli orientamenti. Inoltre non dobbiamo lasciare queste cose sui libri di scuola senza darne una lettura critica. E a questo riguardo gli insegnanti stessi dovrebbero crearsi nel tempo i propri libri di testo. Non aspettiamoci dalla case editrici cattoliche libri impostati in modo diverso perché anch’esse per vendere numerose copie devono adattarsi alla cultura dilagante.

Ci sono ambiti non previsti dalla legge che aggiungerebbe nel curricolo di educazione civica?


Sicuramente aggiungerei il tema riguardante il concetto di popolo, patria e nazione, troppo trascurato oggi. Sono concetti a cui non possiamo rinunciare. Mi ricordo che san Giovanni Paolo II riteneva l’amore per la propria patria un’estensione del quarto comandamento. Contro un globalismo esasperato o l’ipotesi di società aperta multiculturale occorre riconoscere che la persona umana ha un radicamento, innanzitutto nella società naturale che è la famiglia, ma poi anche nel popolo e nella nazione. Un ultimo tema che una scuola cattolica non può non trattare è quello relativo al matrimonio e alla famiglia e alla procreazione, sebbene sia oggi particolarmente difficile trattare tali questioni. Senza matrimonio non c’è famiglia e senza famiglia non c’è società. Però va detto che non riguardano solo i cattolici. Il matrimonio, infatti, ha un’importanza a livello naturale che andrebbe spiegato. Infine, accenno solo al fatto che su tutti, proprio tutti, questi grandi temi le religioni non dicono la stessa cosa. L’Islam per esempio dice cose diverse dal protestantesimo. Penso che questo sia un problema che gli insegnanti presto o tardi saranno chiamati a incontrare.
Se l’insegnamento dell’educazione civica, insomma, viene inteso in questo modo, esso diventa infinitamente più interessante e bello di quello che il governo aveva in mente quando ha proposto questa iniziativa.


(Intervista non rivista dall’autore)

Alessandro Cortese

Educazione civica: possibilità e pericoli di una nuova disciplina – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

Educazione civica: possibilità e pericoli di una nuova disciplina – (Newsletter n.3 ottobre 2020)

A termine di un lungo iter legislativo, il 20 agosto 2019 il Parlamento Italiano promulgò la legge n. 92/2019 riferita all’introduzione dell’insegnamento scolastico della cosiddetta “Educazione Civica” nelle scuole di ogni ordine e grado presenti sul territorio nazionale.


Con il presente articolo non si è assolutamente intenzionati a presentare i dettagli tecnici per il migliore insegnamento della disciplina agli studenti, per essa rimando alle Linee Guida pubblicate dal MIUR alcune settimane fa. Si cercherà invece di tratteggiare gli aspetti di novità della disciplina, le grandi opportunità educative che propone e, consecutivamente, i rischi e pericoli che inesorabilmente la accompagnano.

La legge, varata durante le ultime settimane del governo Conte I (quello “gialloverde”, per intendersi), si prefigge lo scopo di «formare cittadini abili e attivi» e di «promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri» (Art. 1). Per raggiungere tale obiettivo, la legge individua due pilastri essenziali da far conoscere: la Costituzione Italiana e le istituzioni dell’Unione Europea (Art. 2).


Ora, per comprendere pienamente le novità dell’insegnamento, è necessario ricordare che siamo dinanzi a una materia sostanzialmente diversa da quell’Educazione Civica che, almeno credo, molti hanno avuto modo di conoscere nei decenni passati.
Le Linee Guida che accompagnano la legge infatti vanno ben oltre la promozione della conoscenza della Carta Fondamentale dello Stato o delle Istituzioni europee, giungendo a enucleare tre macro-aree che si rifanno direttamente all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promossa dall’ONU: esse sono:
– Costituzione, diritto nazionale e internazionale, legalità e solidarietà;
– Sviluppo sostenibile, educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio;
– Cittadinanza digitale.


Questa pluralità tematica richiama fortemente un altro carattere dell’insegnamento: la contitolarità e quindi la trasversalità. Ciò è, a mio parere, il grande punto di forza della nuova disciplina. Al netto di una programmazione didattica ben costruita da un valido e coordinato gruppo di docenti, la possibilità di sviluppare tematiche affini con modalità e tecniche differenti in ogni singola disciplina è effettivamente una grande possibilità didattica. Uscire dagli scompartimenti stagni degli insegnamenti, apparentemente muti e sordi tra di loro, creando un linguaggio trasversale e complementare, potrebbe favorire notevolmente lo slancio critico, la costruzione concettuale, la libera interpretazione del pensiero, il gusto e il fascino della ricerca e della scoperta. È un’opportunità da cogliere.


D’altro canto la nuova legge potrebbe comportare dei pericoli educativi non così troppo celati. La forte «liquidità» dei programmi proposti, definiti dalle suddette tre macro-aree in cui trova spazio un po’ di tutto, lascia un’ampia libertà di scelta all’insegnante. Una libertà, si ricordi, comunque condizionata dall’Agenda 2030. Ciò non è, in linea di principio, un male, anzi. Tuttavia, come ben sappiamo, la libertà non può essere tale senza responsabilità. In primis, responsabilità dell’insegnante, il quale è moralmente obbligato a strutturare un percorso idoneo ai suoi studenti, senza lasciarsi tentare da quel desiderio di «educazione delle folle» tipiche di uno Stato Etico, fortemente indottrinante e indottrinato. Tale rischio è presente nel nostro Paese, in tutte le scuole, eredità di un passato neanche troppo lontano. In secundis, responsabilità della famiglia, principale e finale custode dell’educazione dei figli (cfr. Art. 26, comma 3, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948), chiamata a monitorare i programmi scolastici e obbligata a intervenire nel caso in cui l’insegnamento di Educazione Civica diventasse terreno di proselitismo ideologico, di qualsiasi tipo esso sia. Il pericolo è dietro all’angolo, bisogna dunque vigilare.


Libertà e Responsabilità in una Scuola alleata con la Famiglia. Solo grazie a questi connubi, solo grazie a un intenso desiderio di accostarsi alla Ricerca del Vero, del Bello e del Bene si potrà sperare di formare «cittadini consapevoli» del loro posto nel mondo.
Solo così l’Educazione potrà essere veramente «civica» e, di riflesso, la Civiltà diventerà anch’essa «educativa».

Stefano Sasso

Conversazioni sotto l’ombrellone – (Newsletter n.2 settembre 2020)

Conversazioni sotto l’ombrellone – (Newsletter n.2 settembre 2020)

“E Lei.. di che si occupa nella vita?” mi chiede titubante la vicina di ombrellone, tra una richiesta di informazioni meteo e uno scambio di consigli sulla crema solare.

“Io insegno.”, rispondo sorridente

“Che bello! E’ così bello lavorare con i bambini!”, esclama con voce entusiasta.

“A dire il vero insegno in una scuola media..Lettere”, puntualizzo.

“Aaah…– geme inorridita – Che coraggio! Io non resisterei un attimo con quelli di quell’età…e poi al giorno d’oggi…noi non eravamo così. Sfacciati, maleducati…e come vanno a scuola vestiti…e poi …neanche un po’ di rispetto…e le famiglie che danno sempre ragione ai figli…una volta invece…”

“Già…”, sospiro piano.

Sospiro perché non ho la forza di aggiungere altro: non saprei come raccontare a quella signora che si dilunga infuocata nella solita retorica sociologica del “non come una volta” il viaggio che ogni anno mi accingo a intraprendere: ogni settembre mi imbarco su una nave e salpo senza conoscere il porto che mi attende, sempre un po’ restia e sospettosa, carica dei miei bagagli, dei miei programmi e delle mie aspettative, e mi ritrovo a viaggiare per mari e terre sconosciute, sicura solo che quando il viaggio sarà terminato, io sarò diversa e un po’ cresciuta.
Non ho la confidenza per spiegarle che sì, ci vuole coraggio a insegnare, ma non perché i ragazzi non sono più come quelli di una volta, ma perché saremo noi, dopo aver intrapreso questo viaggio, a non essere più quelli di una volta: non saremo più gli insegnanti dell’anno scorso, gli insegnanti del mese scorso… forse non saremo più le persone del tempo appeno trascorso.

Anche il prof. Mazard, nel film “Quasi nemici”, non è più lo stesso uomo dopo il percorso che è stato costretto a intraprendete con la studentessa Neilah, non è più lo stesso figlio (va a ritrovare la vecchia madre che da tanto tempo non vedeva), e solo in ultima battuta non è più lo stesso insegnante.

A dire il vero, vi confesserò, ogni volta che il viaggio di un nuovo anno scolastico ha inizio mi sento colpevolmente simile a questo saccente professore parigino: con una certa sicumera squadro i miei alunni, noti o sconosciuti che siano, con occhio critico, disapprovando dentro di me l’abbigliamento dell’uno, l’atteggiamento dell’altro, il linguaggio dei più… qualcuno mette pericolosamente alla prova la mia pazienza, qualcun altro riesce proprio a irritarmi.

Cos’è allora che cambia le carte in tavola? Cosa rovescia la situazione? Cosa spinge il prof. Mazard a piegarsi a un grazie per Neilah? Cosa spinge me a ostinarmi, ogni anno, a ricominciare il viaggio?
So di dire qualcosa che per voi è lapalissiano, scontato, quasi imbarazzante da ripetere, ma io ho bisogno di ricordarmelo ogni giorno e di scriverlo perfino qui, per rendermelo ancora più chiaro.
Ciò che fa cambiare rotta alla nave, che salva i miei alunni dal rischio che li faccia gettare in mare e salva me dall’ammutinamento, ciò che rende entusiasmante il mio e il loro viaggio e ci impedisce di naufragare, è senza ombra di dubbio la relazione.

La relazione dà senso a quello che faccio, la relazione è il tasto SAVE del mio lavoro, il tasto SAVE dell’esperienza scolastica, per me e per i miei alunni; nella relazione insegno tutto, nella relazione imparo tutto, nella relazione mi dimentico ogni nozione per impararla in modo nuovo, nella relazione si sgretolano i miei schemi mentali per ridisegnare la mappa del mio viaggio personale -e solo in secondo luogo professionale. Nella relazione divento capace di dire grazie ad ogni mio singolo alunno, di preoccuparmi per lui, di desiderare il meglio per e da lui.

Capiamoci: quando parlo di entrare in relazione non sono così ingenua da credere che dobbiamo indossare i panni strappati e cortissimi dei nostri alunni, dimenticarci i congiuntivi, sfidarci a Fortnite, ascoltare i loro idoli musicali e frequentare i loro locali per conquistare la loro simpatia e indurli ad ascoltarci.
Quando parlo di relazione intendo dire che l’insegnante riesce a salvarsi dal senso di frustrazione e fallimento e riesce a in-segnare ai suoi alunni un orizzonte di Senso, solo se si rende disponibile a scoprire e ad accogliere la persona che gli si pone davanti in tutta la sua interezza. Possono senza dubbio manifestarsi tra alunni e insegnante una antipatia o simpatia iniziale, una fiducia o sfiducia anche reciproca, diffidenza, insofferenza…ma l’insegnante che non vuole naufragare insieme a tutta la sua classe deve avere l’apertura e la disponibilità a mettersi in ascolto dell’altro, a lasciarsi interpellare dalla persona con cui ha a che fare e soprattutto concedersi e concedere all’altro il tempo.

Tempo per scoprirsi, per conoscersi, per farsi conoscere.
E’ il tempo di un anno scolastico che Pierre Mazard e Neilah sono costretti a condividere che li porta a conoscersi, a veder sgretolare le proprie solide convinzioni e ad avvicinarsi l’uno al mondo dell’altra. E’ il tempo lungo di un mese senza social, che permette a Veronica, la protagonista del libro di Fernando Muraca, di cambiare i nomignoli di amici, presunti tali e professori.
Ed è solo col tempo necessario a costruire la relazione che l’insegnante si trasforma in un educatore: colui che è capace di intravedere la bellezza e le potenzialità delle persone che gli sono affidate e non può permettere che queste rimangano sepolte, perché nella relazione si scopre a voler loro bene, a volere il loro bene.

Come emerge chiaramente dalla figura del prof. Mazard in “Quasi nemici” e da quella della prof.ssa La Balena Bianca, nel libro “Liberamente Veronica”, l’educatore non si accontenta di far lezione, di trasmettere quello che sa, ma si fa esigente, è sfidante, è provocatorio, tanto da risultare antipatico e non essere compreso nelle sue assurde intenzioni (“ti sfido a non usare i social per trenta giorni”, “ti sfido a recitare sulla metro attirando l’attenzione di tutti”…). L’insegnante che si fa educatore non molla: sa che nel gioco al rialzo che propone c’è l’ambizione di far emergere la dignità di quella persona, di allenare la sua volontà a raggiungere le mete sognate, di far crescere la sua autostima.

L’esperienza di questi due anni di vita del Centro Studi per l’Educazione racconta però come sia urgente e vitale per gli insegnanti affrontare questo viaggio insieme, trovando uno spazio in cui riflettere, nel senso proprio del termine di fare da specchio gli uni agli altri. Uno spazio in cui aiutarsi, imparare reciprocamente, riconoscere come la propria professionalità sia costantemente in crescita e sia inevitabilmente senza regole, perché le regole del gioco si inventano ogni giorno nella relazione con l’altro, che è sempre diverso, come diversi sono gli alunni, come diverso è lo stesso alunno, ogni giorno che passa, come diversi siamo noi, resi di giorno in giorno più umani dai nostri ragazzi.


Insomma, cara signora sotto l’ombrellone, cosa vuole che le dica? Ha proprio ragione lei: l’insegnamento è un mestiere per gente coraggiosa!

Silvia Spillari

Intervista su Dante al professore Paolo Re, docente di latino e greco presso lo Iunior International Institute dell’Università degli studi di Roma,  – (Newsletter n.2 settembre 2020)

Intervista su Dante al professore Paolo Re, docente di latino e greco presso lo Iunior International Institute dell’Università degli studi di Roma, – (Newsletter n.2 settembre 2020)

Nel 1321 moriva, esule a Ravenna, Dante Alighieri, poeta che, dopo 700 anni, non smette di ispirare e attrarre anche il grande pubblico. Certamente il mondo della scuola non può non approfittare di questa irripetibile occasione per soffermarsi sulla figura di Dante come uomo del suo tempo e come immortale poeta.

Abbiamo voluto interpellare su questo tema il professore Paolo Re, docente di latino e greco presso lo Iunior International Institute dell’Università degli studi di Roma che ha volentieri dato il suo contributo e risposto alle nostre domande

1. Come può un insegnante entusiasmare i ragazzi del 2020 con le opere dantesche? Solo la Divina Commedia o altre sue opere possono solleticare l’interesse degli studenti? E’ utopia pensare di proporne la lettura anche ai bambini?

Per entusiasmare al bello, occorre “mettere a contatto” gli studenti con l’opera d’arte, e quindi innanzitutto averla esperita come significativa per sé. Dunque, secondo il noto “principio di causalità” di cui parlavano addirittura Aristotele e san Tommaso (nemo dat quod non habet), il primo ingrediente necessario sarà l’entusiasmo del docente, che si spera abbia “vibrato” sintonizzandosi con Dante almeno in qualche momento! Come per qualunque argomento da trasmettere, non è sufficiente che sia “previsto da qualche progettazione”, bisogna che io insegnante abbia trovato in quei testi un quid speciale che mi fa un po’ volare: allora potrò mostrarne la bellezza agli alunni, senza peraltro pretendere che tutti entrino subito in risonanza… basta che “vedano” la mia, di risonanza!


In secondo luogo, naturalmente bisogna predisporre strategie differenti per gli alunni delle diverse età. Per studenti di scuola secondaria di primo grado – di cui sono competente – suggerirei, per citare alcune delle esperienze positive realizzate: 
la lettura del canto proemiale della Commedia, (che non offre eccessive difficoltà di lessico) con calma e con il tempo di “immedesimarsi” in Dante – personaggio, magari tenendo presente la lettura di Singleton (La poesia della Divina Commedia, pp. 17-35: “Allegoria”); la memorizzazione di alcuni brani (penso a qualche sonetto della Vita Nova, o ai brani infernali degli ignavi, di Paolo e Francesca, anche di Ulisse) “lanciando la sfida” della memorizzazione, che oggigiorno sembra inizialmente impossibile, ma è a mio avviso l’unico modo di assaporare la poesia… e dà la grande soddisfazione di una scoperta di novità (posso “possedere” la poesia in modo intimo, come un qualcosa di pienamente diventato mio…). 


La scelta di un testo che preveda, oltre a qualche brano originale, una riduzione narrativamente “completa” del viaggio di Dante (ne esistono numerosi in commercio). Eviterei decisamente l’antologia spezzettata, per non sentirmi porre la domanda che qualche anno fa un alunno mi ha rivolto “Prof, mia sorella al liceo legge l’Eneide in un modo strano, a pezzetti: e chiede a me che cosa succede tra un pezzo e l’altro…” Questo avveniva – come si può intuire – in una I media, in cui da anni leggiamo tutta l’Eneide in modo scorrevole, come racconto. Da questo punto di vista un limite serio per la Commedia è ovviamente l’estensione, che ne impedisce una lettura completa, nonché il fatto che leggiamo il testo originale, che in vari momenti richiede chiarimenti. Ma proprio questo piano linguistico è a mio avviso un altro grande punto di fascino: NOI POSSIAMO LEGGERE DANTE DOPO 700 ANNI… E LO CAPIAMO! Come mai? Pensandoci bene, Dante fa parte della spiegazione: ha costruito un monumento talmente bello che, da quel momento, tutti noi italiani (prima ancora di essere unificati politicamente) lo abbiamo letto e apprezzato… e non ci siamo più allontanati di molto dalla sua lingua! Grazie, padre Dante…
Per concludere con un cenno alle altre due domande: le altre opere di Dante possono essere presentate (a cominciare dai sonetti della Vita Nova e non, e innanzitutto da Tanto gentile…) a seconda della dimestichezza del docente. Idem risponderei per le classi primarie: ho conosciuto insegnanti che “lavorano” su quadri impressionisti, o su opere liriche… perché non su versi di Dante? Si tratta di costruire i percorsi di senso che rendano l’incontro possibile, perché il piccolo riconosce la bellezza immediatamente! 

2. Anche dalla vita di Dante e dal suo contesto storico possiamo trarre spunti di riflessione condivisibili con gli studenti?

Certamente, si tratta della vita di un italiano antico, ma pur sempre immerso in problemi che conosciamo bene: le divisioni e i litigi, la mancanza di coesione pubblica, le lotte per l’eccellenza campanilistica, con tanto di colpo di stato e di esilio… ma anche alla ricerca della verità, con una lingua che sapeva impiegare come uno strumento perfettamente controllato, per costruire… o per colpire! Un buon padre di famiglia, che ha sofferto l’esilio e ha vissuto con una grande apertura d’orizzonti. Mi pare che la vita familiare di Dante andrebbe rivalutata: il fatto che la figlia, diventando suora, scelga il nome di Beatrice e che Pietro diventi il primo commentatore dell’opera paterna, mi pare illuminante sulla comprensione “familiare” del discorso del Nostro. 
A mio avviso il sogno di Dante espresso nel De Monarchia (distinzione di ambiti tra Chiesa, Stato e cultura, come spiega bene Gilson, in Dante e la filosofia) si sta realizzando nelle migliori tendenze del mondo contemporaneo: c’è un grande desiderio di pace e di una autorità mondiale che la garantisca, c’è da un secolo e mezzo (solo!) un’effettiva distinzione del potere civile da quello religioso, c’è la possibilità di comunicare e di unirsi tramite la cultura… Aver sognato questo settecento anni prima mi pare un notevole motivo di interesse! E so che anni fa in una facoltà di Scienze politiche si studiava proprio il De Monarchia come luogo di un pensiero molto originale e interessante. 

3. La Divina Commedia introduce a realtà che per i contemporanei dell’autore erano indiscutibili certezze ma che l’uomo moderno tende ad ignorare: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Quale reazione suscita l’aldilà, l’esistenza di un mondo di espiazione e premio nei ragazzi? 

I concetti di premio e di punizione sono estremamente presenti nella nostra mentalità (e forse nelle mentalità di tutti gli educatori del mondo). Da questo punto di vista non mi pare che i ragazzi trovino difficoltà ad accettare la “visualizzazione” dantesca dell’aldilà. Peraltro, mi pare che siamo di fronte a una delle costanti dell’umanità, se Platone – scusandosi ironicamente di introdurre “racconti da vecchiette” – parlava esattamente di punizione eterna, di premio eterno e di situazione di purificazione, nel Gorgia, come nel Fedone o nella Repubblica; e naturalmente una situazione analoga viene descritta nel viaggio di Enea in Virgilio, nel VI libro dell’Eneide che costituisce come il canovaccio ispiratore per Dante. Proprio perché il tema “interessa” istintivamente, occorre che il docente ci pensi bene, perché le reazioni saranno immediate (l’idea che la gola possa essere un peccato mortale preoccupa immediatamente un pubblico di ragazzi normali… come si può spiegare Ciacco all’Inferno?)

4. Il cammino di Dante nella Divina Commedia è un percorso dall’infelicità dell’inferno alla beatitudine piena del Paradiso. Può quest’opera indicare una strada per assolvere al bisogno di felicità che abita ogni essere umano, soprattutto nei ragazzi e nei giovani?

Questa domanda richiede una vita per avere risposta: letteralmente una vita! Certo, se il docente si sente “in cammino” (viator) e magari ha “drizzato il collo” per tempo al pan delli angeli, del quale / vivesi qua, ma non sen vien satollo (Paradiso II, 10-12: Eucaristia e/o teologia), cioè se sta “vivendo” quello che Dante ha rappresentato, allora forse anche i ragazzi vedranno che non si tratta qui di parole, ma di uno stile di vita che esiste ancora, nel nostro mondo e con le nostre caratteristiche. Ma questa vita, proprio in quanto tale, può essere soprattutto mostrata, non direttamente trasmessa!

Miriam Dal Bosco

In ricordo di Giuseppe Mari – (Newsletter n.1luglio 2020)

In ricordo di Giuseppe Mari – (Newsletter n.1luglio 2020)

Ho tra le mani il bel volume, curato da Emanuele Balduzzi, che raccoglie diversi
contributi in onore di Giuseppe Mari, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale
presso l’Università Cattolica di Milano, prematuramente scomparso nel novembre del 2018.


Ritengo un dovere di affetto e di giustizia ricordare questa straordinaria figura di
intellettuale, di padre di famiglia e di amico, che tanto ha significato per il Centro Studi per
l’Educazione.

Non mi soffermerò sulle tematiche della sua lucidissima riflessione pedagogica,
ampiamente descritte nel volume succitato, quanto sulla relazione e sull’influsso che
Giuseppe Mari ha avuto sulla storia di questa nostra iniziativa formativa.

Personalmente l’avevo conosciuto nel maggio o nel giugno del 2015, grazie a un
comune amico, che ci aveva presentati in occasione di una conferenza sul perdono, tenuta
da Giuseppe a un gruppo di coniugi di Verona. Ricordo bene la simpatia e la consonanza di
pensiero che si instaurarono immediatamente tra di noi al termine di questa conferenza e…
davanti a un gustoso risotto all’amarone (sì, Giuseppe era anche un buongustaio!).

Da quel primo incontro presero il via diversi suoi interventi (conferenze,
ricerche-azione, ecc.) per la formazione di docenti e genitori sul territorio veronese.
Nulla di più ovvio, quindi, che ricorrere al suo consiglio quando, nell’autunno del 2017,
insieme a Paolo Campoccia, cominciò a concretarsi l’idea di dar vita, a Verona, al Centro
Studi per l’Educazione.

Rimane incancellabile il ricordo dell’autentico entusiasmo con cui Giuseppe accolse,
approvò e incoraggiò questa iniziativa. Così come rimangono indelebili e “fondative” alcune
linee-guida che lui suggerì per il lavoro del Centro Studi:

– non posizionarsi nell’ambito accademico, già inflazionato di proposte formative, ma
puntare piuttosto a promuovere una rete di insegnanti “riflessivi”, appassionati del proprio
lavoro e desiderosi di chiarirne sempre meglio i presupposti;
– approfondire le questioni antropologiche e pedagogiche di fondo, lasciando in secondo
piano (almeno all’inizio) gli aspetti più propriamente tecnici dell’insegnamento, già
abbondantemente affrontati da altre istituzioni formative;
– dedicarsi soprattutto ai giovani, a coloro che si stanno preparando all’insegnamento o
hanno appena cominciato a farlo.
L’ultimo aspetto era particolarmente caro al professor Mari, che guardava con
ammirazione e simpatia (oserei dire con “tenerezza”) al nostro gruppo di studenti, che si era
costituito in modo molto naturale. Di più: nell’estate del 2018 si offrì di venire a tenere per
questi giovani (gratuitamente, ci tengo a sottolinearlo) alcune lezioni per aiutarli a districarsi e
orientarsi nel complesso panorama pedagogico contemporaneo.
Purtroppo la sua prematura scomparsa, pochi mesi dopo, ha impedito la realizzazione
di quel progetto, che non è stato tuttavia accantonato, anche come dovere di onorare la
memoria di chi lo propose.

Devo anzi confessare che, non appena ricevuta la notizia della morte di Giuseppe,
insieme allo sconcerto, al dolore e contemporaneamente alla certezza di saperlo in
compagnia di quel Dio fatto Uomo, intorno al Quale ruotava tanta parte del suo pensiero e
del suo impegno di vita, si affacciò alla mente l’idea di non lasciarne cadere il lascito.
Una prospettiva, quest’ultima, che è diventata certezza durante il funerale, celebrato
a Roncadelle, al termine del quale ha preso la parola la moglie di Mari: con compostezza,
ma con fermezza e vigore, la cara signora Cinzia ha invitato i presenti a raccogliere
l’eredità intellettuale del marito, sviluppandone tutte le potenzialità.

Ebbene, considero il mio impegno personale nel Centro Studi per l’Educazione, oltre
che una manifestazione della mia passione per l’insegnamento e del desiderio di
approfondire e condividere la riflessione su di esso, anche una risposta a questa decisa
richiesta.
Grazie, Giuseppe!

Daniele Marazzina

Intervista sulla scuola al dirigente scolastico prof. Matteo Sansone – (Newsletter n.1luglio 2020)

Intervista sulla scuola al dirigente scolastico prof. Matteo Sansone – (Newsletter n.1luglio 2020)

Quale futuro per la scuola?

Nell’intervista, il prof. Matteo Sansone, dirigente scolastico, fa il punto sulle prospettive che si aprono per il nuovo anno scolastico, considerando il periodo della didattica a distanza come una necessaria soluzione di ripiego, ma che non può sostituire la scuola in presenza, nella quale soltanto si possono dare relazioni e costruire legami utili alla formazione integrale dello studente.

Per questo, pur riconoscendo le difficoltà oggettive che la riapertura delle scuole comporta in termini di allestimento degli spazi scolastici secondo le disposizioni di sicurezza, riconosce che il mondo della scuola si sta adoperando perché questo sia possibile. Ed inoltre auspica che il ritorno in aula susciti un rinnovato entusiasmo per una educazione di qualità.

1. Quali prospettive si aprono per il nuovo anno scolastico?

            Il nuovo anno scolastico è alle porte, ricco di incognite e aspettative. Dopo la forzata esperienza della cosiddetta didattica a distanza, allievi e genitori sono impazienti di ritornare a scuola: posso testimoniare di aver assistito durante gli Esami di Stato,  appena conclusi, a pianti liberatori da parte di alcuni studenti che esprimevano la dolorosa prova del distacco dalla comunità scolastica. Si esprimeva così il forte legame che a scuola si costruisce non solo con  i compagni di classe, ma anche con i docenti e il personale scolastico.

            Tutti vogliono, giustamente, ritornare a scuola: studenti, docenti, personale ATA e genitori, ognuno  con la propria collocazione. La chiusura forzata dovuta alla pandemia, ha avuto l’effetto di far riscoprire il ruolo che riveste questa istituzione e del suo futuro. Abbiamo avuto la consapevolezza che non sarà possibile sostituire la scuola con altri surrogati anche digitali, come si profetizzava, pochi anni fa,  in alcuni convegni settoriali con l’avvento del Web. Abbiamo riscoperto che la scuola è un luogo di incontro, di relazioni, dove si costruiscono legami che possono sembrare talora  deboli, ma utili allo sviluppo della nostra identità personale e alla nostra formazione non solo culturale.

            Dall’assunto che la scuola è insostituibile nella sua funzione sociale ed educativa, ma bisognosa di essere al passo con i tempi e con le esigenze dei nostri discenti, quindi con uno sguardo sempre rivolto all’innovazione, intesa come tensione al miglioramento, discende la grande aspettativa di ritornare sui banchi, anche monoposto, come ci impongono gli standard di distanziamento interpersonale anti Covid-19. La didattica a distanza assolve solo in parte i compiti educativi della scuola in presenza e pertanto la riapertura delle aule non solo è auspicabile, ma è irrinunciabile.

            Il rientro, così desiderato, non è del tutto scontato e lineare: è adombrato da incognite.  A scuola è quasi impossibile evitare gli  assembramenti e pertanto occorre gestirli in sicurezza con le dovute misure idonee a prevenire eventuali contagi, le conseguenti chiusure e il ritorno alla DAD. Mancano spazi idonei  a contenere le nostre classi che risultano numerose per le aule progettate con altri standard. Si apre un nuovo scenario: vi è un’oggettiva difficoltà a reperire nuove aule dalle dimensioni richieste dalla misure restrittive. Nell’impossibilità di soddisfare l’enorme richiesta di spazi nuovi e idonei, occorre mettere mano a delle soluzioni innovative: turnazioni, suddivisione della classe in gruppi e collocati in spazi diversi, didattica cosiddetta mista: un gruppo in presenza e un gruppo a casa con la didattica digitale. In queste settimane le scuole sono alle prese nel trovare le soluzione più idonee utilizzando tutti gli strumenti forniti dall’autonomia scolastica con il DPR 275/1999: questo è il momento favorevole che ci consente di mettere mano alla “creatività” didattica utilizzando tutta la flessibilità organizzativa e didattica che il Regolamento dell’autonomia consente: rimodulazione dell’unità didattica, didattica per gruppi, sottogruppi anche di classi diverse e parallele, la flipped classroom ecc.

2. Quale la peggiore e quale la migliore?

La prospettiva migliore è il ritorno graduale alla normalità in presenza, senza abbandonare la didattica a distanza, che può risultare utile non solo in caso di  emergenza, ma anche per alcune attività complementari: approfondimenti, recuperi anche singolarmente attuati, ricerche, conferenze tematiche su Cittadinanza e Costituzione, Educazione Civica. Dall’esperienza vissuta in questi mesi, è emerso che per gli incontri collegiali , quali i Consigli di Classe , i Consigli di Istituto, le piattaforme digitali si prestano bene.

            La prospettiva peggiore è il forzato ritorno alla sola didattica a distanza senza chiare linee guida ministeriali, che ci sono state promesse.

3. Quali i punti non negoziabili?

            Irrinunciabile indubbiamente è il contesto di relazioni educative che la scuola è chiamata a costruire anche in situazioni emergenziali : i nostri studenti, soprattutto i più piccoli non possono rinunciare alle occasioni di crescita umana che la scuola offre con il suo servizio: pertanto bisogna far di tutto per garantire il ritorno sui banchi in sicurezza e nel rispetto delle norme di prevenzione dal contagio.

4. Come si sta preparando la sua scuola alla riapertura?

             La scuola che dirigo, come tutte le altre, si sta preparando con una minuziosa  ricognizione di tutti gli spazi che in base alla metratura possono ospitare  classi intere nel rispetto del distanziamento interpersonale imposto dalle norme anti Covid -19. Terminata questa operazione, si chiederanno nuovi spazi all’Ente locale preposto, che  sicuramente potrà soddisfare solo parzialmente le nostre richieste.

            Di pari passo si sta studiando un piano per consentire a tutti gli studenti la didattica in presenza utilizzando tutti gli strumenti che il Regolamento dell’autonomia ci consente di utilizzare: didattica mista, con una quota minoritaria in DAD; turnazioni per alcune classi con orario antimeridiano e pomeridiano.

5. Immagini di essere Ministro, da cosa partirebbe per riaprire la scuola?

            Premetto che nessuno vorrebbe essere nei panni del ministro della P.I.

Ciò detto, mi pare prioritario reperire tutti gli spazi utili per garantire il ritorno graduale alla normalità con la didattica in presenza, con  gli investimenti richiesti per assicurare il rispetto delle misure preventive e non escluderei dallo scenario la didattica digitale che richiede una solida formazione settoriale che non sempre si può improvvisare.

Dal Bosco Miriam