Aprile 1796 “Pasque Veronesi”: un sussulto di orgoglio – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Aprile 1796 “Pasque Veronesi”: un sussulto di orgoglio – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Aprile 1796, è in pieno svolgimento la prima campagna d’Italia del Gen. Bonaparte che, a capo dell’Armée d’Italie, dopo aver sbaragliato gli Austriaci a Dego, Millesimo e Montenotte e i Piemontesi a Mondovì e Cherasco, si scontra nuovamente con l’esercito austriaco a Lodi riportando un’epica vittoria che gli consentirà il 13 maggio di entrare trionfalmente a Milano da Porta Romana e di prendere possesso della città. Ma a Bonaparte questo non basta, vuole inseguire gli austriaci che si stanno ritirando e il 30 maggio li affronta a Valeggio sul Mincio. Dopo un duro combattimento gli austriaci in ritirata ripiegano verso Mantova.

Il giorno successivo, 1 giugno 1796, il Gen. Antoine Balland alla testa di 12.000 soldati entra per la prima volta a Verona.

Lo stesso Napoleone prende alloggio nella casa del Conte Francesco Emilei e ancora oggi questo soggiorno viene ricordato da una targa su cui si legge: “NAPOLEONE BUONAPARTE GENERALE DELLA REPUBBLICA FRANCESE TRIONFATORE A MONTENOTTE A MILLESIMO A DEGO A MONDOVI ENTRATO LA PRIMA VOLTA IN VERONA IL 1 GIUGNO 1796 ALBERGÒ IN QUESTO PALAZZO”.

Verona, fedele roccaforte di terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia, è costretta ad ospitare questi soldati stranieri che si sistemano nelle loro case e requisiscono tutte le riserve alimentari.  

Va considerato che nella guerra tra francesi e austriaci Venezia, fin dall’inizio, ha adottato la politica della neutralità nella speranza di non essere coinvolta nel conflitto. Tuttavia, nonostante la dichiarata neutralità, i francesi, appena entrati a Verona, agiscono in modo autoritario nell’impossessarsi di Castelvecchio, dei forti militari, di alcuni edifici e di alcune chiese che vengono utilizzate come ospedali militari.

All’epoca Verona contava circa 55.000 abitanti che vivevano dignitosamente grazie ad una fiorente attività commerciale. Quanto sta accadendo in città coglie di sorpresa i cittadini che non comprendono il modo di agire arrogante e irrispettoso dei francesi che vengono visti più come invasori che come ospiti. Nessuno sa spiegarsi il perché di questo comportamento. Ma la spiegazione c’è e va ricercata in vecchi rancori che si erano venuti a creare tra Verona e la Repubblica Francese. 

Verona dal 1794 al 1796 ha accolto il Principe Luigi Stanislao Saverio di Borbone, Conte di Lille, fratello del Re di Francia Luigi XVI. Il Conte durante il periodo del terrore, per evitare la ghigliottina, era fuggito da Parigi e si era rifugiato a Verona ospite dell’amico Conte Gianbattista Gazola. Durante il soggiorno, informato della morte di Luigi Carlo, legittimo erede di Luigi XVI, il Conte di Lille si autoproclama Re di Francia con il nome di Luigi XVIII e lo comunica ai francesi e a tutte le monarchie d’Europa. Questa presenza ingombrante imbarazza il Senato Veneto che teme un deterioramento dei rapporti diplomatici con la Francia, così nell’aprile 1796 decreta in fretta e furia l’espulsione del Conte dai territori della Serenissima Repubblica di Venezia. Questo alla Francia non basta, Verona ha manifestata inimicizia nei confronti della Repubblica, dunque merita una punizione. 

Inevitabile che questa atmosfera rendesse i rapporti tra veronesi e francesi sempre più difficili; la diffidenza degli uni verso gli altri era così evidente che il Conte Augusto Verità, nella speranza di raffreddare gli animi, decide di compiere un passo diplomatico. Approfittando dei suoi buoni rapporti con il Gen. Balland, lo incontra e lo invita a mantenersi neutrale in caso di scontri tra cittadini veronesi fedeli a Venezia e cittadini veronesi che hanno abbracciato la causa giacobina. Il Generale conferma la sua intenzione di non intromettersi negli affari interni della Serenissima.

La Francia, ancora una volta, non è d’accordo e vede nell’occupazione militare della città la giusta punizione. Per attuare questo piano serve un valido pretesto che viene presto trovato. Gli stessi francesi progettano, scrivono, fanno stampare e affiggono ai muri della città un manifesto incitante i veronesi ad insorgere in armi contro gli invasori francesi e nella notte fra il 16 il 17 aprile vengono affissi dai francesi numerosi manifesti in cui si legge:  Noi Francesco Battaia per la Serenissima Repubblica di Venezia Provveditore Estraordinario in Terra Ferma…. contro questi nemici eccitiamo i fedelissimi cittadini a prendere in massa le armi e dissiparli e distruggerli, non dando quartiere a chichessia, ancorchè si rendesse prigioniero….. Invitiamo pertanto i Cittadini rimasti fedeli alla Repubblica a cacciare i Francesi dalla città e dai castelli che, contro ogni diritto, hanno occupato.”

La provocazione è fin troppo evidente, non resta che aspettare la reazione dei cittadini veronesi, che non tarda ad arrivare. Alle ore 14.00 del 17 aprile, lunedì dell’Angelo, in un’osteria nei pressi delle case Mazzanti si sviluppa una violenta zuffa, senza esclusione di colpi, tra veronesi e francesi; quest’ultimi hanno la peggio e vengono brutalmente malmenati.Contemporaneamente in Piazza Bra, tra i soldati dalmati, disposti a presidio dela piazza, ed alcuni giacobini locali si verificano alcuni scontri a fuoco. In tale circostanza il Gen. Balland, che nella piazza aveva disposto dei picchetti di guardia, per mantenere fede all’impegno preso e per non inasprire ulteriormente gli animi, ordina ai suoi di non intervenire. Alle 17.00 quando la calma sembra essere ritornata, molti veronesi prendono coraggio, escono dalle case e a gruppi, attraversando Piazza dei Signori, si incamminano verso le chiese per recarsi a Messa. Questa apparente situazione di cessato pericolo viene   improvvisamente interrotta dalla caduta di alcune palle di cannone infuocate che, oltre a generare panico, provoca il ferimento di cittadini inermi e incolpevoli. 

La decisione dei francesi di intervenire utilizzando l’artiglieria disposta su Castel San Pietro e sul forte San Felice induce la violenta reazione dei veronesi, come riporta la cronaca dell’epoca di un anonimo, conservata presso la Biblioteca Comunale di Verona: “A misura che cresceva il rimbombo delle artiglierie, uscivano gli abitanti dalle proprie case […], correvano mal armati ad affrontare le pattuglie francesi, le quali si videro obbligate a cercare sicurezza dandosi precipitosa fuga verso i castelli… Non si sentiva altro che un continuo gridare per ogni angolo della città: Viva S. Marco… Tanta era la furia, l’impeto, la collera, l’odio che si era acceso contro questa gente che più non si conosceva ragione, né pietà, né religione….Fu riferito che erano stati veduti ragazzi con coltelli inveire contro i cadaveri di Francesi…. I francesi, che non riescono a raggiungere i forti o Castelvecchio, vengono rincorsi, catturati, uccisi e gettati nell’Adige.”

Inizia così una intensa attività di guerriglia urbana caratterizzata da duri e sanguinosi corpo a corpo. I francesi rispondono sparando da Castelvecchio cannonate sulle case circostanti che provocano devastanti incendi. Sarà il provvidenziale arrivo del Conte Augusto Verità con i suoi soldati a neutralizzare i cannoni francesi permettendo alla giornata di terminare favorevolmente. I veronesi controllano le porte di accesso alla città: Porta Vescovo, Porta San Giorgio, Porta Nuova e Porta San Zeno, mentre i Francesi restano asserragliati nei forti. Il giorno dopo, 18 aprile, i rappresentanti del Senato Veneto, resosi conto che le forze in campo erano nettamente favorevoli ai francesi, si precipitano a Venezia per chiedere l’invio di truppe a sostegno di Verona. Nei giorni successivi, 19-20-21 aprile, i combattimenti proseguono senza tregua e si fanno sempre più cruenti. Da una parte i soldati francesi che fanno pesare la loro superiorità numerica e la loro maestria nell’uso dell’artiglieria e dall’altra, gli eroici cittadini di Verona, che, pur sfiniti e allo stremo delle forze, combattono con coraggio fino all’ultimo respiro. Per le strade si contano centinaia di morti e feriti. La situazione non è più sostenibile senza aiuti da Venezia. E il 22 aprile gli aiuti arrivano: un anziano generale al comando di 400 fanti, 800 contadini e 8 cannoni da campagna. Una beffa! Venezia ha abbandonato Verona al suo destino.

È la fine, i veronesi non possono resistere oltre. Per le strade della città e dalle case distrutte dagli incendi si sentono solo grida di dolore, lamenti e il pianto angosciante di madri, figlie e spose che hanno perso i loro cari.  Verona è in ginocchio. Non resta che arrendersi.

I rappresentanti del Senato Veneto, assieme alle autorità cittadine, sono costretti ad accettare la “resa incondizionata” che prevede:consegna ai francesi di 16 autorità come ostaggi e tra questi il Vescovo Avogadro, confisca di importanti opere d’arte, pagamento di 2.000.000 di lire, requisizione di tutto l’argento delle chieseconsegna delle riserve di cibo e vestiario.

I francesi hanno vinto e rivendicano il diritto di saccheggio. Vengono assaltate e depredate le case dei nobili veronesi, la Biblioteca Capitolare, il Museo Lapidario e il Monte di Pietà. 

Dalle chiese vengono prelevate importantissime opere d’arte:

– La Sacra Conversazione, trittico di Andrea Mantegna (San Zeno)

– Martirio di San Giorgio di Paolo Veronese (San Giorgio in Braida)

– San Barnaba di Paolo Veronese (San Giorgio in Braida)

– Deposizione di Cristo di Paolo Veronese (S. Maria Della Vittoria, successivamente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Oggi l’opera è conservata nel museo di Castelvecchio) 

– Assunzione della Madonna di Tiziano (Cattedrale)

– otto formelle bronzee del monumento funebre Della Torre di Andrea Briosco, detto il Riccio (S. Fermo Maggiore)

Parte di queste opere verranno restituite nel 1816. 

Sono rimaste In Francia le predelle del trittico del Mantegna (Louvre e Museo di Tours), il San Barnaba del Veronese (Museo di Rouen) e i bronzi di San Fermo (Louvre). Finito il saccheggio della città, inizia il processo ai presunti responsabili dell’insurrezione cittadina.

Alla barra degli imputati compaiono:

  • Conte Francesco degli Emilei di anni 45
  • Conte Augusto Verità di anni 45
  • Giovanni Battista Malenza di anni 30
  • Frate cappuccino Luigi Maria da Verona al secolo Domenico Flangini di anni 72
  • Agostino Bianchi, oste Alla Rosa di anni 43
  • Stefano Lanzetta, parrucchiere di anni 39
  • Pietro Sauro, calzettaio di anni 45
  • Andrea Pomari, cavapietre in Avesa di anni 42

Il processo, per lo più sommario, decreta la colpevolezza di tutti gli imputati che vengono condannati a morte mediante fucilazione. La sentenza verrà eseguita nei giorni 16 maggio, 8 e 18 giugno 1797 nel vallo di Porta Nuova.

Il sussulto d’orgoglio dei cittadini veronesi è stato soffocato dal sangue dei martiri.

Una laconica scritta incisa su la lapide posta nella Piazzetta delle Pasque Veronesi, già “Piazzetta delle case abbruciate” ricorda per sempre: “IL NOME DI QUESTA PIAZZA RAMMENTA LA INVASIONE FRANCESE I LIBERI SENSI CITTADINI L’ULTIMO GIORNO DI VENEZIA REPUBBLICA” – APRILE 1797

Dott. Maurizio Bonciarelli

Napoleone e la politica come nuova religione civile – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Napoleone e la politica come nuova religione civile – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Riportiamo l’intervista condotta al prof. Andrea Caspani, già docente di storia e filosofia e dirigente scolastico, e direttore della rivista Linea Tempo. Itinerari di ricerca storica e letteraria (www.lineatempo.eu). Ha svolto per vari anni il coordinamento del tirocinio e il laboratorio di didattica della storia per le SSIS. Ha pubblicato vari studi di didattica della storia e di storia moderna e contemporanea, fra cui Memoria storica e insegnamento della storia (2003); La storia italiana: una questione d’identità (2005), Storie scelte. Elementi e pratiche di una didattica della storia (2008) L’Italia di Manzoni (2011), La prima follia mondiale chiamata guerra (2014). Ha curato la mostra storica del Meeting di Rimini: Testimoni della verità nell’Italia in guerra. La resistenza cancellata (2007). Cogliamo l’occasione del bicentenario della morte di Napoleone per riflettere su questa figura, soprattutto in un’ottica didattica.

Ci fu un Napoleone giovane generale liberatore ed esportatore della Rivoluzione francese, ma anche un comandante militare che ha occupato e depredato i territori conquistati. Forse la prima cosa che colpisce quando si studia Napoleone è la complessità della sua figura, motivo per cui è difficile coglierlo con un giudizio troppo semplificatorio. Quali sono gli aspetti principali della sua vicenda?

È proprio vero che Napoleone è una figura complessa, basti pensare a come lo ha descritto il Manzoni quando si chiese se “fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”. Voglio dire che è una figura che ha degli aspetti che affascinano e altri aspetti che fanno dubitare della sua grandezza; però, quello che a mio avviso è fondamentale è che Napoleone è una figura fondamentale per il successo della Rivoluzione francese: senza di lui, anche se la storia non si fa con i se, la Rivoluzione francese non avrebbe avuto quel valore di svolta della storia europea, e non solo, che invece ha avuto. Non dimentichiamo, infatti, che Napoleone comincia ad assumere un ruolo significativo quando i momenti più tipici della Rivoluzione francese, e cioè l’89, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, l’esecuzione del re, il Terrore sono già realizzati. Lui in quel tempo era un giovane di belle speranze, il suo momento di svolta sul piano militare e anche politico è nel ‘93 quando Barras gli chiede di impedire un colpo di Stato monarchico e lui lo fa con grande risolutezza, e poi da lì comincia la sua ascesa, gli sarà affidato il comando dell’armata d’Italia, e comincerà il cammino di giovane liberatore, ma – come sappiamo bene noi italiani – anche di saccheggiatore dei beni artistici italiani. Ma per restare sul tema della complessità, mi viene da dire che la stessa formazione di Napoleone è stata per così dire complessa. Lui è figlio di patrioti corsi che erano stati al seguito di Pasquale Paoli, il grande patriota e fondatore della Repubblica corsa, che era stata consegnata dai genovesi ai francesi per l’impossibilità di reprimere l’insurrezione del popolo corso. Grazie al padre che era abile sul piano “diplomatico” e che dopo la sconfitta di Paoli aveva cercato di ingraziarsi i nuovi padroni francesi, era stato mandato in Francia a studiare nelle scuole militari, ma nell’animo restava fondamentalmente un patriota corso, quindi ha l’ideale della nazione che ha un fondamento religioso (non a caso Pasquale Paoli era religioso), ma che è anche un ideale tipicamente illuministico, ed è questa mediazione dell’illuminismo che permette a Napoleone di appassionarsi progressivamente agli ideali della Rivoluzione francese, che in un primo momento lui ritiene compatibili con la libertà della sua patria corsa. Infatti, subito dopo la fase liberale della Rivoluzione, nel 1790 Pasquale Paoli ritorna trionfalmente in Corsica e si mette a governarla in nome dei nuovi ideali, e per Napoleone la piccola patria e la grande patria sembrano componibili. Il momento della svolta emerge nell’epoca del Terrore con lo scontro tra Pasquale Paoli e i giacobini, perché Paoli non vuole arrivare alla scristianizzazione e a rompere i legami con la tradizione e con le libertà e le autonomie. Le libertà e le autonomie sono una prospettiva diversa dal concetto di libertà della Rivoluzione francese. E’ in questo contesto che Napoleone e la sua famiglia scelgono la Francia, per cui Napoleone torna in Francia e diventa l’ufficiale che comanda l’artiglieria francese nell’assedio di Tolone e contribuisce a riconquistare Tolone, dove c’erano i monarchici e gli inglesi, e questo è un po’ l’inizio della sua carriera politico-militare. 

Il punto decisivo concettualmente è questo: quello che fa sì che Napoleone abbandoni il riferimento alla piccola patria corsa è l’idea della centralità della politica (e della conquista del potere) per dare senso alla vita nella sua globalità, cioè che nella realtà terrena gli ordinamenti politici non possono essere legati a qualche riferimento di tipo religioso oppure naturalistico, ma sono il regno dell’umano, ovvero libera creazione razionale dell’uomo che, nella misura in cui segue la fiaccola “umanistica” degli ideali illuministici, Liberté Égalité Fraternité, impegnandosi a realizzare la volontà generale del popolo, evita ogni scivolamento nel nichilismo e mostra come la politica sia più grande della religione nella sua pretesa di trasformare il mondo e l’uomo. Napoleone si rende conto che la Rivoluzione non può essere semplicemente affermazione di ideali e politica del Terrore verso chi non è rivoluzionario, ma che occorre operare una netta cesura con il passato per operare una decisa riorganizzazione dell’intera vita sociale, capace di mostrare che i principi rivoluzionari sono in grado di realizzare una nuova qualità di vita per i popoli che seguiranno questa strada.

Questa prospettiva segna un po’ tutta la prima fase della sua carriera, quella appunto da Tolone alla repressione dei monarchici, a Parigi, alla Campagna d’Italia del ‘96/’97, fino alla campagna d’Egitto. Però negli stessi anni si rende conto che se la Rivoluzione francese consiste solo nell’imporre con le armi nuovi principi di libertà non può avere un successo duraturo (perché il criterio della verità politica è il successo) e allora comincia a considerare quanto e come del passato sia necessario ricomprendere all’interno della nuova visione. 

Questo secondo me caratterizza tutta la sua seconda fase, cioè quella dal colpo di Stato del 1799 all’inizio della pacificazione con la Chiesa, all’instaurazione dell’Impero fino al matrimonio con Maria Luisa d’Asburgo del 1810. Questa seconda fase è interessantissima, infatti, non a caso, è stato accusato di cesarismo, di aver tradito gli ideali della Rivoluzione francese, ecc.; in realtà lui ha inglobato caratteristiche dei sistemi passati in una nuova cornice, ad esempio ricrea una nobiltà, perché per costituire il nuovo soggetto politico, lo Stato rivoluzionario, occorre individuare dei quadri qualificati, ma ora è una nobiltà del merito rivoluzionario.

Allo stesso modo trasforma l’esercito da guardiano della Rivoluzione ad ascensore sociale, perché se il fondamento della sovranità è la nazione in armi allora chi è in grado di comandare uomini e vincere battaglie è anche in grado di collaborare a costruire la politica di potenza della Francia rivoluzionaria.

Allo stesso modo si comporta nel riorganizzare amministrativamente il paese, nel ristabilire la pace religiosa e soprattutto nell’elaborare i nuovi principi giuridici che dovranno guidare tutti gli aspetti della rinnovata vita sociale (la riforma del Codice civile è un’opera che ha lasciato il seme dei principi rivoluzionari nelle legislazioni europee di tutto l’Ottocento).In tutte queste riforme Napoleone è assolutamente realista nel senso pieno della parola, cioè capisce che se la politica deve essere il regnum hominis deve governare tutto in modo ragionevole, e infatti non è un caso che dagli inizi dell’Ottocento ristrutturi l’organizzazione complessiva del paese.

Secondo lei quando si parla di Napoleone non si corre il rischio di soffermarsi comprensibilmente solo sull’individuo, trascurando il fatto che se ha potuto fare quello che ha fatto, è perché godeva anche dell’appoggio della borghesia e aveva dalla sua parte l’esercito?

Certamente conta il carattere di Napoleone, risoluto, abile, opportunista, ma conta anche il fatto che ha saputo interpretare lo spirito del tempo. Questo ci aiuta anche a capire perché Hegel stesso descrisse il suo ingresso a Jena con quelle famose parole “Ho visto lo spirito del mondo a cavallo”. Hegel aveva colto che Napoleone rappresentava lo spirito del tempo, nel senso che è colui che capisce che si può consolidare la Rivoluzione soltanto se i nuovi principi diventano non tanto dei riferimenti simbolici, come per esempio era stato il cambio del calendario o addirittura il tentativo di instaurare un nuovo culto religioso, quanto forma concreta della vita; allora è più importante riorganizzare i dipartimenti, stabilire la certezza del diritto secondo i nuovi principi, (che non sono totalmente rivoluzionari perché si conferma per esempio la predominanza del ruolo maschile nel matrimonio, ma al contempo si sancisce la possibilità del divorzio, cosa che in una visione da Ancien Regime non sarebbe mai stata possibile) in modo da rendere definitive alcune conquiste della Rivoluzione, come quando si stabilisce in modo netto la centralità e le caratteristiche della proprietà privata; permettendo a tutta una generazione che ha partecipato con entusiasmo alla Rivoluzione francese di essere sicuri che nessun ritorno ai privilegi nobiliari sui beni e sulle terre sarà più possibile.

Ecco in questo Napoleone è moderno, in quanto ha capito che cambiare le leggi contribuisce a cambiare la mentalità, perché la legge applicata fa cambiare nell’arco di una generazione il modo di pensare ad una realtà, non è l’enunciazione (anche ben argomentata) di un principio filosofico astratto a favorire il cambiamento progressivo della mentalità.

Non è quindi un caso che nella sua riforma scolastica e universitaria avrà un ruolo infimo la filosofia, perché non c’è più bisogno di pensare, ora c’è bisogno di agire, di organizzare e costruire (quindi incrementa lo studio delle materie scientifiche e tecniche).

E per organizzare uno Stato di nuovo tipo occorre che tutti i gangli rispondano efficacemente alle indicazioni del centro, da qui quel modello centralistico dell’amministrazione dei dipartimenti francesi, che verrà applicato come modello a tutte le regioni d’Europa che verranno conquistate e che lascerà un segno duraturo nell’ordinamento di molti paesi.

L’idea di uno Stato centralista efficiente dove si fa carriera secondo le capacità e non secondo la nascita o il privilegio sarà apprezzatissima dalla borghesia francese che ha appoggiato fin dall’inizio la Rivoluzione francese, perché c’è una cesura netta con il passato.

Ma Napoleone ha avuto il consenso anche da parte del popolo, perché per lui il popolo è la nazione in armi e la nazione deve essere vittoriosa (non dimentichiamo che il successo è la verifica della verità in un contesto in cui la politica è tutto), ma il successo va conquistato con la propria libera iniziativa e l’utilizzo consapevole delle proprie capacità.

Da questo punto di vista ciascuno, qualunque fosse la sua origine, poteva mostrare nei fatti a Napoleone le proprie capacità funzionali al successo dello Stato e insieme al proprio avanzamento sociale, come ci ricorda il famoso motto di Napoleone: “nello zaino di ogni soldato c’è un bastone da maresciallo”, e infatti molti suoi generali sono persone che si sono fatte dal nulla. 

La grandezza militare di Napoleone non risiede infatti solo nella sua visione innovativa della strategia e nell’acume personale sul campo, ma anche nella capacità di scegliere gli uomini; ha dimostrato così nei fatti che si può per certi versi piegare il destino, ovvero che il compiersi del destino è nelle nostre mani. Questo ci porta a riflettere sulla sua posizione religiosa: non è ateo, semmai ha una visione religiosa per cui Dio c’è, ma non c’entra più di tanto nella vita terrena, lo dimostra il famoso esempio dell’incoronazione imperiale nel 1804, quando prende dalle mani del pontefice la corona e se la pone da solo sulla testa; in qualche modo tutti i poteri diversi dalla politica non vengono cancellati, ma devono subordinarsi alla volontà dell’uomo di costruire il regnum hominis (un atteggiamento diverso e più rispettoso verso la religione Napoleone lo mostrerà negli anni dell’esilio, ma non dimentichiamo che anche qui gioca il criterio del successo, ora è un vinto e il Signore ha avuto più successo di lui!).

Il suo tentativo di instaurare un regnum hominis basato su un’applicazione ragionevole dei principi rivoluzionari è confermato dal fatto che, salvo qualche caso in cui si è comportato come dittatore senza scrupoli, è stato capace di trattare in modo dignitoso anche gli sconfitti: non è un caso per esempio che, giunto al culmine della sua epopea, lui pensi di instaurare un nuovo sistema europeo che abbia al centro la Francia, sposando la figlia dell’imperatore d’Austria, anche se ormai l’imperatore d’Austria non è più l’imperatore del Sacro Romano Impero, per segnalare che il vecchio sistema europeo è finito, ma che nel “nuovo sistema” c’è spazio per tutti, purché si accetti il principio che la politica diventi la nuova religione civile. 

La volontà generale che guida la politica è rappresentata da chi la interpreta: finché c’è lui, e finché lui vince, è lui l’interprete del popolo francese, e non solo francese, ma anche di tutti quelli che sostengono la rivoluzione, e questo spiega il successo che ha avuto in tante parti dell’Europa; anche quando parte per la famosa Campagna di Russia sono tanti gli italiani che partono volontari, è vero che l’Italia era sotto il controllo napoleonico, però è anche vero che molti sono partiti proprio credendo in lui, e questo documenta quanto la sua prospettiva fosse affascinante.

Naturalmente oggi siamo consapevoli che Napoleone era portatore di un ideale astratto di rivoluzione politica,  perché sappiamo che col crescere dell’egemonia napoleonica sull’Europa è cresciuto un movimento che riteneva parziali e astratti gli ideali della Rivoluzione, un movimento che culturalmente possiamo definire romantico, e che politicamente è stato il movimento del risveglio delle nazioni, non a caso la battaglia decisiva che conclude l’epica napoleonica non è stata una battaglia della disastrosa campagna di Russia, ma la battaglia di Lipsia del 1813, che è chiamata anche la battaglia delle Nazioni contro Napoleone.

In questo senso l’ultimo tentativo politico di Napoleone (i famosi “cento giorni”) sarà un tentativo di riverniciare la sua prospettiva politica a partire dall’ideale della libertà della nazione francese, ma, come ben sappiamo, ormai la sua parabola era finita.

Nonostante la complessità della figura prima richiamata, è opportuno secondo lei dare un giudizio, o bisognerebbe evitare di sovrapporre interpretazioni morali che leggano anacronisticamente uomini e fatti del passato?

Questa è una domanda di metodo: lo storico innanzitutto è chiamato a comprendere il dinamismo della realtà e a capire il senso di una svolta che accade in un determinato periodo storico, non è chiamato a giudicare moralmente in prima battuta il personaggio, il partito o il movimento che è da studiare. In questo senso uno storico vero può studiare senza pregiudizio anche un personaggio o movimento come Hitler o i nazisti e dire che hanno svolto un importante ruolo storico; a maggior ragione questo vale per Napoleone, che sicuramente non è paragonabile alla ferocia e alla disumanità di Hitler. 

Se inquadriamo Napoleone nel suo contesto occorre riconoscere che ha dato una notevole svolta alla storia moderna, anche se, guardando alla sua prospettiva da un punto di vista globale, possiamo affermare che prevalgano le criticità sugli elementi positivi. 

La storia è sempre un’avventura dell’uomo alla ricerca del significato della vita nella realtà terrena: concezioni come quella della cancel culture del passato in nome degli ideali politically correct attuali, non sono concezioni storiche, sono concezioni ideologiche, che finiranno quando finirà il politically correct

Guardando l’epoca rivoluzionaria dal punto di vista storico si può dire che Napoleone è stato un punto di svolta della storia moderna e contemporanea, perché ha inaugurato un periodo storico centrato sull’idea della rivoluzione, ovvero che la politica è la nuova visione inglobante del mondo e questo ha segnato un’epoca che secondo alcuni studiosi arriva fino al 1989, ovvero l’epoca in cui la politica è tutto, sia che al centro ci sia la politica giacobina o i nazionalismi o invece la politica comunista o fascista o nazista. Da questo punto di vista è stato molto interessante il lavoro di François Furet, che è partito individuando i punti deboli dell’interpretazione marxista della Rivoluzione francese, per sviluppare un’interpretazione originale e acuta della visione “politicista” della Rivoluzione.

Tra le opere che ci ha lasciato, alcune sono interessanti anche per capire in modo sintetico la figura di Napoleone: ad es. il Dizionario critico della Rivoluzione francese dedica spazio all’età napoleonica e alla figura stessa di Napoleone.Furet mette poi in luce nel libro Il passato di un’illusione che c’è un parallelismo tra la concezione di Rivoluzione della Rivoluzione francese e quella della Rivoluzione bolscevica, che ha caratterizzato, come ci ricorda Eric Hobsbawm, il secolo breve che è appena terminato. Quindi è veramente interessante notare come Napoleone sia all’origine di un ciclo storico che mette la politica al centro di tutto. Alla luce di questo, per capire Napoleone sono più utili libri come quello di Furet piuttosto che le varie biografie su di lui, che magari indugiano molto sui particolari, come gli amori che ha avuto, che però non sono decisivi.

C’è qualche altro personaggio della storia a cui si sentirebbe di accostare Napoleone?

Non solo per le sue grandi capacità militari ma anche per le intuizioni politiche che hanno condizionato il periodo storico a lui successivo, Napoleone si dice tradizionalmente che vada messo a confronto con altri due personaggi che hanno fatto compiere grandi svolte alla storia, Alessandro Magno e Cesare. C’è qualcosa di vero in questo parallelismo se teniamo il confronto sul piano dell’analogia, perché sicuramente le concezioni del senso della storia dei tre erano molto diverse. Però è vero che Alessandro Magno cambia il senso della storia greca e così Giulio Cesare con la storia romana. Sono state svolte storiche globali perché non hanno riguardato solo una serie di conquiste, ma anche un modo di concepire la politica, lo stato, il potere, che diventano diversi da quel momento in poi. Costoro sono tra gli individui cosmico-storici di Hegel, e in questo senso Hegel era davvero attento alla dimensione storica, anche se noi poi possiamo criticare la sua interpretazione filosofica immanentistica della storia, ed è la dimostrazione di quello che dice anche Augusto Del Noce, che occorre fare un’interpretazione transpolitica della storia, cioè bisogna leggerla in profondità, al di là dei particolari e dei dettagli, individuando i punti di svolta della storia e mettendo a confronto gli ideali.

Quale potrebbe essere un’indicazione didattica utile per chi deve insegnare Napoleone nella scuola secondaria?

Sul piano didattico punterei molto sul fatto che la storia è fatta dagli uomini e non dalle strutture, quindi una figura come quella di Napoleone metodologicamente è utile da approfondire. E’ importante poi riuscire a collegare la sua figura con la problematica culturale e politica del periodo, piuttosto che approfondire la dimensione militare del suo Impero.

Certamente Napoleone fu un genio militare, ma questi aspetti vanno ridotti all’essenziale, perché il focus è mostrare come lui ha interpretato il suo tempo e cercato di guidare la storia in quel periodo.

Un’ultima indicazione didattica: potrebbe essere interessante, mentre si sviluppa la storia del progetto napoleonico, fare un flash con la storia d’Italia, perché nel 1796, quando arriva in Italia invitando a realizzare delle repubbliche sorelle di quella francese, innesta per certi versi l’idea dell’unità d’Italia. Ma Vincenzo Cuoco, che è stato un patriota filofrancese, e che ha vissuto in diretta il fallimento della Repubblica partenopea, perché il popolo dell’Italia meridionale ha preferito seguire gli Insorgenti e tornare sotto i Borboni piuttosto che restare sotto i liberatori francesi, studiando i motivi del fallimento del progetto di “liberazione” rivoluzionario, comunica al giovane Manzoni l’idea che le rivoluzioni imposte ai popoli non possono funzionare e che le vere rivoluzioni possono realizzarsi solo riscoprendo le proprie tradizioni e virtualità: nasce da questi dialoghi l’ideale del Risorgimento italiano, che è quindi una visione ben diversa da quella della Rivoluzione francese. Ricordo a questo proposito il saggio del Manzoni La Rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. Osservazioni comparative, che dice che quella francese è una rivoluzione sbagliata perché fondata su principi astratti, mentre quella italiana è una rivoluzione positiva proprio perché vuole realizzare una realtà che già era insita nel popolo. L’Italia infatti è «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor»; perciò il compito è quello di ritrovare l’indipendenza in nome dei valori tradizionali, ecco il senso dell’idea del Risorgimento.

Didatticamente diventa perciò interessante svolgere prima la Rivoluzione francese e il progetto napoleonico e poi mostrare come già in radice l’idea del Risorgimento italiano fosse diversa.

Alessandro Cortese

Dante Filosofo – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Dante Filosofo – (Newsletter n.9 aprile 2021)

     In occasione del centenario della morte di Dante, un secolo fa Benedetto Croce scrisse il saggio Poesia e non poesia in Dante, sostenendo che accanto a brani lirici di imponente grandezza (Farinata degli Uberti, il conte Ugolino, Ulisse ecc.) il resto del poema si potesse considerare tessuto connettivo con divagazioni filosofiche e teologiche del tutto obsolete. Il saggio era funzionale alla concezione estetica del Croce, ma non coglieva l’essenza della concezione dantesca. La sua Commedia è una solida architettura di idee che ha operato la sintesi tra la cultura classica e il mondo cristiano.

La struttura presenta un canto di introduzione e tre cantiche di trentatre canti ciascuna racchiusi in rigorosa terza rima. Compaiono centinaia di personaggi che con la loro storia personale soddisfano la fame di conoscenza del poeta e qualche volta vengono incontro al suo desiderio di vendetta. Il poema è una cattedrale di idee, folto di statue, ma senza nascondere la rigorosa architettura gotica sottostante, lo stile architettonico più innovativo rispetto all’antichità classica.

     Dante è vissuto nel XIII secolo, per certi aspetti il più glorioso della cultura italiana. Il secolo inizia con san Francesco, un uomo moderno nel senso che somiglia più a noi che agli uomini dell’età classica. È il primo che si accorge del paesaggio, degli animali, della realtà che lo circonda, dove tutte le cose proclamano di non essersi fatte da sé, perché le ha fatte un altro, Dio, che perciò merita ogni attenzione. La notizia più importante è che Dio si è fatto uomo per condurre l’uomo a Dio. Il presepio di Greccio aveva il valore di una testimonianza totale: rievocare il Natale come era avvenuto la prima volta a Nazaret in Palestina.

     Il secolo prosegue con san Tommaso d’Aquino, l’intellettuale più rigoroso che viene conquistato dal realismo di Aristotele. In quel momento, specialmente a Parigi, di Aristotele si apprezzava la logica e la filosofia della natura. Tommaso e il suo maestro Alberto Magno sono convinti che la grandezza di Aristotele vada cercata soprattutto nella metafisica e nell’etica in grado di umanizzare gli usi e costumi ereditati dalla società germanica.

     Dante crebbe in una Firenze dominata dalla fazione dei Guelfi: Federico II era morto nel 1250 e il figlio Manfredi nel 1266, nel corso della battaglia di Benevento che cancellava la rotta dei Guelfi avvenuta a Montaperti nel 1260, quando fu solamente Farinata degli Uberti a impedire che Firenze venisse rasa al suolo. Il partito dei Guelfi era dominato dall’affarismo più scatenato. Uniche oasi concesse alla cultura erano gli Studia generalia dei Domenicani a Santa Maria Novella e dei Francescani a Santa Croce dove venivano discusse le tesi di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura mediante lezioni aperte al pubblico e frequentate anche da Dante. Questi apparteneva a una famiglia che possedeva due poderi, ma vantava la presenza di un trisavolo cavaliere, Cacciaguida e perciò in qualche misura aristocratica, perché non amava i “súbiti guadagni” di chi “Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene”.

     Dante è essenzialmente un autodidatta. Certamente ci furono alcuni soggiorni di studio a Verona nei primi anni dopo l’esilio, dove poté esaminare i codici della biblioteca capitolare e a Bologna, sede della più famosa facoltà di diritto civile. In Firenze, il personaggio più in vista era Guido Cavalcanti che aveva fama di filosofo. Dante sentiva che la sua posizione era tra gli aristocratici, coloro che in guerra andavano a cavallo, mentre in tempo di pace poteva partecipare ai tornei letterari suscitati dall’entusiasmo per il “dolce stil nuovo” che aveva eclissato la fama della scuola poetica siciliana. Il frutto maturo di questa stagione è la Vita nuova, il mirabile libretto in versi e in prosa che fece di Dante il più promettente letterato della città.

     Col nuovo secolo, Dante si impegnò anche in politica, ma il suo insuccesso fu completo. Assistette allo scontro delle fazioni interne ai Guelfi, ossia tra Bianchi e Neri, i partiti che facevano capo ai Cerchi e ai Donati. Dante non apparteneva al partito dei Donati che risultarono vincitori. Essi si affrettarono a imbastire un processo per baratteria terminato con la condanna a morte di Dante che per due mesi aveva esercitato la carica di priore. Il poeta si trovava fuori di Firenze e vi rimase per il resto della vita. I fuorusciti Bianchi tentarono per qualche anno di radunare un esercito formato dai feudatari del Casentino, ma senza successo. Dante, deluso dalla politica, decise di “far parte per se stesso”, conquistato da un progetto filosofico. Gli uomini sarebbero sempre rimasti fuorviati se non partecipavano a un convivio di sapienza che li scampasse dall’errore. Iniziò il progetto del Convivio che doveva essere un trattato in lingua volgare composto di quattordici canzoni, ciascuna seguita da commento, più un trattato introduttivo. Dopo quattro canzoni il progetto si interruppe. Si deve supporre  che Dante sia rimasto folgorato dal progetto della Commedia, un poema a cui avrebbero posto mano “e cielo e terra” per spiegare a tutti in lingua volgare, ma con l’allettamento del verso, la filosofia di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura, in grado di ricondurre Chiesa e Impero nel proprio ordine razionale, assicurando agli uomini la pace e la felicità. Sembra che i primi sette canti dell’Inferno siano stati composti intorno al 1304 e i critici ritengono che siano canti tipicamente fiorentini.

     Dante scriveva un ottimo latino che impiegò per il De vulgari eloquentia e per il De monarchia, ma non era un umanista alla maniera del Petrarca che cercava la gloria con la poesia latina.

Dante perciò è poeta-filosofo perché si propone di rendere accessibile la conoscenza della filosofia esposta in latino da san Tommaso anche a coloro che non conoscono quella lingua. Gli episodi lirici della Commedia hanno il compito di attirare mediante drammatizzazione l’attenzione del lettore, ma perché accolga la conclusione filosofica e teologica del problema affrontato.

Se chi legge la Commedia fosse serio, al termine della lettura del poema dovrebbe apparire una persona trasformata in radice. Proverebbe ripugnanza di appartenere al gruppo degli ignavi che non scelgono né il bene né il male, finendo come “color che non fur mai vivi”, rifiutati anche dall’Inferno. Inoltre il sapiente lettore saprebbe che nell’Inferno i dannati sono divisi secondo il loro peccato più grave. Si può peccare per debolezza, per malizia o per matta bestialità. Nello stesso girone vengono condannati alla medesima pena coloro che hanno mancato gravemente contro una virtù. Infatti, la virtù è come il culmine tra due bassi avvallamenti occupati dai vizi per eccesso e per difetto. Ad esempio, il coraggio è il culmine tra la codardia di chi teme anche la propria ombra e la temerarietà di chi presume di sé e si espone per spavalderia a pericoli inutili. La pena segna il contrappasso rispetto alla colpa: i golosi che in vita si sono dedicati alla scoperta di sapori sottili e rari, trascurando la sobrietà del cibo e della bevanda, sono condannati a vivere in “grandine grossa, acqua tinta e neve/ per l’aere tenebroso si riversa; / putre la terra che questo riceve” (Inf. VI, 10-12).

     Forse è bene capirsi. Da due millenni e mezzo c’è l’accordo, e non solamente in occidente, che un uomo vale per le qualità possedute. Ne esistono quattro –prudenza, giustizia, fortezza, temperanza- che risultano fondamentali perché ogni altra qualità umana si può ascrivere come parte potenziale a una di quelle citate. Tali virtù si acquistano con la costante ripetizione degli atti corrispondenti e si perdono con la loro omissione. Non può essere considerato virtuoso un uomo carente in modo grave anche di una sola delle virtù indicate.

Alasdair McIntyre con un libro divenuto famoso, Dopo la virtù, dimostrò che non esiste una fondazione filosofica della morale più valida di quella presente nell’Etica nicomachea di Aristotele.

Dante è vissuto in una città dilaniata dai contrasti tra partiti guidati da famiglie rivali, ha assistito all’incendio delle case dei nemici politici, alla loro cacciata in esilio, ai loro tentativi di rientrare alla testa di un esercito che a sua volta avrebbe cacciato dalla città i perdenti di oggi. In termini monetari si potrebbe affermare che le spese di guerra, notoriamente improduttive, erano infinitamente superiori ai profitti che si potevano sperare e perciò risultava spaventosa la condizione della Romagna “che non è mai sanza guerra nel cuor dei suoi tiranni”. La geografia dell’Inferno, con la presentazione icastica dei dannati sottoposti alla legge del contrappasso diventa la più splendida dimostrazione della verità della filosofia di san Tommaso d’Aquino, divenuto il più grande interprete di Aristotele.

    Il Purgatorio è un’esigenza di ragione: se in Paradiso si entra solamente quando i conti con la giustizia sono stati pareggiati, occorre il soggiorno in un luogo di purificazione che renda ciascuno “puro e disposto a salire alle stelle”. I personaggi qui incontrati da Dante e Virgilio rivelano il rimpianto del tempo perduto per non aver aderito a un programma razionale di vita. Ora si trovano a dover ascendere la montagna dalle sette balze, ossia la purificazione dalle scorie del peccato. Incantevole l’episodio di Casella il cui amoroso canto fa dimenticare per un poco alle anime di “ire a farsi belle”, sollecitate dal rimprovero di Catone: “Che è ciò, spiriti lenti?/ qual negligenza, quale stare è questo?/ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio/ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto/: nel corso della vita terrena solamente l’arte è in grado di consolare e riempire la vita di un uomo. 

     Virgilio conduce Dante fino al culmine della montagna, metafora della ragione che conduce ogni uomo ad ammettere la possibilità dell’esistenza di Dio. Dante con ogni probabilità poté riflettere sull’affermazione di san Tommaso d’Aquino che non si deve credere per fede ciò che si può comprendere facendo uso della ragione. Esiste perciò la teologia che è lo sforzo della ragione umana per introdursi nel mistero divino reso manifesto dalla fede, che a sua volta risulta dalla piena adesione dell’uomo alla rivelazione divina. Dante perciò affronta il giudizio circa le tre virtù teologali di fede, speranza e carità. Superato l’esame può entrare nel Paradiso e salire fino all’Empireo passando attraverso il cielo della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove e di Saturno. Infine, preceduto dalla supplica di san Bernardo di Chiaravalle alla Vergine, viene ammesso all’ultima visione, a contemplare il mistero della Trinità.     

La grandezza di Dante filosofo e d’aver rispettato i campi di competenza altrui: egli considera come il suo peggior nemico Bonifacio VIII, ma ne contesta solamente le scelte politiche che non condivide, senza rifiutare la religione del papa inventandone una nuova. Quando Enrico VII accenna a rivendicare i diritti del Sacro Romano Impero, Dante si pone immediatamente al suo seguito indicando quali sono i diritti dell’Impero. L’Imperatore ha ricevuto direttamente da Dio il potere e deve provvedere al bene della pace superiore ad ogni altro per la vita dei cittadini. Papa e Imperatore hanno il compito di assicurare a ciascun uomo, il primo la vita eterna e il secondo la felicità sulla terra. Perciò Papa e Imperatore devono collaborare, essendo ciascuno autonomo nel proprio ambito di competenza. Nella realtà le cose andarono diversamente. Enrico VII venne in Italia, alcuni comuni lo rifiutarono, il papa si trovava ad Avignone e non andò a Roma per l’incoronazione, mentre vi andò Roberto d’Angiò re di Napoli per impedire ad Enrico VII di rafforzarsi in Italia. Infine l’imperatore morì nei pressi di Siena lasciando ogni cosa più confusa di prima. Dante perdette definitivamente la possibilità di ritornare a Firenze, dovette “salire e scendere per l’altrui scale” imparando “quanto sa di sale il pane” così ottenuto. Trovò rifugio presso Can Grande della Scala a Verona e da ultimo a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, dove concluse la redazione del Paradiso.

Prof. Alberto Torresani

A scuola con Dante – (Newsletter n.9 aprile 2021)

A scuola con Dante – (Newsletter n.9 aprile 2021)

Nel 2021 ricorre il VII centenario della morte di Dante Alighieri, il sommo Poeta che più di tutti ha “sdoganato” la lingua italiana e ha consegnato ai posteri uno dei più grandi capolavori dell’intelletto umano.

Uomo del suo tempo, pienamente inserito nella realtà sociale, politica e culturale del Medioevo, Dante si è tuttavia fatto interprete delle immortali aspirazioni del cuore e della mente dell’uomo.

Prof. Rizzi, sappiamo che lei utilizza molto – e con grande profitto – la Divina Commedia nelle sue lezioni con alunni della scuola secondaria di I grado. Come riesce ad entusiasmare i ragazzi del III millennio all’opera dantesca, così lontana dai loro riferimenti culturali?

«Nel mezzo del cammin di nostra vita…» sembra un incipit rivolto primariamente a persone già ricche di esperienze e con anni alle spalle, ma Dante voleva essere davvero così “esclusivo” o avrebbe avuto il piacere di sapere che il suo testo interpella e coinvolge anche i più giovani o addirittura i giovanissimi? Effettivamente quest’anno con i ragazzi di una seconda secondaria abbiamo intrapreso il viaggio che Dante ha inaugurato e di cui si propone come guida: per me è stata la prima volta che mi capitava di provare a rendere destinatari della “Divina Commedia” dei ragazzi di dodici anni. Indubbiamente all’inizio dell’anno, durante il periodo delle “fatidiche” programmazioni, avevo qualche dubbio su come potesse essere recepito e accolto questo testo, cioè sulla possibilità per ragazzi della scuola secondaria di primo grado di avere gli strumenti e le capacità per, non solo comprendere, ma anche apprezzare – e magari anche entusiasmarsi – per le terzine più famose della letteratura italiana. L’opportunità e l’efficacia della proposta, mi sono detto, passerà inevitabilmente dalla capacità di intercettare un loro interesse, una loro domanda o semplicemente una loro curiosità. Dante può rappresentare un punto di attrazione per i giovanissimi oppure come i tanti oggetti “culturali” (musei, mostre, conferenze, ecc.) alle loro orecchie il solo nome o la sola proposta produce un immediato calo dell’interesse e un crollo, quasi spontaneo, della loro attenzione? Tanti sono gli elementi che potrebbero scoraggiare quest’occasione che abbiamo scelto di perseguire quest’anno: l’ostacolo linguistico, la non immediatezza di alcuni temi trattati, la difficoltà oggettiva di alcuni contenuti, la lontananza storica, culturale delle vicende narrate, ecc. A ciò si deve aggiungere il fatto che parlare oggi a un ragazzo di seconda media di poesia significa, di fatto, perdere il contatto comunicativo: come iniziare a parlare in un’altra lingua, oscura e incomprensibile, e per giunta di scarso interesse. La poesia – queste sono le percezioni emerse più volte dai ragazzi – è lenta, “faticosa”, noiosa e i poeti sono inutilmente complessi, orgogliosi dei loro giochi di parole e completamente ripiegati su una sorta di sentimentalismo vuoto ed emotivo, un inno soggettivo e melanconico di un malessere di cui, sinceramente, se ne può fare anche a meno. MA – e questo ma vuole richiamare quello che spiega il motivo per cui Dante ha desiderato raccontarci il suo viaggio, forse il “ma” più importante della letteratura italiana: «MA per trattare del ben ch’i vi trovai, / dirò delle altre cose ch’i’ v’ho scorte» – i ragazzi a questa età sono appassionati di storie e sono avidi di esperienze. Storie, insomma, quelle in cui loro sguazzano quotidianamente e in cui sono totalmente immersi: i videogiochi ormai onnipresenti e che potrebbero essere considerati, a dirla grossa, i romanzi della nostra epoca; i social, con le “storie” di Instagram o i video di Youtube. Allora la domanda diventa: la storia di Dante può strappare dagli schermi la loro attenzione e accendere la loro curiosità? Come sempre, infatti, dipende dalle storie che si scelgono di raccontare: a me sembra che Dante abbia scritto “LA” storia che, se ben adattata, non può lasciare indifferenti. Adattamento: utilizziamo un testo in prosa con numerosi riferimenti alle terzine originali e, a volte, concedendoci il piacere di qualche episodio completo dall’”originale”. L’approccio narrativo, le storie dei singoli personaggi, i numerosissimi argomenti che scaturiscono dalla lettura sono gli ami che, una volta lanciati, prendono i ragazzi nella rete delle curiosità, delle domande, di un apprendimento che non nasce da un’imposizione esterna e si traduce solo in un mero accumulo di nozioni, ma una voglia di sapere che mi sembra possa essere considerata il vero obiettivo dello studio della letteratura. In più, aggiungerei il fatto che, sebbene oggettivamente alcuni contenuti siano difficili e distanti dalla loro esperienza quotidiana, il fatto di proporgli un testo “arduo”, di alzare un po’ l’asticella dell’ostacolo da saltare, ha prodotto una sorta di sfida rispetto alla quale i ragazzi di dodici anni – sì, anche quelli “di oggi” – non si sono tirati indietro. Anzi, in conclusione, direi che prenderli sul serio, trattarli da “grandi”, forse è proprio quello che cercano maggiormente e di cui hanno bisogno a questa età.

Quali sono i feedback che riceve dagli alunni durante e dopo le sue lezioni? Mi spiego meglio: riescono i contenuti dell’opera dantesca a “fare breccia” nelle menti e nei cuori dei suoi giovani allievi?

In un tema, nel quale ho chiesto loro di scrivere in merito a quale argomento avesse colto di più la loro attenzione, le “storie” che hanno generato più sorpresa (ma si potrebbe dire anche paura, commozione, ribellione, ecc.) sono state quelle degli Ignavi e quella del Conte Ugolino. Degli Ignavi colpisce come essi, non avendo scelto né il bene né il male, proprio per questo motivo, si trovino «a Dio spiacenti e a’ nemici sui», esclusi anche dall’Inferno. La prima volta che ho letto questo brano a ottobre sono stato letteralmente travolto da domande: moti di indignazione, domande esistenziali (“Non vado a Messa spesso né faccio nulla di male: perciò finirò in questo gruppo?”), considerazioni svariate sul perché e il percome Dante avesse fatto bene/male a creare questo specie di sottogruppo rigettato da tutti e punito in un modo così orribile e repellente. Anche durante il corso dell’anno questo episodio è stato uno di quelli che maggiormente ha “fatto breccia” ed è stato più volte richiamato all’attenzione e alla memoria. Per esempio in occasione del Dantedì a scuola abbiamo proposto alcune letture di Dante e il brano più scelto dai ragazzi è stato proprio questo. Molte altre vicende dell’Inferno hanno “fatto breccia”: Paolo e Francesca, Pier Delle Vigne, Ulisse, il Conte Ugolino e Lucifero. Indubbiamente l’Inferno è quello che ha attirato di più e che ha prodotto maggior curiosità. Ho percepito l’emozione sincera di alcuni ragazzi alla lettura del brano sul Conte Ugolino (un ragazzo è andato a Pisa in quei giorni e mi ha contattato online solo per dirmi che aveva visto la Torre della Fame), ho colto la curiosità di vari alunni nel vedere Dante mettere il suo maestro all’Inferno o nel vedere la forza con cui condanna uomini di Chiesa e alcuni papi. Seguire le storie dei personaggi, permettere loro di raccontarle e di riscriverle, chiedere la loro opinione: tutte modalità didattiche che sono servite a coinvolgerli e a mantenere vivo il contatto con il testo. Tre esempi concreti che hanno permesso di mantenere accesa la loro attenzione nel corso della lettura; potremmo intitolarli: “Trova la legge del contrappasso”, “Improvvisati un nuovo Dante”, “Leggi, rileggi e…impara a memoria”. La curiosità di vedere le pene dei dannati ha portato la stragrande maggioranza della classe a procedere in autonomia nella lettura per vedere la pena successiva: più di metà della classe aveva concluso la lettura dell’Inferno quando ancora in classe stavamo commentando le Malebolge. Scoprire la pena, saper spiegare il contrappasso, conoscere la struttura dell’Inferno (mi sono servito anche di qualche tavola e di qualche video), spiegare i diversi tipi di peccati, la loro tipologia e le loro caratteristiche, il “protagonista” di questo o di quell’episodio, sono stati gli elementi che hanno catturato la loro curiosità. Mi sono divertito molto nel leggere alcuni temi che gli ho assegnato in cui dovevano, per esempio, raccontare un certo episodio immedesimandosi in un personaggio dantesco oppure inventare una nuova pena per una categoria di peccatori contemporanea che a loro parere Dante avrebbe inserito nella Commedia se l’avesse scritta oggi. Vederli scrivere dei testi, tentando di mantenere il sapore dantesco, catalogando come traditori i cyber-bulli, condannando le slealtà quali le mormorazioni, le prese in giro o denunciando il razzismo…mi sembrano esempi significativi di come, sul modello di Dante, si possa prendere posizione rispetto ad alcuni comportamenti, la cui maggior consapevolezza li potrà aiutare nel mantenersene a distanza. Poi certo c’è stato anche chi si è divertito a descrivere le pene più crudeli per chi non studia o per coloro che non tifano una certa squadra, ma questo fa parte del gioco. Ho trovato molto utile, e mi sembra sia stato apprezzato, anche il fatto di imparare alcuni brani a memoria per poi recitarli: l’iscrizione sulla porta dell’Inferno, il discorso di Ulisse, la preghiera di san Bernardo…o addirittura un intero canto! Ho lanciato quest’ultima sfida durante la prima lezione e so che c’è qualcuno tra gli studenti che ci sta provando…vedremo nel prossimo mese

Quale reazione suscita l’aldilà in ragazzi abituati a una visione tutt’altro che trascendente, immersi costantemente nel presente?

Mi viene in mente una barzelletta in cui la maestra chiese alla classe chi tra gli studenti volesse andare all’Inferno: tutti gli alunni impauriti e timorosi rimasero al loro posto senza fiatare né alzarono la mano. Allora la maestra riprese: «Chi vuole andare in Paradiso?». Tutti nella classe risposero in fretta sbracciandosi e urlando uno sopra l’altro: «Io, io!». Solo Pierino non aveva mosso ciglio e non aveva alzato la mano a nessuna delle votazioni. La maestra preoccupata gli chiese: «Pierino, tu non vuoi andare in Paradiso?» e Pierino le rispose: «Per la verità, per ora, sto bene anche qua!» I ragazzi, nonostante le apparenze, pensano molto all’aldilà, e mi sembra che vadano presi sul serio, senza storielle o favolette che non accontentano più, non bastano alla loro età. Cercano spiegazioni, chiedono perché, vogliono, e a volte esigono, da genitori e professori o educatori in genere, la verità. Molti durante quest’età hanno già conosciuto la morte o la sofferenza perché magari hanno perso qualche persona cara: i nonni, una zia, il vicino di casa o un conoscente di famiglia per qualche incidente. Credo sia doveroso provare ad aiutarli a darsi delle risposte, sapendo che le domande sulla morte o sulle realtà ultime già le coltivano in modo vivo e personale. Credo che la Divina Commedia li possa aiutare a formarsi un pensiero, a riflettere sul bene e sul male, a mettersi in discussione: il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Ecco credo che Dante aiuti a non rimanere indifferente, a porsi domande, a non accontentarsi. Il problema della mancanza di trascendenza non è dentro gli alunni, ma è fuori di loro ed è così invadente questa sorta di appiattimento sull’oggi, sul possesso, sul “mio”, che penso che Dante possa solo essere un’occasione in più per ciascuno per alzare lo sguardo e gustarsi un po’ il panorama e cercare l’orizzonte. Viva Dante se riesce davvero a scuotere un po’ le rassicuranti, quanto ingannevoli, certezze della comodità e di un certo clima consumistico e egocentrico! Viva Dante se riesce a restituire un poco di interiorità e di capacità critica e di riflessione! Viva Dante se si generano discussioni e nascono occasioni di confronto su che cos’è il bene e che cos’è il male, su chi è l’uomo e chi è Dio. Direi che Dante può stimolare ad avere prospettiva, e non solo in una dimensione di fede, anzi direi che prima ancora incoraggia una riflessione a partire semplicemente da chi è l’uomo, da quali siano i suoi desideri e come questi si possano configurare in un orizzonte ampio di senso. I ragazzi di dodici anni frequentemente sono abituati a stare in superficie (spesso è la superficie di qualche schermo che diventa un filtro che può separarli o allontanarli irrimediabilmente dalla realtà stessa) e non sono abituati a scendere in profondità e a coltivare uno spirito riflessivo, tanto da diventare assuefatti o anestetizzati rispetto a ciò che li circonda. Sembrano indifferenti (solo sembrano!), ma bussando al cuore con la potenza del racconto di Dante credo che naturalmente si sentano scossi, messi in discussione, e diventino perciò attivi e partecipi: durante le lezioni molte volte, senza che io lo stimolassi, proiettavano ciò che leggevano sulla loro vita e molte volte sono venute fuori domande più esistenziali e cariche di significato. Direi che Dante incoraggia a guardarsi dentro e ciò è utile ad ogni età, particolarmente efficace in un’età in cui i ragazzi strutturano i primi “esperimenti” di pensiero critico e iniziano a prendere decisioni in autonomia.

Nella recente lettera apostolica Candor lucis aeternae, papa Francesco parla della vita di Dante come “paradigma della condizione umana”. È d’accordo con questa affermazione? 

Intanto mi ha fatto molto piacere costatare che anche Papa Francesco abbia dedicato attenzione all’anniversario dantesco. Sono convinto che lo stile “pastorale” di questo pontefice abbia intravisto in Dante un elemento di dialogo, un terreno fertile di semina e di confronto con l’uomo di oggi. Se è vero che la letteratura fa vivere le grandi storie in quanto esse sono espressione e simbolo dell’aspetto più profondo dell’umanità (e proprio perciò esse hanno la capacità di interrogare l’uomo di ogni epoca), allora credo che il Papa abbia desiderato, non solo unirsi ai cori di omaggio al Sommo Poeta, ma anche cogliere l’opportunità per incoraggiare l’uomo di oggi alla speranza cristiana. Lasciar parlare Dante attraverso la bellezza dei versi della Commedia perché essa “attrae” – un’altra parola chiave per Papa Francesco – e offre, allo stesso tempo, un cammino e una luce di speranza. Per dirla con Dostoevskij: «Lo conoscevi questo segreto? Ciò che fa paura è che la bellezza non sia soltanto spaventosa ma anche misteriosa. Qui il diavolo combatte con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo». La bellezza, anelata e cercata da ogni uomo, – come il bene e il buono – spalanca le porte alla gioia ed è Dante stesso a confermarcelo, quando ormai arrivato alla fine del suo viaggio nell’Aldilà, nella festosità della rosa dei beati, intravede la Madonna e La descrive con parole semplicissime ma dense di significato: «Vidi ridere una bellezza». Per me questa è la sintesi più potente per raffigurarci il Paradiso, l’esito finale del viaggio «da l’infima lacuna de l’universo» alla visione stessa di Dio, a cui Dante ci stimola a guardare e a cui il Papa ci incoraggia a fare affidamento con fiducia. “Siamo nati e non moriremo mai più”, è uno degli appunti di Chiara Corbella Petrillo, una giovane madre e sposa prossima alla beatificazione (consiglio la lettura della commovente biografia): è un’altra testimonianza forte e audace di chi ha già percorso questo cammino.

Daniele Marazzina

Laboratorio teatrale per le classi prime superiori – (Newsletter n.8 marzo 2021)

Laboratorio teatrale per le classi prime superiori – (Newsletter n.8 marzo 2021)

L’istituto superiore Alle Stimate, grazie alla collaborazione con il maestro e attore di teatro Ermanno Regattieri, ha avviato un percorso laboratoriale proposto ai ragazzi di prima superiore, allo scopo di potenziare la comunicazione verbale e corporea.

Il laboratorio, intitolato dal maestro Regattieri “Teatro e(è) comunicazione”, si è articolato in un ciclo di dieci appuntamenti mattutini, uno alla settimana e della durata di circa un’ora, e ha avvicinato gli studenti alla disciplina teatrale, partendo dalle basi di riscaldamento e rilassamento, per poi passare all’equilibrio, alla postura e al punto fisso teatrale.

L’obiettivo principale del corso è stato quello di mostrare agli allievi lo stretto legame tra il “fare teatro” e il comunicare quotidiano. Ad ogni incontro, la classe si è cimentata in esercitazioni riguardanti il ritmo e la concentrazione, stimolando conoscenza e memoria. 

Ciascuna prova si focalizzava su un aspetto specifico, via via aumentando in complessità: la consapevolezza della propria presenza individuale in quanto corpo e l’espressione di gesti volontari o spontanei si sono rivelati la scintilla di riflessione di concetti quali essenza e motivazione.

Da un punto di vista educativo, i ragazzi hanno partecipato ad un’esperienza di gruppo che ha favorito non solo la coesione della classe nella sua interezza, ma anche l’integrazione dei singoli, il rispetto dei tempi dell’altro e il valore dell’ascolto. 

Muoversi, agire, parlare insieme in una determinata superficie ha facilitato quell’intreccio di coordinazione e relazione che vivono giornalmente nella realtà. 

Ogni studente con la sua personalità ha affrontato le diverse fasi del percorso, ampliando il suo bagaglio caratteriale ed emotivo: obiettivo comune si è rivelato essere la ricerca di un ruolo all’interno della collettività, assumendo particolari modelli comportamentali a seconda del bisogno e della situazione.

Il ragazzo timido, abituandosi e adattando la sua capacità comunicativa, si è sforzato di aprirsi maggiormente e di esprimere la propria opinione; l’alunno vivace, a sua volta, ha appreso l’importanza del controllo studiato a favore di un messaggio più incisivo. Entrambi hanno messo in atto alcune strategie e hanno superato quelle dinamiche di timore provocate dal giudizio spesso discriminatorio e dall’idea di essere diversi, quindi strani e incompresi.  Mediante i dialoghi e i lavori di gruppo, inoltre, gli studenti hanno intrecciato tra loro nuove relazioni, superando in parte quel senso di vergogna tipico della loro età.

Alla comunicazione gestuale è seguita quella verbale: giocare con suoni, parole e frasi, associati ad un’azione o meno, ha dimostrato come, in teatro come nella vita, i linguaggi a nostra disposizione siano molteplici, sebbene la lingua utilizzata sia generalmente una e uguale per tutti. 

Esercizi di lettura espressiva ed interpretazione, così come improvvisazioni libere e guidate, hanno permesso lo sviluppo di sensazioni e creatività, in un’atmosfera serena e ludica, priva di valutazioni, nella quale il “copiare” non viene criticato negativamente.

Il compito da svolgere? Abituarsi a comunicare e a dare peso espressivo ai discorsi. In tal modo, ogni ragazzo o ragazza saprà trasmettere con maggior efficacia non solo un’idea ma anche la propria personalità. Non si tratta di un percorso semplice: impegno, coraggio, pazienza, fantasia sono i principali ingredienti. Mettersi a nudo, anche solo un pochino, non è mai scontato, adolescenti e adulti compresi. 

Tuttavia, se la classe si trasforma da pubblico giudicante a squadra, allora, in quell’istante, rivelarsi per ciò che si è ci permetterà di offrire agli altri, ma soprattutto a noi stessi, un’immagine positiva e genuina. Sarà emozionante e liberatorio. 

Laura Luciani

Scuola e teatro – intervista ad Alessandro Anderloni – (Newsletter n.8 marzo 2021)

Scuola e teatro – intervista ad Alessandro Anderloni – (Newsletter n.8 marzo 2021)

In quest’ultimo anno sono diversi gli ambiti che hanno subito forti limitazioni. Certo la scuola ne sta risentendo, ma anche una forma importante di educazione e formazione: la rappresentazione teatrale.
Ne abbiamo voluto parlare con Alessandro Anderloni, ben conosciuto nel territorio veronese, regista e autore teatrale cui abbiamo voluto porre alcune domande:

 “Scuola e teatro”: due mondi diversi ma le cui strade si intrecciano. Spesso lei ha portato le scuole a teatro e il teatro nelle scuole: quali frutti possono nascere da questo connubio?

Nel marzo del 2020 ho dovuto interrompere, bruscamente e con incredulità, sette laboratori teatrali nelle scuole. Non avrei mai pensato, allora, che a causa del Covid-19 per un anno non avrei più rivisto le aule, le palestre, i cortili dove giocavo al teatro con centinaia di bambini e bambine, adolescenti e giovani. Nel 2020, dopo venticinque anni, per la prima volta, ne mese di maggio non ho portato in scena alcuno spettacolo. Ricordo che in quei giorni mesti ho iniziato a contare i giovani attori e le giovani attrici che ho incontrato nel mio cammino di teatro a scuola: ho superato i 4.500 e poi mi sono fermato. 

C’è una differenza tra il teatro con le scuole e il teatro per le scuole. Le produzioni di teatro per le scuole sono, nel panorama italiano, molte e di buona qualità. Scarseggiano, in vero, spettacoli pensati nello specifico per la fascia d’età dai 16 ai 18 anni. Straripano invece gli spettacoli dedicati alle scuole primarie, spesso con esiti ottimi, altre volte senza grandi risultati artistici. Non ci si improvvisa, come spesso si è portati a pensare, a far teatro per i bambini e gli adolescenti. Non sono una categoria di grado inferiore. Anzi, sono un pubblico esigente, attentissimo, onesto, spietato. E chiunque abbia provato ad andare in scena davanti a un teatro colmo di bambini e ragazzi ne sa qualcosa, e spesso lo ha pagato sulla sua pelle, con grida, risate, perfino rivolte dal pubblico. Dovrebbero imparare dai ragazzi gli adulti, laddove applaudono e lodano spettacoli per piaggeria verso il regista o l’attore o l’attrice di turno, la “diva” della TV, il fenomeno da social network. Ai bambini non ne cale: chiunque tu sia, o sul palcoscenico funzioni o non meriti il tempo e l’attenzione che sono pronti a darti se invece li convinci. Il teatro per le scuole, dove non si riduca a un pacchetto confezionato, è il banco di prova delle storie e di chi le sa raccontare, scava nella professione del teatrante e si confronta con il più esigente dei pubblici, scrive il futuro della fantasia, dell’immaginazione e della coscienza civica degli adulti di domani.

E il teatro con le scuole?

Se assistiamo a un fiorire di compagnie che si propongono con spettacoli per i bambini, spesso con lauti e giustificati (benché spesso squilibrati) finanziamenti pubblici, i professionisti del teatro che scelgano di fare teatro con i bambini, gli adolescenti e i giovani sono pochi. Come sono pochi, sporadici e provvisori i corsi e i laboratori che le scuole, di ogni ordine e grado, riescono a organizzare e a proporre ai loro studenti. E uso la parola “riescono” non senza motivo, ché il teatro a scuola è lasciato in Italia alla buona volontà, al coraggio, alla fantasia, alla capacità manageriale e alla passione di insegnanti, professori (quasi sempre professoresse) e dirigenti.

Per strade le più diverse, inseguendo bandi, industriandosi e lottando per cercare finanziamenti, trovando quasi sempre pochi soldi, le scuole autonomamente organizzano una delle più preziose attività che l’esperienza di studio può offrire. Non è il caso di ricordare qui i benefici personali e di gruppo che il “gioco del teatro” lascia a chi lo abbia praticato a scuola: sono grandissimi, contribuiscono a risolvere situazioni critiche, formano la personalità, accrescono la consapevolezza, abbattono le differenze, ribaltano gli stereotipi, annullano i conflitti. Potrei continuare, potrei citare nomi, fatti, situazioni, dati. Non c’è corso organizzato da compagnie o da teatri, residenza artistica più o meno articolata, attività a iscrizione o a pagamento che scateni liberi l’energia e coinvolga nel profondo quanto lo faccia un laboratorio a scuola. Perché il teatro a scuola è democratico: non ci iscrive, si viene coinvolti e si fa; perché è libero: non si guadagnano giudizi, non si vincono premi, non si cerca la celebrità; perché è naturale: non ci si esibisce e non si scimmiottano gli adulti come colpevolmente, e con danni enormi, assistiamo in raccapriccianti trasmissioni televisive che trasformano i bambini i marionette cantanti o danzanti per compiacere genitori e spettatori spesso colpevolmente inconsapevoli della violenza che stanno compiendo sui loro figli o i figli altrui.

Ma se la scuola è il luogo privilegiato per fare teatro in giovane età, perché allora sono così poche e sporadiche le esperienze di teatro e così pochi i professionisti della scena che vi si dedicano?

Le due circostanze sono l’una concausa con l’altra. Se alcune scuole faticano, senza che nessun progetto o piano di istruzione ministeriale le abbia mai aiutate, a organizzare laboratori di teatro a scuola, altre pigramente o distrattamente nemmeno ci provano. D’altra parte, se drammaturgi, registi, attori e compagnie sono solerti a imbastire spettacoli per le scuole, molto meno si sobbarcano la fatica, il disagio, l’azzardo, il rischio, la tensione di entrare nella gabbia dei leoncini e delle leoncine. Perché il più blasonato regista che varchi la porta della palestra della scuola di periferia dove lo aspettano venti ragazzi di 14 anni che se ne infischiano del suo profilo su Wikipedia o dei Premi Ubu che ha vinto, si troverà a tirar fuori, se ne è capace, non solo il suo “mestiere” di teatrante ma soprattutto la sua sensibilità, la sua capacità empatica, l’umiltà del confronto e la fermezza della disciplina. E non potrà mentire sulle storie.

Molta della sperimentazione, della così detta avanguardia, dei post-realismi, post-modernismi, pre-futurismi e via discorrendo, a scuola non ingannano nessuno. A scuola non ci sono prestigiose platee davanti alle quali pavoneggiarsi, conciliaboli di appassionati ad osannarti, critici pronti con solerzia a incensarti. A scuola c’è da combattere con gli orari, con la disponibilità delle palestre, con la puzza di sudore dell’ora di ginnastica appena terminata, con i volti di tutti i colori e le mille lingue e le mille culture e provenienze e religioni dei giovani attori e attrici.

A scuola c’è da fare tutto con niente, inventarsi costumi, scenografie e trucco senza spendere i soldi che non ci sono, accondiscendere alla mamma iper-apprensiva che teme che il proprio figlio non riesca a fare gli scalini senza farsi male e perdonare padre che si dimentica delle prove generali del figlio, trovare il luogo per lo spettacolo senza che nessuno te lo metta a disposizione a prezzi accessibili, organizzare i piani di sicurezza e ora anche i piani sanitari. Occorre continuare? Ecco perché si fa così poco teatro con le scuole.

A suo modo di vedere, il teatro giova solo ai ragazzi o può essere uno strumento utile anche agli insegnanti o ai giovani che aspirano a diventarlo?

Il teatro porta nelle scuole una preziosa anarchia, una vitalità incontrollabile, un dinamismo temuto e utilissimo, un sovvertimento delle consuetudini, un rovesciamento delle certezze. Un buon progetto di teatro può cambiare una scuola. E se può cambiare un’istituzione così ingessata, burocratizzata e oggi follemente ossessionata dalla sicurezza (forse è per questo che è così osteggiato “là” dove si decide?) non sarà difficile pensare che potrà cambiare non solo i ragazzi ma anche gli insegnanti. Il teatro costringe a giocare, e riattiva nella scuola il suo ruolo di luogo in cui giocando si impara, si cresce, ci si prepara al futuro. È il gioco che cambia le carte in tavola, laddove il gioco è guidato da professionisti che lo conducono con gli strumenti propri del teatro. Dove sono gli insegnanti o i professori, nonostante la loro buona fede e buona volontà, a fare teatro, i risultati saranno sempre sotto le aspettative. E come un regista non dovrebbe fare il professore, così il professore non dovrebbe pretendere di fare il regista, contendendo così la sua passione ed evitando di scaricare sul teatro a scuola le frustrazioni di una carriera nel mondo del teatro sperata, a cui ha dovuto rinunciare per insegnare. Lasciamo fare il teatro a scuola a chi il teatro lo fa di mestiere. 

Ma dal “fare teatro2 gli insegnanti possono apprendere moltissimo. L’espressività della persona, declinata in linguaggio fisico, vocale e spirituale, è il fulcro dell’attività teatrale a scuola e offre a chi insegna un tesoro di conoscenze e tecniche inestimabili. Per un insegnante attento e ricettivo, l’attività teatrale con i suoi studenti, soprattutto quanto sia vissuta non da puro spettatore ma da collaboratore se non da partecipante lui o lei stessa, è un’occasione unica per imparare quello che la scuola o l’esperienza di insegnamento non gli ha mai potuto offrire. Non si tratta di trasformare gli insegnanti in attori dietro la cattedra, ma di attingere dalle tecniche del teatro ciò che, adattato, può essere utilizzato in classe. Si tratta altresì di scoprire come la storia, la letteratura, perfino la matematica si possono insegnare con il teatro. La collaborazione e la fiducia reciproca tra insegnante ed esperto teatrale a scuola sono una miscela dalle possibilità immense, i risultati possibili sono sorprendenti. Nel rispetto dei ruoli, nella disponibilità a collaborare, nascono esperienze indimenticabili, e spettacoli splendidi.

Il 2021, 700° anniversario dalla morte di Dante, sarebbe stata un’ottima occasione per portare i ragazzi a teatro. Tutto è perduto? So che lei non si è dato per vinto e sta proponendo alcune iniziative per celebrare il Sommo Poeta anche in questo difficile periodo. Vuole parlarcene?

Negli ultimi tre anni ho incontrato più di cinquemila studenti e studentesse con Dante. Ho perduto il conto delle conferenze, dei monologhi, dei laboratori nelle scuole, con studenti dai 3 ai 18 anni. Le potenzialità teatrali della Commedia di Dante sono sconfinate. La Commedia, con i suoi novecento personaggi, è teatro, la sua lingua è teatrale, il soggetto, la vicenda, l’intreccio sono una miniera drammaturgica. Dante lo sapeva. Aveva scritto perché la sua Commedia fosse detta e ascoltata, prima ancora che letta. Chi ha provato a raccontarla o a portarla in scena con i più giovani sa quanto sia forte la capacità empatica e di coinvolgimento di questo testo, come scavi in profondo anche nei bambini e nei giovani, se si trovano le chiavi di lettura per toglierlo da pregiudizi scolastici o peggio da gelosie accademiche. Non si può dire che l’Italia, Verona in particolare, abbiano approfittato dell’anniversario dantesco per portare Dante nelle scuole. Attenzione: non Dante per le scuole ma con le scuole. Vedo molti vanitosi in giro, profluvi di letture dantesche con il malcelato desiderio di mettersi in mostra o di dimostrare le proprie abilità recitative o avvalorare la propria conoscenza che quasi sempre si ferma all’Inferno, quando invece ai bambini piace soprattutto il Paradiso con la sua architettura di luce e suono, di speranza e felicità.

Nonostante la quasi immobilità delle istituzioni pubbliche, il silenzio dei comitati ufficiali, l’assenza totale di risorse, a Verona siamo riusciti a portare Dante nelle scuole, e in presenza, stante la drammatica situazione sanitaria. Migliaia di studenti e studentesse, come ho detto, si sono confrontati con la Commedia. Cento bambini e bambine della scuola primaria Rubele da un anno hanno pronto uno spettacolo di teatro e musica su Dante a Verona. Questa pandemia ci permetterà mai di portarlo in scena? Ci ha aiutato, e ne siamo riconoscenti, la Cantina Valpantena producendo per l’occasione la bottiglia “Dante a Verona”. Otto scuole dei quartieri di Veronetta e Porto lavorano con me e con Mirco Cittadini sul progetto “Verona, città del Paradiso” che trecento bambini e bambine racconteranno con un video che sarà presentato a primavera. E il progetto ha il sostegno generoso e lungimirante dell’Assessorato all’Istruzione del Comune di Verona. Io ho detto e dico Dante in decine di istituti superiori di primo e di secondo grado, in provincia e in città. Ma forse è nel Carcere di Montorio, con i detenuti del gruppo teatrale che da sei anno conduco con Isabella Dilavello e Paolo Ottoboni, dove le Dante risuona più forte. È là che le parole di Virgilio a Catone «libertà va cercando» ci interrogano e ci scaraventano davanti a noi stessi. Dante è molto più in carcere che nelle aule delle accademie.

E se Verona non ha il coraggio, nel 2021, di chiamare la sua piazza come tutti i veronesi e le veronesi già la chiamano, “Piazza Dante”, Poteva almeno risparmiarci di chiudere per quattro mesi Dante in una scatola proprio nell’anno dell’anniversario. Il benemerito restauro della statua di Ugo Zannoni non si doveva forse fare prima e inaugurare la statua restaurata all’aprirsi dell’anno delle celebrazioni? Lo capisce anche un bambino. Ecco, sogno un “Comitato Dante 2021” di bambini e bambine.

Per tutto il 2021 cammineremo con Dante. Centinaia saranno gli eventi del progetto “Dante Settecento”. Seguiteli sulla pagina Facebook: Dante Settecento. Camminate con noi.

Miriam Dal Bosco