“Unplanned”- La storia VERA di ABBY JOHNSON

“Unplanned”- La storia VERA di ABBY JOHNSON

Paese: USA – Durata: 109 minuti – Regia: Chuck Konzelman

“Unplanned”- La storia VERA di ABBY JOHNSON: tradotto in italiano significa “non pianificato”, e così è stata anche la mia scelta improvvisata di rispondere ad un invito per un’anteprima al cinema.

Un film che ti rimane “dentro”, che ti interroga, ti fa sussultare intimamente e commuovere per il grande Dono della Vita. Alla fine della proiezione ho pensato immediatamente al volto dei miei bambini e mi sono detta: “Se sono qui su questa poltroncina di teatro è perché Qualcuno mi Ama, mi ha custodito e mi custodisce, anche se io non ne sono cosciente”.

Il film racconta la vita di Abby Jonson, giovane donna americana che sin dalla giovinezza si batte per i diritti delle donne. Ai tempi del college si lascia ammaliare dalle feste giovanili, dallo sballo e s’innamora di un ragazzo più grande di lei con cui intrattiene rapporti sessuali occasionali. Quando scopre di essere incinta, senza averlo “pianificato”, viene assalita dal timore di dover rivelare il tutto ai suoi ignari genitori, che sicuramente non avrebbero approvato questo suo stile di vita. Si lascia consigliare dal ragazzo e padre del bambino che subito le suggerisce di abortire tramite un’agenzia apposita. Viene lasciata sola nella scelta e nella rielaborazione e il tutto si traduce in un’operazione fredda e alienante che la riduce ad uno zombie svuotato che a malapena ricorda ciò che è accaduto.

Dopo qualche mese decide di presentare il ragazzo ai genitori per potersi unire in matrimonio. I familiari non lo trovano la persona giusta, ma lasciano a lei la libertà di scegliere e così si celebrano le nozze.
Il matrimonio non si traduce in un cammino felice e, dopo un periodo di tensioni e tradimenti, si arriva al divorzio. Abby si accorge però di essere incinta proprio di quell’uomo con cui non vuole più avere niente a che fare e ancora una volta, in solitudine e disorientamento, si rivolge alla clinica Planned Parenthood che, con disinvoltura, la consiglia per un aborto chimico, caldamente raccomandato come veloce, indolore ed efficace.In realtà si rivelerà dolorosissimo, lunghissimo e la convincerà di essere sul punto di morire. Si risveglierà infatti dopo ore di travaglio sul pavimento insanguinato del bagno di casa, stravolta e dolorante per diverse settimane. Sempre sola.
Nonostante queste esperienze che la segneranno per sempre e di cui non parlerà ai familiari, Abby vuole battersi per la libertà riproduttiva della donna, pensando che così facendo si possano ridurre gli aborti, attraverso campagne d’informazione e sensibilizzazione. Diventa dapprima una volontaria della clinica Planned Parenthood e, in breve tempo, la più giovane direttrice della principale clinica abortiva del Texas.

“Gli esperti concordano che in questo stadio il feto non sente nulla” queste le parole rassicuranti di Abby per indurre le pazienti ad abortire in tranquillità, per ricominciare la quotidianità senza pensieri.
Saranno però degli incontri a porre le basi per una conversione totale.
In primis i suoi genitori non approvano questo suo lavoro, questa sua passione e il suo totale coinvolgimento e pregano affinché lei possa cambiare idee e licenziarsi; così come il secondo marito che, amandola profondamente, le esprime tutte le sue perplessità, obiezioni e principi. La lascia però sempre libera di decidere, anche quando Abby scopre di essere felicemente in dolce attesa, nonostante non sia stato “pianificato”.

Un altro incontro decisivo sarà con i giovani attivisti pro-life che con dolcezza e costanza la seguono giornalmente fuori dalla clinica per pregare e dissuadere le donne a non abortire.
Infine, non per importanza, avverrà il riavvicinamento a Dio nella preghiera familiare. Da direttrice avrebbe voluto cambiare in meglio la clinica, ma gradualmente inizia a rendersi conto che la libertà che lei voleva difendere era un inganno per donne spaventate, sole e ignare.

Inaspettatamente un giorno le viene chiesto di assistere il chirurgo per un aborto guidato e ciò a cui assiste attraverso un ecografo la renderà cosciente di ciò che è la straziante realtà di un aborto nel grembo materno. Quello che vede cambia la sua vita per sempre, le fa spalancare gli occhi, dandole la forza e il coraggio per intraprendere una delle battaglie più importanti del nostro tempo.

E’ un film che svela i sottili inganni che una comunicazione appositamente studiata può portare, giustificando l’uccisione di un piccolo essere umano innocente nel luogo che lui ritiene il più sicuro e protetto al mondo: il grembo della sua mamma.
E’ un film che porta speranza lì dove il male sembra invincibile tanto è potente, organizzato e radicato, ma che la preghiera e l’amore disinteressato dei semplici smonta in modi che “non abbiamo pianificato”.
La libertà che Abby reclama per sé e crede non venga capita e concessa dai propri familiari ed amici, in realtà nella storia si rivela una falsa libertà, perché disgiunta dal bene, come quella propagandata dalla clinica che, in realtà, fa di tutto per spingere le donne ad abortire a scopo ideologico e di lucro. La vera libertà è quella che il marito e i genitori insegnano ad Abby, amandola sempre e comunque disinteressatamente, ma accompagnandola ad aprire gli occhi al bene, alla vita e alla verità.
“Unplanned” racconta una storia vera che merita di essere raccontata, ascoltata e meditata.

Gemma Dal Bosco

DIRE DANTE – VOCE CHE EDUCA

DIRE DANTE – VOCE CHE EDUCA

In concomitanza con la ripresa dell’anno scolastico, riprendono anche gli incontri del Centro Studi per l’Educazione!

Il prossimo 22 settembre presso l’Istituto Virgo Carmeli di Verona si svolgerà l’incontro con Alessandro Anderloni che presenterà la voce educatrice di Dante

Mercoledì 22 settembre 2021 alle ore 17.00 presso Istituto Virgo Carmeli di Verona, via Carlo Alberto 26

per eventuali informazioni – segreteria@centrostudieducazione.it

per esigenze organizzative, segnalare la propria presenza all’incontro


Dimora – per sfuggire all’era del movimento perpetuo  – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Dimora – per sfuggire all’era del movimento perpetuo – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Recensione di François-Xavier Bellamy (Itaca, Castel Bolognese 2019)

Chiunque abbia avuto la fortuna di poter vivere l’esperienza di un pellegrinaggio a piedi, tra tutti il celebre Cammino di Santiago, può confermare con il sottoscritto quanto sia necessario, durante l’itinerario, fare memoria della destinazione. Solo fissando, nella mente e nel cuore, la méta del proprio peregrinare si può scansare il pericolo sempre incombente del vagabondaggio.

Lo sapevano bene quei cavalieri che, marchiando i propri scudi con una croce, si mettevano in viaggio verso il Santo Sepolcro, senza la garanzia di giungere a destinazione e armati del solo desiderio di poter calpestare la stessa terra del Cristo; lo sapeva bene quel folle di Ulisse, ramingo per il Mediterraneo ma con il cuore sempre rivolto a Itaca e alla sua famiglia amata; lo sapeva bene Seneca, il quale ci rammenta che “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

Qualsiasi movimento è disastroso se non si pianifica la meta e, consecutivamente, se non si sa da dove si sta venendo. Questa è la tesi che viene argomentata da François-Xavier Bellamy in Dimora. Per sfuggire all’era del movimento perpetuo, apparso in Francia nel 2018 e pubblicato in Italia per i tipi di Itaca l’anno successivo, correlato dalle magistrali prefazioni di Lorenzo Malagola, segretario generale della Fondazione De Gasperi, e Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle Associazioni famigliari.

Un saggio, quello di Bellamy, denso, disarmante, semplicemente bello. Era da aspettarselo in effetti dalla stessa penna che nel 2016 aveva dato alle stampe il best-seller I Diseredati. Ovvero l’urgenza di trasmettere, che destò notevole scalpore nell’attenta ed esigente società francese. Dimora è in primis una straordinaria parabola sull’esperienza filosofica dell’Occidente europeo, dalla dicotomia Eraclito-Parmenide sino a Galileo Galilei, passando per Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso. In secondo luogo, Bellamy procede con una raffinata fotografia dello stato di salute del mondo occidentale, reso fragile dal mito del «movimento perpetuo» e dall’utopia dell’eterna evoluzione, anestetizzato dalle leopardiane «magnifiche sorti progressive» e dal sogno di un progresso imperituro.

L’autore non si limita tuttavia a una fin troppo facile diagnosi delle fragilità del nostro mondo. Rimarrà deluso chi in Dimora desideri trovare il manifesto di un conservatorismo reazionario e fissista, nostalgico di un passato ormai tramontato. Bellamy infatti non è semplicemente un affermato filosofo e un abile insegnante nei licei della banlieue parigina. Nel 2008, a soli 23 anni, è stato eletto vicesindaco di Versailles e, nel 2019, è “sbarcato” all’Europarlamento in quota Partito Repubblicano francese.

Un buon politico è cosciente che alla diagnosi deve succedere necessariamente una prognosi. Bellamy propone quindi il concetto di “dimora”, intesa come riscoperta di «un luogo da abitare dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi» (p. 141) . Mettere radici, in poche parole, coltivare una quotidianità che possa divenire un argine alla “gassosità” di cui il nostro amato Occidente sembra essere sempre più assuefatto. Reinventare luoghi di incontro, di prossimità, di complicità, che facciano da contraltare a tutti quei non-luoghi (secondo la nota definizione di Marc Augé) che pervadono la nostra esistenza.

Ogni capitolo e ogni pagina del saggio invitano costantemente il lettore a compiere questo lavoro su se stesso, a interrogarsi su dove sia la propria Itaca e, come Ulisse, a non avere timore di solcare i mari per poterla raggiungere.

Stefano Sasso

N. Io e Napoleone – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

N. Io e Napoleone – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Paese: Italia, Francia, Spagna (2006)  – Durata: 110 minuti – Regia: Paolo Virzì

Recensione 

Tra i numerosi film su Napoleone, N. (Io e Napoleone) si segnala non per essere l’ennesima trasposizione cinematografica delle imprese militari del geniale comandante, ma per essere un tentativo di cogliere il lato intimo e privato dell’uomo.

Liberamente ispirato al romanzo N. di Ernesto Ferrero, Premio Strega 2000, il film è ambientato sull’Isola d’Elba, durante il primo esilio di Napoleone. Il protagonista è un giovane maestro elementare, Martino Papucci, infervorato dagli ideali di libertà, che nutre verso il Corso un grande desiderio di vendetta per le molti morti causate dalle sue campagne militari, e che vuole approfittare della sua presenza sull’isola per ucciderlo. Tale proposito lo ossessiona a tal punto da fargli trascurare completamente il lavoro nell’impresa di famiglia. Egli non condivide il grande entusiasmo suscitato negli abitanti dell’isola per l’arrivo di un così celebre ospite, che, al contrario considera un tiranno, come non apprezza il servilismo mostrato dalle autorità civili.

Il destino vuole che Napoleone abbia bisogno di un bibliotecario e scrivano personale, che stia a stretto contatto con lui per raccoglierne i pensieri e le riflessioni. Martino viene scelto per questo compito, avendo in tal modo l’occasione di ricevere le confidenze e i ricordi personali dell’uomo che ha fatto tremare l’Europa.

Egli ha modo così di incontrare Napoleone nella parte finale e meno gloriosa della sua parabola esistenziale, e di conoscerne il lato più privato e personale, scoprendo con sorpresa gli aspetti di debolezza e fragilità. Come quando in un’accesa discussione il giovane gli rinfaccia, quantificandole, le numerose vite sacrificate in nome della sua ambizione, e ricevendo dal generale, visibilmente addolorato, la risposta di non aumentare il suo dolore con l’aritmetica.

La frequentazione fra i due provoca un cambiamento nello sguardo che Martino ha su Napoleone, e per questo i tentativi messi in atto per assassinarlo, non risultando molto decisi, falliscono. Il rapporto tra il protagonista e Napoleone è la parte sicuramente più interessante e riuscita del film. Sebbene si trovi di fronte un uomo sconfitto, Martino non può non subire il fascino magnetico di quell’uomo, che prima di lui aveva entusiasmato masse intere; e a questo riguardo il Napoleone del film si pone questa domanda: “È Napoleone che ha scelto le moltitudini o sono le moltitudini che hanno scelto Napoleone?”.

La frequentazione alla fine si interrompe bruscamente con la fuga dall’isola e il ritorno in Francia con i cento giorni terminati sulle colline di Waterloo. Come la storia ci insegna, il Napoleone autentico che fa i conti con la storia della sua vita, che è emerso nel film, lo si vedrà soprattutto nel secondo e definitivo esilio, dove tra l’altro si riavvicinò alla fede, come testimonia il memoriale di Sant’Elena.

Alessandro Cortese

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

Dad, compiti, vacanze: dov’è finito il desiderio di felicità? – (Newsletter n.10 maggio-giugno 2021)

di Valerio Capasa (fonte: Il Sussidiario.net – 18.06.2021)

Se è vero che la Dad non ha creato, ma semmai aumentato la disaffezione dei ragazzi per la scuola, anche quella in presenza, urge ripartire dal desiderio di felicità.

Cala il sipario sull’anno scolastico più farsesco di cui abbia memoria. L’occhio casca sugli Europei di calcio proprio in coda agli scrutini, e il cervello finisce per intrecciare i fili: “povera Turchia! Sta perdendo 3 a 0 alla prima partita. Peccato però, anche loro si sono allenati, e hanno viaggiato fino a Roma. Dài, questo 0 passa a 3. Tutti d’accordo?”. Il calcio è così giusto, irrimediabile, mentre nel regno dell’irrealtà tutto si può truccare. Meno male che gli scrutini devono rimanere segreti…

Riavvolgiamo il nastro. L’ammutinamento pugliese non è uno spartiacque epocale? Dopo 14 mesi di Dad, alla domanda se volessero tornare in classe, circa il 98% dei liceali ha risposto di no. Più o meno è come non avere il pallone né il campo né le porte. Ci arrangiamo: due pietre per terra e un po’ di scotch attorno a quattro fogli di giornale. Man mano però la palla di carta comincia a sfaldarsi, e quando provvidenziale appare il miraggio di un campo in erba e di un pallone di cuoio, scopri che a mancare, in realtà, era la voglia di giocare. L’impressione è di chattare d’amore per un anno e mezzo con una ragazza, invitarla a uscire e sentirsi rispondere che domani no, deve studiare, dopodomani nemmeno perché c’è la prima comunione della nonna, e intanto sai per certo che esce con un altro; però la mattina dopo chatta con te, sempre sull’amore, con citazioni favolose.

Uno si immagina pianti, analisi, riflessioni… Niente, tutto come prima. Spiegazioni, verifiche. Verifiche, spiegazioni. Forse abbiamo un problema (vox clamantis in deserto), mica sarà colpa solo della politica scellerata o dell’adolescenza balorda: magari va cambiato qualcosa. Non abbiamo tempo per disquisizioni sui massimi sistemi. Incapaci non dico di una visione, ma almeno di una lacrima, di un urlo, di un abbraccio, preoccupati solo di tirare avanti la carretta. Perché non siamo zona rossa né arancione né gialla né bianca: siamo “zona grigia” (così Primo Levi chiamava il mostro della complicità).

Terza scena: un’ordinanza impone di chiudere gli scrutini entro il termine delle lezioni. Ergo, tutti i voti e le assenze vanno inserite non oltre il 31 maggio. Tradotto: dall’1 giugno ritiratevi tutti. E giustamente, se non mi punti alla tempia la pistola scolastica, nemmeno mi collego. Perché io e l’impiegato della posta non abbiamo altro da spartire se non la bolletta; col panettiere almeno si scambiano quattro chiacchiere; fra insegnanti e studenti, invece, neppure quelle. Un legame quasi quotidiano di uno o più anni, l’educazione come compito, la potenza della tradizione in mezzo, la vita come sfondo di ogni parola: eppure, messi i voti e le assenze, a giugno cala un gelo che nemmeno con l’impiegato o con il panettiere. Niente da dirsi, niente da condividere. Distanziamento.

Ti guardi intorno – lo scrive ancora Primo Levi – “sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate”. Troppi amici e colleghi, obnubilati da un ottimismo oppiaceo, non appaiono turbati dai fiori che appassiscono. Forse non ne coltivano, forse si consolano che morto un fiore se ne fa un altro, forse i loro sono di plastica. Pontificano che la Dad non ha creato il problema ma l’ha svelato. E hanno ragione. Tuttavia è come dire che le armi non sono la causa della violenza ma portano a galla quella già latente: se però diamo le armi in mano a chiunque, non aumentiamo la violenza? Idem la Dad: non ha creato il problema: l’ha svelato, e l’ha anche aumentato. Il contesto può aiutare oppure ostacolare, non è ininfluente.

Ora, dopo quasi un anno e mezzo, tiriamo le somme. Quanti morti di Covid fra gli adolescenti? Quasi nessuno. In compenso dispersione scolastica fuori controllo, problemi psicologici, psichiatrici, oculistici e fisici in aumento, deficit di attenzione alle stelle, ossia molta più fatica ad ascoltare, a leggere, a relazionarsi. Dovremo farci i conti, con la fase post-traumatica, altro che ritorno alla normalità! Esiste per fortuna un vecchio antidoto: la superficialità, che “ogni stento, ogni danno, / ogni estremo timor subito scorda”, come insegnano le pecore del Canto notturno.

Per questo, adesso, tutti al mare! Covid free. School free. Aveva visto giusto Leopardi quando scriveva che “mali veri” e “mille negozi e fatiche” distraggono gli uomini dal “conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità”. Fra Covid, compiti e vacanze, ci dimentichiamo quello che davvero abbiamo da condividere: il desiderio della felicità.

A meno che martedì 8 giugno non vivi tre ore consecutive di italiano, con 9 studenti in presenza e 13 collegati da casa, liberamente, solo per finire le Ultime lettere di Jacopo Ortis; o che mercoledì 9 un alunno che non ha propriamente la sensibilità di un poeta possa dispiacersi perché un sanguinamento della bocca gli impedisce di collegarsi; o che sempre il 9 un’altra alunna ti aspetti sotto casa mezz’ora dopo la fine delle lezioni per confrontarsi con te sulla sua estate; o che, dopo 15 mesi senza vedersi, l’11 giugno ti ritrovi al parco con una classe, un pallone, una chitarra, parole e sguardi veri; o che il 14 giugno vai al mare con loro, per condividere la vita: non è una rivoluzione? non è l’annientamento della farsa?

Alla fine dell’anno c’è chi si produce in post tronfi di “grazie a tutti” e “resilienza”, chi si fa una pizza insieme, chi si augura buone vacanze, chi si regala cornici, bracciali, dediche e complimenti. Ma qui c’è da regalare il proprio tempo, la propria estate. Più chiaramente: c’è da regalare se stessi.Perché in questi mesi qualcuno ha combattuto strenuamente, come un eroe greco: un duellante su vaso a figure rosse, un Achille in primo piano che sfida Ettore, con i mirmidoni e i troiani sullo sfondo. Eppure viviamo una stagione in cui più che mai il potere si è buttato a mordere sui legami, e allora urge una res publica, da eroi romani, che combattono insieme per fondare una città.

Valerio Capasa